di
Simone Golia

Il preparatore atletico e mentale della bielorussa, numero uno al mondo, svela la sua storia in un’autobiografia: «Non volevo avere a che fare con la droga. Era un limite che non avrei mai oltrepassato»

Aryna Sabalenka è la numero uno del tennis femminile, anche se agli Us Open potrebbe perdere il trono a causa delle recente crisi di risultati. In carriera ha toccato il cielo con un dito vincendo quattro Slam in rapida successione e mantenendo la vetta del ranking per 97 settimane. Ma è anche caduta rovinosamente: dopo il clamoroso ko contro Diana Schnaider ai quarti dell’ultimo Roland Garros urlò il suo desiderio di «smettere subito con il tennis», la sorprendente sconfitta con Naomi Osaka a Wimbledon l’ha spinta a promettere «che si sarebbe ubriacata completamente». A Cincinnati ha avuto un momento di forma smagliante per poi crollare di nuovo agli ottavi con la ceca Bejlec. 

La vita da senzatetto, i colpi di arma da fuoco

Una vita, una carriera sulle montagne russe, complicata da gestire. Da anni ci sta provando Jason Stacy, il suo preparatore atletico e mentale: in poche parole svolge un ruolo di «sensei» dal 2018, da quando lei ventenne era ancora una stella nascente del circuito Wta: «La grinta che ha e la sua personalità a volte possono rivelarsi la sua più grande debolezza, se non vengono gestite. Gran parte del mio lavoro consiste proprio nell’aiutarla a prendere maggiore consapevolezza di sé e a svilupparsi come persona, non solo come giocatrice, in modo che possa essere se stessa ed esprimersi liberamente», ha spiegato in più di un’intervista. 



















































Lo sport per Stacy è passione e salvezza. Ne ha viste di cose, altro che tennis. Le ha raccontate nella sua autobiografia, «The Pressure Code», in uscita nei prossimi giorni. Figlio di un pilota dell’aeronautica militare statunitense, Stacy si ritrovò senza fissa dimora a 13 anni, poco dopo la morte del padre, e trascorse diversi anni vivendo per strada a Tacoma, nello stato di Washington, a metà degli anni Ottanta, quando la città era tristemente nota per l’alto tasso di criminalità: «Tre delle commozioni cerebrali che ho subito sono state causate da colpi di arma da fuoco», racconta. «Sono stato accoltellato. Mi hanno sparato. Mi sono trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, non per scelta ma per sopravvivenza. Un paio di volte è successo perché non volevo avere a che fare con la droga. Era un limite che non avrei mai oltrepassato». 

Stacy trovò rifugio in una biblioteca e trascorse intere giornate a leggere di scienza e storia. «Era come un santuario per me, una fuga dal mondo dove non mi venivano fatte troppe domande», racconta. Sviluppò anche una passione per le arti marziali miste e sbirciava regolarmente dalla finestra di un dojo vicino. Un giorno si fece coraggio, bussò alla porta ed entrò a far parte della famiglia del dojo, dove gli fu offerto un posto dove stare gratuitamente per un anno. 

Il primo incontro con Sabalenka

Tra un allenamento e l’altro – Stacy è diventato cintura nera di jiu-jitsu – lavorava a turni in un banco dei pegni e in una libreria adiacenti al dojo, finché non ebbe risparmiato abbastanza denaro per rendersi indipendente. Da lì, si è formato come terapista sportivo, poi come allenatore, poi come preparatore atletico e infine ha studiato medicina sportiva. Ha lavorato per la squadra di football dei Seattle Sounders, con pazienti affetti da HIV/AIDS in una clinica medica, quindi in scuole superiori e università.

«Sapevo di voler lavorare con gli atleti e avevo un ottimo rapporto con loro, riuscivo a capire di cosa fossero capaci e ottenevano risultati migliori, dunque si fidavano di me rapidamente», ha spiegato. Stacy aveva lavorato con atleti olimpici e campioni del mondo di jiu-jitsu, judo e nuoto e aveva trascorso anni nell’ambiente del tennis quando l’allenatore di Sabalenka di allora, Dmitry Tursunov, li fece incontrare: «Tecnicamente, si potevano notare alcuni problemi – ricorda Stacy -. Fisicamente era forte, ma molto distaccata. Non aveva una buona consapevolezza del suo corpo. Se la cavava con molte cose, ma non sarebbe durata. Probabilmente sarebbe stata una di quelle giocatrici che vince qualcosa, poi scompare o subisce molti infortuni. L’altro aspetto riguardava il controllo emotivo. Ho pensato che se fossimo riusciti a mettere insieme questi elementi, avrebbe avuto davvero successo». Così è stato. 

Per stemperare la tensione, Stacy cerca spesso di integrare giochi, scommesse e scherzi negli allenamenti. Si è addirittura fatto tatuare temporaneamente sulla testa una tigre quando Sabalenka ha raggiunto la finale degli US Open lo scorso anno. Ora è chiamata a ripetersi, a uscire dalla crisi. Lui lo ha fatto, in una situazione molto più difficile. 

25 agosto 2026