“Un tassello fondamentale dell’archeologia preistorica” finora rimasto nascosto: gli ambienti un tempo abitati dalle popolazioni preistoriche sommersi sotto le acque dell’Alto Adriatico. A svelarlo sono stati i dati dell’’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale, che ha lavorato con l’Università di Southampton per ricostruire l’evoluzione dei paesaggi costieri tra il 9000 e il 4000 avanti Cristo (tra Mesolitico e Neolitico).
La ricerca
Lo studio si basa su nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’Ogs: carote di sedimento che mostrano diversi ambienti stratificati, la cui evoluzione è stata tracciata con modelli d’inondazione. Le ricostruzioni evidenziano la presenza di diverse generazioni di barriere costiere (gli accumuli paralleli alla costa che fungono generalmente da argine) e da retro-barriere (le zone più paludose che si sviluppano sul retro della barriera costiera), oltre ad ambienti di laguna, palude e delta. Questi paesaggi potevano svilupparsi durante le fasi in cui l’innalzamento del livello del mare rallentava, per poi essere rapidamente sommersi durante le successive fasi di ingressione marina. “Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua – ha spiegato la geologa marina dell’Ogs e coautrice dell’articolo Federica Donda – e la loro storia ed evoluzione non può essere compresa attraverso la sola archeologia terrestre”. Dai dati si evince come si muovevano le popolazioni, dove si insediavano, quali risorse sfruttavano e come reagivano alla trasformazione del territorio provocata dall’innalzamento del livello del mare. Migliaia di anni, insomma, finora perduti e oggi restituiti alla ricerca archeologica, alla ricerca di una parte di territorio oggi non più visibile.