Il fiorentino Lapo Becherini accanto al francese dopo l’infortunio alla schiena: “Il segreto è mantenergli il fuoco dentro. Goran decisivo, sa creare sfide quotidiane”
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25 agosto 2026 (modifica alle 14:49) – MILANO
Sul trofeo di Cincinnati alzato da un sorridente Arthur Fils sventola anche il tricolore italiano. A costruire l’asse con il tennista francese è arrivato da quasi un anno Lapo Becherini, da Firenze alla vittoria di un Masters 1000 col sogno di spingersi anche un po’ più in là: preparatore atletico di Fils, risponde da New York dove il classe 2004 ha ripreso a correre, direzione UsOpen: “A lui dico spesso che in tanti possono vincere un Masters 1000, ma l’importante è cercare di confermarsi. Confermare la mole di lavoro dei giorni precedenti anche nella settimana successiva”.
E così grazie a lei c’è un po’ di Italia pure a Cincinnati.
“Amo lavorare coi giovani, quella di Fils era una chiamata che non si poteva rifiutare. Lui è di una educazione unica e questo merito appartiene ai genitori. Ma la maturità e il killer instinct che ha raggiunto in campo, durante questi mesi, è strepitosa”.

Perché ha scelto di lavorare con lui?
“Mi chiamò lo scorso autunno, presi un volo solo per sedermi con lui a Parigi e vedere quanto credeva di poter tornare forte nel circuito. Era caduto nel vortice dell’infortunio alla schiena, bisognava recuperare per lunghi mesi. Gli dissi che non poteva rifiutare, perché è un gioiello, un diamante grezzo. Ha bisogno di persone che lo sappiano lavorare”.
Da campione fragile a solida realtà del circuito, in pochi mesi Arthur ha vinto a Barcellona e in Ohio.
“La differenza l’ha fatta il lungo blocco di allenamento a cui ci siamo sottoposti nei mesi dell’infortunio, da ottobre a gennaio. Abbiamo lavorato su più aspetti”.
“Fisicamente bisognava insistere sulla capacità di spostamenti. Lui si muove bene ma doveva migliorare: ad esempio il rovescio, lo vedevo in difficoltà soprattutto quando doveva andare in open stance, a divaricare le gambe sull’accelerazione avversaria. Lui doveva migliorarsi a livello posturale in quella circostanza e ci è riuscito anche grazie al team di fisioterapisti. Punta molto alla quantità, non è un giocatore fluido come Federer, ma se dovessi accostarlo a una leggenda del passato direi più Nadal. Poi, parallelamente, è iniziato un percorso con una nutrizionista. Non la chiamo dieta, ma un fattore di stile di vita: mangiare deve essere un piacere e deve ricordarti che sei un professionista. Nel percorso con lei, Arthur ha limato massa magra e massa grassa”.

E a livello motivazionale?
“Serviva lo stimolo, l’obiettivo short term. Lì è stato fondamentale l’innesto di Goran Ivanisevic come coach: lui sa creare piccole sfide quotidiane, esercizi non impossibili ma altamente stimolanti. Il segreto è mantenergli il fuoco dentro, fargli sviluppare ogni giorno confidenza interna e autostima senza diventare arroganti. E il coach poi ha creato un rapporto splendido: mi avevano detto che lavorare con Goran sarebbe stato divertentissimo, avevano pienamente ragione. Abbiamo trascorso settimane spettacolari”.
Un aneddoto del lavoro tra lei, Fils e Ivanisevic?
“Goran è di una simpatia e di un’umiltà uniche. Ma soprattutto è un uomo diretto, come piace al giocatore. Contro Buse a Madrid Arthur si lamentava dell’altitudine e delle condizioni, era preoccupato dal debutto in una cornice simile. Goran gli ha detto semplicemente di chiudere la bocca e cominciare a giocare a tennis. Fils cerca figure che siano oneste con lui e lo sappiano mettere in difficoltà”.
Fils è pronto a bussare alla top 10 e siede comodamente al quinto posto nella Race. Qual è il suo obiettivo?

