Nonostante le piogge di missili russi sull’Ucraina, la guerra di logoramento sta riportando Vladimir Putin davanti a una scelta che ha cercato di evitare: chiedere ai russi un sacrificio umano molto più visibile. Non basta più mobilitare l’economia, trasformare le fabbriche, aumentare la produzione di missili e droni. Potrebbe essere necessario mobilitare di nuovo la società, attraverso reclutamenti di massa

Ucraina-Russia, la guerra in diretta



















































E una di queste mobilitazioni apre uno scenario allarmante: una «fuga in avanti» di Putin, che per nascondere i propri insuccessi potrebbe aprire un nuovo fronte a Kaliningrad, exclave strategica incuneata tra la Polonia e i Paesi Baltici. È uno scenario estremo, ma la Nato è costretta a contemplarlo: perché sono i militari russi a farlo.

Per capire lo scenario Kaliningrad bisogna allargare lo sguardo al bilancio del conflitto, all’impasse in cui si trova Putin, alle mosse che prepara. Secondo fonti dell’intelligence occidentale citate dal Wall Street Journal, le forze armate russe stanno conducendo esercitazioni per verificare la propria capacità di assorbire una nuova mobilitazione di massa: come convocare i riservisti, dove alloggiarli, come nutrirli, equipaggiarli e addestrarli. Non significa che la decisione sia stata presa. Il Cremlino potrebbe aspettare almeno le elezioni parlamentari di fine settembre. Ma il fatto stesso che vengano collaudate le procedure indica che l’ipotesi è entrata nella pianificazione concreta.

Gli insuccessi di Putin e un seconda mobilitazione di massa: la tentazione di un nuovo fronte a Kaliningrad

Il problema russo è noto. Putin continua a voler conquistare l’intero Donbass, mentre i progressi sul terreno restano lenti e costosi. L’International Institute for Strategic Studies osserva che questa guerra ha riportato al centro una dimensione che le guerre tecnologiche sembravano avere relegato nel passato: la massa. Artiglieria, droni, missili e bombe plananti sono decisivi, ma occorrono ancora molti soldati per conquistare e soprattutto occupare il territorio. L’idea che le guerre siano entrate in una fase «solo» tecnologica è un’illusione.

Finora Putin ha cercato di risolvere questo problema evitando una seconda mobilitazione generale. Dopo il trauma del settembre 2022, il Cremlino ha preferito una leva permanente ma più discreta: stipendi elevati, premi d’ingaggio sempre più generosi, pressioni delle amministrazioni locali, reclutamento nelle regioni più povere, nelle carceri e anche all’estero. È stato documentato perfino il reclutamento di cittadini africani (in particolare mercenari dal Sudafrica). Oltre ai nordcoreani forniti da Kim.

È una strategia politicamente astuta perché distribuisce il costo della guerra. Per una larga parte della popolazione delle grandi città russe, l’Ucraina rimane qualcosa che si guarda alla televisione. La mobilitazione del 2022 aveva infranto questa distanza psicologica. Centinaia di migliaia di uomini erano fuggiti verso Georgia, Kazakhstan, Armenia e altri paesi. Famiglie che potevano tollerare una guerra combattuta da professionisti, volontari e abitanti delle periferie dell’impero scoprivano improvvisamente che poteva arrivare una cartolina precetto. L’esodo di popolazione maschile in età di leva era stato pesantissimo, un’emorragia grave per una nazione che è già da molti anni in fase di spopolamento.

Putin ha imparato quella lezione. Oggi dispone di strumenti amministrativi migliori. Il nuovo sistema elettronico consente di identificare e convocare gli uomini in età militare con una precisione che mancava quattro anni fa. Anziché annunciare una spettacolare «mobilitazione numero due», il Cremlino potrebbe procedere per piccoli contingenti successivi. È la metafora usata da Alexey Yusupov, citato dal Wall Street Journal: cuocere lentamente la rana.

