Quando si parla di prevenzione dei tumori, si pensa quasi sempre al fumo, all’alcol, all’alimentazione e alla familiarità. Più difficile è riconoscere il peso di un’esposizione quotidiana, involontaria e condivisa: l’aria che respiriamo migliaia di volte al giorno. Un’analisi pubblicata il 24 agosto su Nature Health indica che l’inquinamento atmosferico deve entrare con maggiore decisione nel quadro della prevenzione oncologica. Non come spiegazione unica della malattia, e tanto meno come diagnosi applicabile al singolo paziente, ma come fattore di rischio che agisce sulle popolazioni nel corso del tempo.

La distinzione è essenziale. I ricercatori non hanno seguito individualmente 109 milioni di persone, ricostruendone abitudini, occupazioni e storia clinica. Hanno invece esaminato 109 milioni di diagnosi oncologiche aggregate, provenienti da registri e banche dati pubbliche, e le hanno messe in relazione con le concentrazioni di tre inquinanti in 952 località dei cinque continenti, fra il 2000 e il 2020. I tassi d’incidenza, standardizzati per età, sono stati confrontati con l’esposizione a particolato fine, biossido di azoto e ozono, considerando periodi di accumulo fino a dieci anni e correggendo i modelli per clima, vegetazione e reddito.

Che cosa emerge? Innanzitutto, il segnale più consistente riguarda il PM2.5, cioè l’insieme delle particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri, tanto piccole da poter penetrare in profondità nei polmoni. A ogni incremento di 10 microgrammi per metro cubo nell’esposizione di lungo periodo corrispondeva un’incidenza complessiva dei tumori superiore del 16%. L’aumento risultava dell’11,7% per il biossido di azoto e del 4,2% per l’ozono.

Non si tratta, dunque, degli effetti attribuibili a una giornata particolarmente critica, né di una relazione automatica fra un episodio di smog e una diagnosi. Si tratta invece del confronto fra popolazioni che, per anni, hanno respirato concentrazioni differenti di sostanze inquinanti. Il biossido di azoto è associato soprattutto ai processi di combustione e al traffico; l’ozono al suolo si forma nell’atmosfera mediante reazioni favorite dalla luce solare. E le associazioni osservate non riguardano soltanto i tumori dell’apparato respiratorio, come si potrebbe intuitivamente ritenere, ma anche neoplasie dell’apparato digerente, riproduttivo ed endocrino.

In secondo luogo, lo studio ha tradotto queste associazioni in una stima del carico oncologico globale nei vent’anni considerati: circa 8,82 milioni di diagnosi attribuibili al PM2.5, 6,67 milioni al biossido di azoto e 2,59 milioni all’ozono. Sono cifre rilevanti, ma devono essere interpretate correttamente. Non possono essere sommate, perché le persone respirano contemporaneamente più inquinanti, spesso prodotti dalle stesse sorgenti e capaci di sovrapporsi nei loro effetti. Né è possibile apporre su ciascun caso un’etichetta che indichi con certezza l’inquinamento come causa: sono stime controfattuali, vale a dire calcoli ottenuti confrontando quanto è stato osservato con quanto i modelli prevedono in condizioni differenti di esposizione.

La terza considerazione riguarda le differenze fra uomini e donne. La quota attribuibile al PM2.5 risultava quasi una volta e mezza più elevata nelle donne, mentre quella associata al biossido di azoto era superiore di oltre 1,3 volte; per l’ozono, viceversa, i valori apparivano simili. Questa disparità è stata rilevata, ma non ancora spiegata. Possono concorrervi fattori biologici e ormonali, differenze occupazionali oppure differenti modalità di esposizione. Trasformare un’osservazione in una conclusione causale, senza ulteriori verifiche, non sarebbe scienza ma semplificazione.

Esiste, del resto, una plausibilità biologica. Il particolato può favorire lo stress ossidativo, cioè uno squilibrio capace di danneggiare le cellule, l’infiammazione cronica, le alterazioni del DNA e le modificazioni della risposta immunitaria. L’ozono è un potente ossidante; il biossido di azoto può compromettere le barriere epiteliali, le superfici cellulari che proteggono i tessuti, e può anche segnalare la presenza di miscele più complesse generate dalla combustione. Non a caso, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro classifica già l’inquinamento atmosferico esterno come cancerogeno certo per l’uomo.

Ciò non toglie tuttavia che lo studio presenti limiti precisi. Essendo un’analisi ecologica, mette in relazione dati riferiti a popolazioni e territori, ma non collega l’esposizione personale di ciascun individuo alla sua storia clinica. Non può inoltre misurare completamente l’influenza del fumo, dell’occupazione, dell’inquinamento domestico o degli incendi. Anche le rilevazioni satellitari perdono precisione nelle regioni in cui le centraline di monitoraggio sono scarse. La forza del risultato non consiste quindi nell’aver risolto ogni incertezza, bensì nell’aver reso più visibile, su una scala geografica e temporale molto ampia, un’associazione coerente con quanto già sappiamo.

Perché questa distinzione è tanto importante? Perché una lettura allarmistica produrrebbe paura senza conoscenza, mentre una lettura riduttiva finirebbe per ignorare un rischio collettivo. Non possiamo stabilire, sulla base di questa mappa, quale singolo tumore sia stato provocato dallo smog. Possiamo però ritenere che ridurre l’esposizione della popolazione significhi diminuire anche una parte del carico oncologico. È questo il passaggio dal dato scientifico alla responsabilità pubblica.

La prevenzione, infatti, non coincide soltanto con la somma delle scelte individuali. Richiede anche ambienti che non rendano quelle scelte insufficienti, sistemi capaci di misurare le esposizioni e istituzioni consapevoli delle conseguenze sanitarie dell’aria contaminata. Rendere l’aria più pulita non significa soltanto proteggere i polmoni o migliorare la qualità della vita: significa fare prevenzione oncologica. E difendere la salute prima che la malattia compaia resta uno dei doveri fondamentali di una medicina razionale e di una società civile.

Zhang G., Li Y., Li A. et al., “Global cancer burden associated with long-term exposure to ambient air pollution”, Nature Health, 24 agosto 2026, doi: 10.1038/s44360-026-00180-4.

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