di
Paola Pollo
Lo stylist: «Me ne andai dal Veneto, mi bullizzavano anche le maestre. Il mio armadio? Un archivio»
Accanto a Dua Lipa c’è sempre lui: l’amico, lo stylist, l’uomo delle intuizioni, Lorenzo Posocco da Conegliano: 43 anni, laurea in comunicazione e una strada «segnata» dalle vetrine delle boutique inarrivabili di un centro di paese, da una madre forte ed elegante, dalla cattiveria di chi si prendeva gioco di lui e dalla sua caparbietà nel fare quel che sentiva dentro.
Cominciamo da Dua… ma che fa, già si ritrae?
«Non pubblico fotografie che loro non hanno pubblicato, non racconto cose che loro non hanno raccontato. Penso che la fiducia si costruisca anche così. Il loro lavoro è già talmente esposto che credo sia giusto proteggerli».
Ma, almeno, come vi siete conosciuti?
«Nel 2015, su un set fotografico, lei aveva 20 anni e aveva appena lanciato un mini disco, io 34: un colpo di fulmine. Ci siamo innamorati come due ragazzini: io del suo talento e lei del mio entusiasmo. Ci siamo riconosciuti e abbiamo pensato che insieme potevamo creare un progetto di musica e moda. E tutto è arrivato veloce. Nel 2017 eravamo già ai Grammys. Con lei c’è una sintonia che va al di là del vestito, difficile da replicare: ci confrontiamo, ci ascoltiamo, ci fidiamo. Io non penso mai al mio lavoro come a qualcosa che devo imporre a un artista, ma come una costruzione fatta insieme».
E siete arrivati lontano.
«Ogni artista ha dentro di sé la propria identità. Il mio lavoro è cercare di tirarla fuori, non inventarla».
Gli artisti, si sa, sono volubili, ha paura di questo?
«No, questa è una cosa che considero una fortuna del mio carattere. Non ho molto senso di “fomo” (fear of missing out: la paura di essere tagliati fuori o di perdersi qualcosa, ndr). Se una cosa si interrompe, non mi manca necessariamente. Mi interessa sapere di aver dato una direzione e vedere poi che quella direzione continua, magari attraverso altre persone. Fa parte del mio mestiere».
Posocco prima di Dua?
«Sono cresciuto a Conegliano. Ero un bambino bullizzato. E bullizzato male. Ero sovrappeso, avevo anche un problema fisico che mi faceva avere a volte la pelle più giallastra e la gente se ne approfittava. La cosa assurda è che tutto è cominciato anche da alcune insegnanti delle elementari che hanno notato il mio difetto e lo hanno reso pubblico davanti agli altri. Da lì è partita una catena per cui tutti si sono sentiti autorizzati a prendermi in giro. Ero più effeminato, più eccentrico rispetto agli altri, in una scuola di provincia. Mi sentivo quello che non veniva capito. Il bullismo è una cosa che ancora combatto molto perché penso sia una delle forme peggiori di ignoranza. E oggi è ancora più complicato, perché non c’è più soltanto quello che succede a scuola: ci sono anche i social».
Ha mai cercato un confronto con chi la bullizzava?
«No. Non penso sia giusto dare a quelle persone quello spazio. Ho semplicemente tagliato e sono andato avanti. Però quando torno e vedo che ora mi acclamano, mi lascia sempre un po’ di amaro. Non credo che la riconoscenza debba arrivare soltanto quando una persona ha successo. Io non sono cambiato».
Via da Conegliano, allora: prima Milano e poi Londra.
«Dopo la laurea allo Iulm comincio a lavorare nello styling, ma sento il bisogno di conoscere fotografi e set: esperienze costruttive con Antonio e Patrizia Marras e poi in Mtv e in una rivista di nicchia. Ma la città non capiva me e io non capivo lei. Londra invece mi ha accolto, in tutto. Nei club eravamo diversi e uguali. C’era un’apertura mentale che mi ha dato anche la confidence che cercavo».
E il suo successo arriva nell’era degli stylist che ora dettano legge nella musica e nella moda, corteggiati tanto quanto gli artisti. Però non è detto che abbiano sempre ragione.
