VENEZIA – Meno utile per i giganti dei supermercati. La crescita delle vendite non si è tradotta in un analogo miglioramento della redditività per diversi operatori della grande distribuzione organizzata veneta, alle prese con una crescente pressione sui costi. Per Alì, pesa l’aumento del costo della merce, che ha scelto di assorbire almeno in parte. Pure Lando evidenzia una riduzione del margine di ricarico. Incide, invece, a livello trasversale l’aumento del costo del lavoro, legato anche agli effetti dei rinnovi contrattuali. Nulla, ad ogni modo, che scalfisca la solidità granitica di un comparto che naviga a gonfie vele.
APPROFONDIMENTI
Alì assorbe
A partire da Alì Spa: 119 punti vendita di cui 114 in Veneto e 5 in Emilia Romagna. La società padovana dei supermercati presieduta da Gianni Canella (e controllata dalla holding Alì Srl guidata dal fratello Marco) ha chiuso il 2025 con un valore della produzione pari a 1,4 miliardi di euro, in lieve crescita sul 2024 (+2,3%), un margine operativo lordo di 101,5 milioni, con un calo del 6,81% rispetto all’anno precedente. Anche l’utile scende a 46,3 milioni (rispetto ai 58 del 2024). La riduzione del margine, spiega la società, deriva da una «precisa scelta del management aziendale che, per non gravare sul paniere di spesa delle famiglie già appesantito dagli effetti inflazionistici degli ultimi anni, ha deciso di trasferire solo parzialmente ai clienti finali l’aumento del costo delle materie prime». A comprimere i margini contribuiscono anche l’energia (1,1 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente) e la spesa legata al personale. Una voce che risente del rinnovo del contratto nazionale.
Pam e il costo del lavoro
Fattore, quest’ultimo, che ricorre anche nei conti di Gecos, holding veneziana dei Bastianello, che controlla il 100% del Gruppo Pam (a sua volta articolato nelle società Pam Panorama Spa e In’s Mercato Spa), e può contare su una rete di 798 punti vendita a gestione diretta più 239 affiliati. Ma procediamo con ordine. Il valore della produzione è sostanzialmente stabile, a 3,4 miliardi di euro. Cala il margine operativo lordo, ma soprattutto il risultato operativo, che da 38,5 milioni scende a 31,2. Le cause? Incremento dei costi logistici, oneri legati alla chiusura di punti vendita e costo del lavoro, sempre per effetto del rinnovo del contratto nazionale. Utile a 26 milioni (erano 32 l’anno prima).
Lando argina
La padovana F.lli Lando (con sede amministrativa nel Veneziano, a Cazzago di Pianiga) presieduta da Artemio Lando, con 15 grandi superfici nel Nord-Est, conferma il quadro. Il valore della produzione cresce del 2,1% e raggiunge 744,5 milioni di euro. Ma allo stesso tempo, il margine operativo lordo scende del 10,7%, a quota 49 milioni. Parallelamente flette l’utile del 21%, attestandosi a quasi 22 milioni di euro. Pesano inflazione e minor potere d’acquisto dei clienti, i quali, considerate le circostanze, gestiscono la spesa in maniera molto più oculata. È in questo contesto che pure Lando è intervenuta per «limitare il più possibile il rincaro dei prodotti, al fine di venire incontro alle esigenze della nostra clientela e per contrastare la concorrenza». Una strategia che, secondo la società, spiega l’aumento del fatturato, e ha fatto registrare nei primi mesi del 2026 risultati «incoraggianti e superiori alle nostre aspettative». Insomma, nel 2025 i giganti veneti della grande distribuzione reggono l’urto dell’inflazione. Intanto il 2026 prosegue con altrettante incognite: sarà una nuova partita.