Dal punto di vista militare, però, i tempi contano. Michael Kofman, uno dei maggiori studiosi delle forze armate russe, osserva che una mobilitazione decisa adesso arriverebbe troppo tardi per produrre risultati prima dell’inverno. Un soldato non diventa utilizzabile solo perché riceve un’uniforme. Deve essere equipaggiato, addestrato, assegnato a un reparto, integrato in una catena di comando. Se Putin vuole Kramatorsk e Sloviansk entro tempi ravvicinati, doveva mobilitare mesi fa. Una nuova leva sarebbe un investimento sulla campagna del 2027.

Questo non significa che sarebbe irrilevante. In una guerra di attrito, la possibilità russa di sostituire le perdite è uno degli elementi fondamentali del rapporto di forza. 

Anche l’Ucraina soffre una grave crisi di uomini. Zelensky ha deciso aumenti delle paghe militari e un maggiore ricorso al reclutamento di stranieri proprio per affrontare la scarsità di personale; la capacità ucraina di impedire sfondamenti russi è sottoposta a pressioni crescenti. La superiorità demografica russa quindi conta. Ma non è infinita

Il primo limite è economico. La Russia ha già un problema di scarsità di manodopera. Centinaia di migliaia di uomini sono entrati nelle forze armate, altri hanno lasciato il paese, mentre l’industria bellica ha sottratto lavoratori ai settori civili. La carenza ormai è così seria che Mosca sta cercando nuovi lavoratori stranieri. Una mobilitazione di massa aggraverebbe precisamente questa strozzatura.

Ogni nuovo soldato produce un doppio costo. Lo Stato deve pagarlo, nutrirlo, equipaggiarlo e infine indennizzare la famiglia se viene ucciso o ferito. Al tempo stesso quell’uomo scompare da una fabbrica, un’impresa di costruzioni, una ferrovia, un’attività commerciale.

Il secondo limite è militare. La quantità non coincide con la qualità. La mobilitazione del 2022 contribuì a stabilizzare il fronte russo dopo le sconfitte di Kharkiv e Kherson, quindi sarebbe sbagliato liquidarla come un fallimento. Ma rivelò enormi problemi organizzativi. Mandare altre centinaia di migliaia di uomini al fronte richiede ufficiali, sottufficiali, addestratori, caserme, mezzi e sistemi logistici. Inoltre il campo di battaglia è diventato ancora più letale. La proliferazione dei droni rende più difficile concentrare uomini e mezzi senza essere individuati.

Infine esiste il limite politico. Non vi sono segnali che una nuova mobilitazione provocherebbe una rivolta. Ma proprio la cautela del Cremlino dimostra che Putin considera questo terreno pericoloso. Finché la guerra rimane una fonte di reddito per chi sceglie di combatterla, il contratto sociale regge meglio. La coscrizione obbligatoria cambia la natura del contratto.

Qui entra in scena Kaliningrad. È significativo che una delle esercitazioni sulla mobilitazione sia avvenuta proprio in questa piccola exclave russa stretta fra Polonia e Lituania. Per comprenderne il valore simbolico e militare bisogna risalire molto indietro. Kaliningrad era Königsberg, città prussiana, capitale della Prussia Orientale e patria di Immanuel Kant. Per secoli appartenne allo spazio germanico. Alla fine della seconda guerra mondiale l’Armata rossa conquistò la regione e gli accordi fra le potenze vincitrici ne sancirono il passaggio all’Unione Sovietica. La popolazione tedesca fu espulsa o fuggì; Königsberg venne ribattezzata Kaliningrad nel 1946. La Prussia Orientale scomparve dalla carta geografica europea.