«A volte si vedono cose che non funzionano. E secondo me c’è anche un problema più generale nella moda: si rischia di fare tantissima ricerca, tantissima interpretazione, ma di dimenticare che un abito dovrebbe anche far sentire bella una donna e aiutarla sul palco. Il corpo è un corpo preciso. Puoi sperimentare, certo, ma se perdi completamente quella funzione sbagli. Io non mi faccio corteggiare e difendo la mia indipendenza: lavoro con i grandi ma cerco sempre designer giovani. Per questo sono ora tornato a Milano con un mio studio e un gruppo di ragazzi che sto formando con un approccio diverso».
C’è un tono nostalgico nelle sue parole?
«Un po’ sì. Mi manca il senso del sogno. Quel momento in cui guardi un abito e pensi: “Wow, questo ti farà sentire al massimo di te stessa”. E poi non c’è voglia di rischiare per la paura di sbagliare. E non ci si spinge quindi oltre».
E lei ha mai sbagliato?
«Non posso fare il nome, ma è importantissimo. Seguii lei per paura di contraddirla e non il mio istinto: finì che mi disse, rivedendosi dopo “Lorenzo come mi hai vestito? Sembro Liza Minnelli”. Aveva ragione, lei voleva qualcosa di nuovo. Abbiamo interrotto la collab ma siamo rimasti amici. A volte devi lasciare andare se non entri in sintonia ».
Tra le persone che ama c’è Donatella Versace: strepitoso il lavoro che avete fatto con Marco Mengoni per il festival della vittoria nel 2023.
«Lei mi mise a disposizione il suo archivio e Marco si sentì pronto a cambiare immagine. Fu fantastico vederlo vincere in pelle nera. E sì, Donatella è una delle persone più intuitive che abbia mai conosciuto nel settore. Parli con lei e alla fine pensi: “Sì, comunque ha ragione lei”. Sono curiosissimo di vedere la visione di Pieter Mulier perché penso sia un genio, ma il glamour che Donatella manifesta è enorme».
Se potesse scegliere una persona, oggi, da vestire, chi sarebbe?
«Chloë Sevigny, Cher, Michelle Obama. E George Michael: per me sarebbe stato fantastico lavorare con lui».
A quali guardaroba ha messo mano?
«Ho lavorato con Rosalía, con Sabrina Carpenter e naturalmente con Dua. E poi Marracash, con cui abbiamo lavorato per diversi anni. Sfidante pure il Sanremo con Elodie; scegliemmo un abito del Valentino di Piccioli che aveva sfilato la settimana prima a Parigi! Un rischio ma con Elodie improvvisare è facile: lei è un’interprete perfetta».
Tutte donne forti: lo era anche sua madre?
«Assolutamente. Era, è, una donna bellissima, aveva sposato mio padre che era un calciatore a 19 anni ed erano una coppia meravigliosa, eleganti, sportivi, affiatati. Mi ha sempre seguito».
L’attrezzo del mestiere di uno stylist?
«Il double stick (lo scotch doppio per fermare le scollature, ndr): mai senza uno nella tasca per le emergenze».
Al suo armadio chi pensa?
«Compro tantissimo. Mi piace giocare con la moda. L’ultima ossessione è stata una intera collezione Versace. E poi archivio, faccio ricerca, compro pezzi vecchi. Tante cose che una volta vedevo e non potevo permettermi, oggi se le ritrovo e le compro».
Il look più iconico che abbia mai visto?
«Anna Oxa a Sanremo e quello string a vista».
E se invece potesse rifare il look a Jannik Sinner?
«Gli cambierei un po’ tutto. Però, vabbè, chiaramente c’è del materiale su cui lavorare».
Quindi una sfida in altri mondi la divertirebbe?
«Mi interessa molto capire cosa può diventare una persona attraverso l’immagine. Ma aver voglia di mettersi in gioco. Lo styling non è soltanto mettere un vestito, è capire chi hai davanti, c’è una buona dose di psicologia».
Questo è il superpotere?
«Credo che la parte più bella sia quando una persona arriva all’inizio un po’ impaurita, non sa neanche cosa chiederti, e poi improvvisamente esplode. È lì che il lavoro diventa interessante. Quando vedi che qualcuno prende una direzione e quella direzione gli rimane addosso».
25 agosto 2026 ( modifica il 25 agosto 2026 | 11:46)
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