di
Vera Martinella

L’arrivo, anche in Italia, di farmaci innovativi mette a disposizione opzioni che migliorano sia le prospettive di sopravvivenza sia la qualità della vita

Ogni anno in Italia si registrano circa 15.500 nuovi casi di linfoma, tra forme non-Hodgkin e Hodgkin, che prendono il nome del medico inglese Sir Thomas Hodgkin, che ha descritto per primo queste malattie nella prima metà dell’800. 

L’immunoterapia

Grazie all’arrivo delle nuove immunoterapie, come le cellule CAR-T e gli anticorpi bispecifici, l’approccio terapeutico negli ultimi anni sta però cambiando rapidamente. Soprattutto nei pazienti con malattia recidivata o refrattaria. «Queste terapie rappresentano una vera rivoluzione nel trattamento dei linfomi, soprattutto dei linfomi non-Hodgkin – sottolinea Luigi Rigacci, direttore dell’Ematologia e Centro Trapianto Cellule Staminali alla Fondazione Policlinico Campus Bio-Medico di Roma, in occasione della Giornata organizzata dall’AIL – Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma, . Oggi vengono utilizzate principalmente nei pazienti che hanno già ricevuto altre linee di trattamento (per lo più chemioterapia) e sono recidivati precocemente oppure che presentano una malattia refrattaria alle terapie precedenti. La prospettiva futura, ormai sempre più concreta, è quella di introdurre queste terapie nelle fasi più precoci del percorso di cura, arrivando in alcuni casi persino a sostituire la chemioterapia».



















































Linfomi di Hodgkin

Sono circa 1.200 i nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia di linfoma di Hodgkin: colpisce soprattutto in giovane età (prima dei 45 anni, è più frequente nelle fasce di età intorno ai 20 anni, ma può svilupparsi anche oltre i 60) e oltre l’80 per cento dei pazienti è vivo e può essere considerato guarito a cinque anni dalla diagnosi. Oggi le moderne terapie consentono in molti casi di ottenere la guarigione anche se la malattia si è diffusa ad altri organi, o quanto meno di mantenerla in remissione per molti anni.

Linfomi non Hodgkin

A oltre 15mila ammontano, invece, i nuovi casi di linfoma non Hodgkin, che interessa per lo più persone adulte, specie dopo i 60 anni, e circa il 60% dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Se ora molti casi di linfomi non Hodgkin (soprattutto paradossalmente quelli aggressivi) possono essere guariti o rimanere in remissione per molti anni, quelli indolenti (a basso grado di malignità o a crescita lenta) sono più difficili da eradicare, ma consentono comunque lunghe sopravvivenze. 

Da pochi mesi di vita a lunghe sopravvivenze

I risultati ottenuti finora con le nuove immunoterapie sono estremamente incoraggianti: «Nei pazienti affetti da forme particolarmente aggressive di linfoma, queste terapie consentono di raggiungere lunghe sopravvivenze e potenziali guarigioni in circa il 40% dei casi – spiega Rigacci, responsabile della Commissione Linfoma di Hodgkin nel direttivo della Fondazione Italiana Linfomi -. Un dato che assume ancora più valore se confrontato con il passato: prima dell’avvento di queste strategie terapeutiche la stessa categoria di pazienti aveva una sopravvivenza mediana di poco superiore ai sei mesi e soltanto l’8-10% dei malati era vivo a due anni dalla diagnosi.
Non siamo ancora di fronte alla soluzione definitiva, perché una quota significativa di pazienti continua a non beneficiare pienamente di queste cure. Tuttavia, il progresso compiuto è straordinario e lascia intravedere ulteriori miglioramenti, soprattutto grazie alla possibilità di utilizzare queste terapie sempre più precocemente nel decorso della malattia».

Cure sempre più efficaci e meno tossiche

Oggi, grazie ai progressi della ricerca, la maggior parte dei pazienti con linfoma può guarire o convivere a lungo con la malattia mantenendo una buona qualità di vita. 

Quanto pesa, nelle decisioni terapeutiche, l’obiettivo di ridurre tossicità e ricoveri, preservando il benessere fisico, psicologico e sociale del paziente? «È un aspetto fondamentale, ma quando affrontiamo un trattamento di prima linea, la priorità resta l’efficacia della terapia contro la malattia – risponde l’esperto -. L’obiettivo principale è ottenere la guarigione e, in alcuni casi, questo può comportare l’accettazione di effetti collaterali o di una temporanea riduzione della qualità di vita». 

La prospettiva cambia nelle linee terapeutiche successive quando la qualità di vita assume un peso crescente nelle decisioni cliniche. In questo ambito, però, la ricerca ha compiuto enormi passi avanti. «Ora disponiamo di trattamenti sempre più efficaci e, al tempo stesso, meno tossici – continua Rigacci -. Esistono già alcuni sottotipi di linfoma per i quali il trattamento di prima linea può essere effettuato senza ricorrere alla chemioterapia. I farmaci biologici e le immunoterapie non sono privi di effetti collaterali, ma presentano generalmente un profilo di tossicità molto più favorevole rispetto alla chemioterapia tradizionale».

L’obiettivo resta sempre quello di curare la malattia: «La differenza è che oggi possiamo farlo sempre più spesso con terapie che riescono a coniugare elevata efficacia e migliore tollerabilità, permettendo ai pazienti di preservare una buona qualità di vita anche nelle fasi più precoci del trattamento» conclude Rigacci.

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24 agosto 2026