Durante la guerra fredda quella posizione aveva un’enorme utilità strategica. Kaliningrad divenne una base militare sovietica avanzata sul Baltico. Il porto di Baltysk è l’unico nel Baltico dove la flotta russa ha accesso ai mari aperti tutto l’anno. Dopo il 1991 la geografia però cambiò significato. L’indipendenza di Lituania, Lettonia ed Estonia separò fisicamente la regione dal resto della Federazione russa; l’ingresso di Polonia e Paesi Baltici nella Nato la trasformò infine in un avamposto russo circondato dal territorio dell’Alleanza atlantica.

È contemporaneamente una forza e una debolezza. È una forza perché consente alla Russia di schierare nel cuore del Baltico forze navali, missili, difese antiaeree e altre capacità militari vicinissime ai paesi Nato. È una debolezza perché in caso di guerra Kaliningrad sarebbe isolata dal territorio russo. Da qui nasce l’ossessione per il corridoio di Suwałki: una fascia di territorio lunga una sessantina di chilometri lungo la frontiera polacco-lituana, incuneata fra Kaliningrad e la Bielorussia. È anche il collegamento terrestre fra Polonia e Paesi Baltici. La Nato stessa lo considera uno dei punti più delicati del proprio fianco orientale.

Basta guardare la carta geografica per capire l’incubo degli strateghi baltici e occidentali. In un conflitto Russia-Nato, forze russe provenienti da Kaliningrad e forze russe o bielorusse provenienti dalla Bielorussia potrebbero tentare di congiungersi attraverso quel corridoio. Se riuscissero a interromperlo, Estonia, Lettonia e Lituania perderebbero il loro collegamento terrestre con il resto dell’Alleanza. La chiusura del Suwałki Gap potrebbe ostacolare o rallentare l’arrivo di rinforzi americani e Nato.

È questo che rende inquietanti le esercitazioni russe a Kaliningrad. Non perché dimostrino che Putin abbia deciso di attaccare la Nato: non esiste oggi una prova di questa decisione. E bisogna distinguere fra preparare un’opzione militare e avere intenzione di usarla. Le grandi potenze pianificano scenari anche estremi. Ma Polonia e Paesi Baltici ragionano sulla base delle capacità, non delle rassicurazioni

Il timore più grave riguarda lo scenario della «fuga in avanti». Se Putin si trova impantanato in una guerra ucraina sempre più costosa, senza una vittoria decisiva ma senza volersi o potersi ritirare anche per le crescenti critiche della sua ala nazionalista, potrebbe essere tentato di modificare il quadro strategico. Kaliningrad offre un teatro ideale per esercitare pressioni sulla Nato: provocazioni, incidenti aerei o navali, guerra elettronica, minacce al corridoio di Suwałki, fino allo scenario estremo di un’azione militare limitata destinata a mettere alla prova l’articolo 5.

Per impedire che Mosca possa credere in una simile possibilità, la Nato ha rafforzato in qualche misura il proprio fianco orientale. Oggi mantiene forze multinazionali avanzate e attività aeree e marittime; nel 2025 ha lanciato Eastern Sentry e continua esercitazioni nell’area del Suwałki Gap.

Una nuova mobilitazione di massa in Russia sarebbe anzitutto il segnale delle difficoltà di Putin in Ucraina. Dimostrerebbe che quattro anni e mezzo di guerra hanno consumato una quantità di uomini che il reclutamento volontario fatica ormai a rimpiazzare. Ma ciò che rivela una debolezza può generare un nuovo pericolo.

Kaliningrad aggiunge un’altra dimensione a questa vicenda. È il luogo dove la vulnerabilità russa e quella occidentale quasi si toccano. Mosca può usare come pretesto e casus belli il teorema sull’isolamento della sua exclave; Varsavia, Vilnius, Riga e Tallinn temono che il Cremlino cerchi un giorno di eliminarlo spezzando il corridoio che unisce i Baltici alla Nato. La storia insegna che può essere pericoloso un autocrate convinto che il tempo lavori contro di lui.

25 agosto 2026, 11:57 – modifica il 25 agosto 2026 | 12:01