Quindici anni dopo Fukushima, la storia sanitaria dell’incidente nucleare giapponese continua a essere scritta. Secondo i dati TEPCO riportati da SBS News, 53.145 lavoratori impegnati nelle operazioni successive al disastro hanno superato almeno una volta la dose annuale di 5 millisievert (mSv). Tra questi, 609 hanno oltrepassato anche i 50 mSv in un anno. (SBS)

Il numero fa impressione, ma va letto bene. I 5 mSv non sono il limite massimo consentito per un lavoratore esposto: in Giappone il limite è 50 mSv in un anno e 100 mSv in cinque anni. I 5 mSv rappresentano invece una delle soglie utilizzate per valutare il riconoscimento della leucemia come malattia professionale. (SBS)

Finora sono 17 i tumori riconosciuti ai fini dell’indennizzo professionale tra i lavoratori coinvolti nella bonifica: otto leucemie, due tumori della faringe, due della tiroide, due del polmone, due del colon e un ulteriore caso oncologico. Almeno due lavoratori sono morti. (SBS)

Anche qui serve prudenza. Un riconoscimento assicurativo non equivale alla prova matematica che quel singolo tumore sia stato provocato dalle radiazioni. L’epidemiologia ragiona su probabilità, dosi, tempi di latenza e confronto tra popolazioni.

Ed è proprio il tempo il vero protagonista. Lo smantellamento di Fukushima Daiichi dovrebbe proseguire fino al 2041-2051. Significa che la sorveglianza dei lavoratori continuerà ancora per decenni. (SBS)

Chernobyl arrivò anche in Italia

Il 26 aprile 1986 esplose il reattore numero 4 di Chernobyl. Nei giorni successivi la nube radioattiva raggiunse gran parte dell’Europa, Italia compresa. Nel nostro Paese furono controllati alimenti e ambiente e vennero introdotte limitazioni temporanee soprattutto per latte e vegetali a foglia. L’ISS ha ricordato nel 2026 come quelle misure ridussero in particolare l’esposizione allo iodio-131 nelle fasce più vulnerabili. (ISS Italia)

Ma quarant’anni dopo non esiste in Italia un’epidemia oncologica dimostrata attribuibile a Chernobyl.

Uno studio su quasi 4.000 ragazzi nati nell’area milanese nel 1985-86 non rilevò una prevalenza di patologie tiroidee superiore a quella delle popolazioni non esposte. (PubMed)

Anche l’aumento del carcinoma papillare della tiroide osservato negli anni successivi in diverse zone italiane non ha mostrato una distribuzione geografica compatibile con il fallout di Chernobyl; gli autori hanno indicato soprattutto differenze nella sorveglianza diagnostica. (PubMed)

Diverso è quanto avvenuto nelle aree più contaminate di Bielorussia, Ucraina e Russia, dove l’incremento dei tumori tiroidei nei bambini e negli adolescenti esposti allo iodio radioattivo rappresenta una delle conseguenze meglio documentate dell’incidente. (Epicentro)

È questa forse la lezione comune di Fukushima e Chernobyl: con le radiazioni bisogna evitare sia l’allarmismo sia la rimozione del problema.

Gli effetti sanitari non si misurano nei giorni successivi all’incidente, ma attraverso dosimetri, registri tumori e studi epidemiologici che durano decenni.

L’esplosione passa in pochi secondi. Il conto sanitario, quando esiste, può arrivare una generazione dopo.

Fonti:

SBS News, 24 agosto 2026; TEPCO e Ministry of Health, Labour and Welfare of Japan; Istituto Superiore di Sanità, materiali per il quarantennale di Chernobyl, 2026; Chiesa et al., Annals of Oncology, 2004; Dal Maso et al., studio sull’incidenza del carcinoma tiroideo in Italia; OMS/ISS-EpiCentro, effetti sanitari di Chernobyl.