di
Luigi Ippolito

Da Johnson a Burnham, il sostegno a Kiev da parte del Regno Unito resta incrollabile

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Erano passate poche ore dall’ingresso dei carri armati russi in Ucraina, il 24 febbraio del 2022, quando l’allora primo ministro britannico, Boris Johnson, si presentò in Parlamento e annunciò che «adesso abbiamo una missione chiara: diplomaticamente, politicamente, economicamente — e alla fine, militarmente — questa barbara avventura di Vladimir Putin deve concludersi in fallimento». Allorché, con le truppe di Mosca sul punto di stringere Kiev in una morsa, uno dei più avveduti deputati dell’opposizione laburista si alzò e domandò incredulo: «Signor primo ministro, in che senso… militarmente?». Ma Johnson replicò imperterrito: «È esattamente come ho detto: Putin deve fallire militarmente».

Sono passati quattro anni e mezzo e quattro primi ministri, ma Londra non ha mostrato di deflettere di un millimetro da quella linea: l’obiettivo finale della Gran Bretagna è la vittoria sul campo dell’Ucraina, unica condizione per garantire «una pace giusta e duratura». Non importa che al governo ci siano i conservatori o i laburisti, il sostegno a Kiev è incrollabile: così non è un caso che il nuovo premier Andy Burnham, un maestro delle pubbliche relazioni, a un mese dall’insediamento abbia incontrato un solo leader straniero, ossia Volodymyr Zelensky, e abbia fatto un solo viaggio all’estero, nella capitale ucraina.



















































L’appoggio britannico alla coraggiosa nazione slava è una direttrice strategica che parte da lontano: fin dall’invasione della Crimea, nel 2014, Londra ha preso ad armare e addestrare le forze ucraine, ed è stato anche per questo che le truppe di Kiev, nell’inverno di quattro anni fa, riuscirono inaspettatamente a resistere all’urto dell’armata russa e a contrattaccare. E non è un segreto per nessuno che sul campo ci siano le forze speciali britanniche a coadiuvare i soldati di Zelensky. Per i britannici, in Ucraina, ne va della sicurezza dell’Europa intera: e fin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, Londra si è fatta garante, assieme agli Stati Uniti, della difesa del Continente, che loro fossero dentro o fuori le strutture dell’Unione europea.

Vista dal Tamigi, questa guerra è anche la loro guerra: e gli inglesi, si sa, le guerre le fanno per vincerle. Le fratture che attraversano le forze politiche e le opinioni pubbliche in Europa, e specialmente in Italia, qui semplicemente non esistono: non c’è dibattito da talk show (e non ci sono neppure i talk show), non ci sono opinionisti (cripto)putiniani o giornali (finto)pacifisti. Quando in passato il leader della destra populista, Nigel Farage, ha osato dire qualcosa di vagamente più morbido della linea ufficiale, ha dovuto subito correggere il tiro perché rischiava di finire sbranato.

E così non deve stupire che sia stato proprio il laburista Keir Starmer ad animare la Coalizione dei Volenterosi e che il suo successore Burnham, pur poco interessato alla dimensione internazionale, faccia un’eccezione per l’Ucraina: a Londra la sinistra è saldamente atlantica e filo-occidentale e fu il laburista Clement Attlee, nel 1949, a fare della Gran Bretagna uno dei Paesi fondatori della Nato.

Allo stesso modo, le minacce quotidiane dei ventriloqui di Putin qui scorrono come l’acqua: hanno voglia di annunciare l’incenerimento nucleare di Londra, nessuno se ne cura, anche perché le sparate dei megafoni del Cremlino non trovano quasi nessuno spazio sui media britannici. Mosca ha ormai di fatto ritirato il suo ambasciatore e degradato al minimo le relazioni diplomatiche, ma Burnham a Kiev ha portato lo stesso messaggio di sempre: non ci fate paura.

24 agosto 2026