“Sinceramente non ne abbiamo parlato. Non perché sia un tabù, ma semplicemente perché vogliamo insegnargli con Ivanisevic a essere costante. I coach sono forti, non parlano troppo dei risultati ma amano solo lavorare sul giorno per giorno e sul miglioramento. Se date una motivazione a Fils, lui riesce ad andare oltre la comfort zone. L’obiettivo come le Finals e i primi posti lo puoi avere, poi magari perdi un paio di partite e nella tua testa sfuma un po’. Da quando siamo migliorati sotto alcuni aspetti i risultati arrivano. Lo vedo già all’altezza della top 10, ma spero possa confrontarsi tutte le settimane contro i più forti. Ci serve come banco di prova”.
Contro Alcaraz, dopo aver perso nettamente a Doha, disse di non essere all’altezza. Ora è cambiato qualcosa, in questi sei mesi?
“Noi ci sentiamo in un momento positivo, penso che probabilmente ci siamo avvicinati rispetto a quanto visto a Doha, ma c’è ancora molto lavoro da sbrigare. Per me la differenza rispetto a Carlos e Jannik è che loro due hanno avuto uno staff duraturo e consolidato: i frutti di solito si raccolgono dopo tre-quattro anni di lavoro, non solo a livello tecnico ma anche in termini di maturità. Io, Goran e il nostro team speriamo di poter costituire quella base con Fils”.

Quando Arthur ha perso contro Sinner a Madrid, come ha reagito in privato?
“Aveva il fuoco negli occhi. Sono sconfitte che ti fanno venir voglia di tornare subito in campo a lavorare”.
Cambiamo argomento. Da cosa dipendono gli infortuni di oggi nel tennis?
“I fattori sono tanti e se ne parla parecchio, anche con gli altri staff. In primis il calendario e le scelte fatte dai giocatori in termini di tornei a cui partecipare. Con Fils abbiamo avuto molta chiarezza: ci siamo detti di rinunciare ai tornei quando era più importante allenarsi, e i risultati si sono visti perché abbiamo saltato Montecarlo e Arthur ha poi vinto a Barcellona e raggiunto le semifinali a Madrid. A volte i giocatori si iscrivono ovunque per paura di perdere ritmo partita e soprattutto punti in classifica, serve serenità e maturità, bisogna capire se si cerca di inseguire una classifica settimanale oppure inserirsi in un percorso più a lungo termine. Io il tour lo definisco una gara fra topi che cominciano a correre impazziti: a volte si vedono giocatori in top 30 che giocano pure i Challenger, ma mi sembra personalmente una follia, una visione non adatta a un atleta. Il calendario comunque va rivisto: forse dovremmo considerare per il ranking solo alcuni 500 oltre ai 1000 e agli Slam. Magari motiverebbe i giocatori. Qualcuno diceva di diminuire la durata della stagione, creando altri blocchi di pausa”.

Cosa si dovrebbe fare per proteggere gli atleti? Scegliamo una sola misura.
“Non mi dispiacerebbe l’idea di dare valore solo ad alcuni tornei dello Slam. Potrebbe essere interessante: a volte si viaggia da un continente all’altro solo per soldi e punti, e in quel modo si toglierebbe la motivazione della classifica”.
Chiudiamo con una provocazione. Se fra sei mesi Fils e Jodar approdassero in top 5, lei sarebbe sorpreso?
“Rafa ci può stare assolutamente, anche se al primo anno è tutto più facile nel fare punti: ho lavorato con Rune agli esordi, abbiamo vinto insieme a Bercy contro Djokovic e sembrava tutto scintillante. Le difficoltà sono arrivate dopo. Su Arthur dico che servono continuità di salute e condizione, ma se mantenesse entrambi i fattori non mi stupirei affatto di vederlo salire ancora”.
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