di
Marco Bonarrigo
In Diamond League tutti i 9 finalisti sono scesi sotto i 10”. Nella gara più qualificata di tutti i tempi, la finale dei Giochi di Parigi 2024, la barriera venne infranta soltanto da otto atleti
«Una fiammata nera, i 100 metri. Sul filo di lana il petto possente di Jim Hines, il gigante dell’Arkansas che per primo infrange la barriera dei 10”. Il fotofinish ha scattato un’immagine che passerà alla storia dello sport: «otto saette tese nello stesso anelito». Il 14 ottobre 1968 il Corriere della Sera raccontò così la finale dei 100 metri dei Giochi di Città del Messico, dove l’americano Hines corse in 9”95 con cronometraggio elettrico, tempo che fino a pochi anni prima era ritenuto fuori dalla portata degli umani. Hines distrusse gli avversari, l’ultimo classificato, il malgascio Ravelomanantsoa, chiuse in 10”25. Ci vollero altri 15 anni perché Carl Lewis (9”97) abbassasse il limite a livello del mare, in quello che per gli statistici è il primo tempo di riferimento moderno.
Domenica scorsa nella tappa polacca di Diamond League si è aperto un altro capitolo nella storia dei 100 metri: con vento nella norma, tutti e nove i finalisti hanno corso in meno di 10”, spaziando dal 9”83 del giamaicano Seville al 9”99 del camerunense Eseme, un groviglio senza precedenti sulla linea bianca. Nella gara più qualificata di tutti i tempi, la finale dei Giochi di Parigi 2024 (tempo medio 9”84 contro i 9”93 polacchi), la barriera venne infranta soltanto da otto atleti.

Anche se la tecnologia di costruzione di piste e calzature è migliorata in modo enorme come del resto le tecniche di allenamento, i 10” netti rappresentano da sempre uno spartiacque nel qualificare l’eccellenza di un velocista. Quando Filippo Tortu nel giugno 2018 corse in 9”99 battendo lo storico 10”01 di Pietro Mennea, in Italia gridammo quasi al miracolo.
Ma ora qualcosa è cambiato, il 2026, pur senza Mondiali e Olimpiadi, sembra un anno di svolta e il vecchio «dieci netti» un obiettivo ormai banale: da gennaio a ieri, quando mancano ancora un paio di mesi alla fine del periodo agonistico, sono 49 gli atleti di tutto il mondo che hanno infranto per ben 133 volte la barriera. È un numero record: lo scorso anno c’erano riusciti in 38, nel 2024 in 35, nella stagione olimpica 2021 solo in 24 mentre il 2009 del 9”58 di Bolt (prima dell’arrivo delle magiche scarpe dalle suole in carbonio) registrò solo undici prestazioni.
Tra le possibili ragioni del boom, il fatto che i grandi marchi delle calzature sportive hanno da poco allargato la fornitura di modelli ultratecnologici ad atleti forti ma non di primissimo piano. In uno sprint che corre sempre più veloce, il limite all’evoluzione resta Usain Bolt. Ormai quasi maggiorenne, il 9”58 corso a Berlino nel 2009 pare lontanissimo. Gli atleti in attività più vicini al giamaicano sono i suoi connazionali Kishane Thompson (9”75) e Oblique Seville (9”77) ma con un gap importante che non sembrano in grado di colmare. A questo va aggiunto il risultato di uno studio dell’Università del Massachusetts che trasforma in 9”42 il tempo di Bolt se Usain avesse potuto usare le super chiodate di cui dispongono i colleghi.
Immaginando di trovare entro 10/15 anni un Bolt più dotato di Bolt che corra su piste ancora più reattive con calzature più performanti (ma non illegali) i ricercatori fissano un limite invalicabile alla velocità raggiungibile da un essere umano: 9”29. A questo limite potranno avvicinarsi solo pochissimi eletti perché, come dimostrano le statistiche, anche se aumenta il numero di atleti molto veloci (quelli che per esempio corrono sotto i 10”), analizzando i 16 sprinter che nella storia sono scesi sotto i 9”80 si scopre che solo sei di loro sono ancora in attività: il super talento è rarissimo e fragile. Sotto i 9”29, garantiscono gli studiosi, può arrivare solo un umanoide con i muscoli di titanio e un microprocessore al posto del cuore.
25 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA