L’Arthur Ashe Stadium ha ritrovato quello che era il Dio del tennis. E New York, ancora una volta, si è inchinata al campione svizzero. Roger si è poi allenato con l’azzurro e ha sfidato i due campioni in un match di esibizione


Luigi Ansaloni

Collaboratore

25 agosto – 17:44 – MILANO

Sette anni dopo, l’Arthur Ashe Stadium ha ritrovato quello che un tempo era l’assoluto re da quelle parti. E New York, ancora una volta, si è inchinata a Roger Federer. Basta il suo nome per accendere lo stadio, per far tornare a galla ricordi che sembravano appartenere a un’altra epoca. Venti Slam, cinque trionfi agli Us Open, una carriera che ha cambiato il tennis: quando Federer mette piede sul cemento di Flushing Meadows, il tempo sembra semplicemente fermarsi.

L’emozione di Musetti—  

Dall’altra parte della rete, Lorenzo Musetti, quello che da molti, per stile di gioco, è considerato oggi il più vicino al fuoriclasse svizzero. Un privilegio, più che una semplice sessione di preparazione. Il carrarino, reduce dall’ottimo percorso di Cincinnati e pronto al debutto nel tabellone principale degli Us Open, si è ritrovato a palleggiare con l’uomo che per una generazione intera ha rappresentato il tennis nella sua forma più elegante, colui che il toscano ha sempre preso come eccezionale punto di riferimento. “Onorato di condividere il campo con il re”. Poche parole, sui social, ma dentro c’è tutto, così come lo sguardo di Musetti all’ingresso in campo, in coda a Federer: un sorriso enorme, quasi incredulo. L’emozione di Lorenzo, il rispetto per una leggenda, la consapevolezza di aver vissuto un momento che resterà nella memoria. Per qualche minuto, il confine tra passato e presente è sembrato svanire: da una parte Federer, dall’altra uno dei giovani talenti più eleganti del tennis.

roger—  

Federer, intanto, non ha perso il sorriso. E nemmeno la voglia di parlare del suo tennis, quello che oggi rischia di diventare una rarità. Il rovescio a una mano. “Sono ancora fiducioso che non sia la fine”, ha detto in conferenza stampa. Un piccolo manifesto, quasi una promessa. Perché quella giocata che lui ha trasformato in arte sopravvive ancora, anche se sempre più raramente, sui grandi palcoscenici. “Mi fa piacere vedere i giocatori con il rovescio a una mano ottenere buoni risultati”, ha raccontato Federer, ricordando gli anni della sua formazione: “Quando ero ragazzino, i miei allenatori erano al 90% giocatori con il rovescio a una mano”. Una tradizione che Musetti porta avanti con orgoglio e che, proprio in questi Us Open, potrebbe avere ancora un ultimo grande rappresentante capace di spingersi fino in fondo. Roger ancora in campo – Federer scenderà ancora un campo sull’Ash. Lo svizzero in un evento speciale tornerà a incrociare la racchetta con Andy Roddick in un singolare al limite del set, con il killer point sul 40-40. Poi ancora in campo, stavolta in doppio, insieme a John McEnroe contro Roddick e Andre Agassi. Una parata di leggende, un pezzo di storia del tennis riportato al presente. E il pubblico dell’Arthur Ashe lo sa. Per questo aspetta Federer come si aspetta qualcuno che non è mai davvero andato via.