di
Ruggiero Corcella
Dopo la seconda riunione del Comitato di emergenza sull’epidemia da Ebola Bundibugyo in Congo, l’Oms aggiorna le raccomandazioni: per gli Stati terzi il rischio resta «basso», senza chiusure delle frontiere né stop ai voli. Intanto sono oltre 5.500 i casi e 2.600 i decessi. Msf: «Un morto ogni mezz’ora»
L’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo resta un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale (PHEIC), ma per i Paesi non confinanti il rischio continua a essere considerato «basso» e non ci sono ragioni, allo stato attuale, per chiudere le frontiere o interrompere i collegamenti aerei. È il punto centrale delle nuove raccomandazioni temporanee dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), pubblicate il 24 agosto dopo la seconda riunione del Comitato di emergenza previsto dal Regolamento sanitario internazionale (IHR). Gli esperti si erano riuniti il 18 agosto per riesaminare un’epidemia che continua a espandersi rapidamente. Il Comitato ha confermato che l’evento costituisce una «Public Health Emergency of International Concern» (PHEIC), come stabilito il 17 maggio scorso, ma continua a non soddisfare i criteri per essere definito una «emergenza pandemica». Gli ultimi dati aggiornati al 23 agosto indicano che i casi confermati sono saliti a quota 5.514 e si contano 2.642 decessi, con un tasso di mortalità calcolato al 47,9%. Sale anche il numero delle persone guarite dall’inizio dell’epidemia, 1.200 in totale, secondo il bollettino governativo diffuso oggi. Il contagio si è diffuso in 57 zone sanitarie nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uele, Bas-Uele e Tshopo
Tedros: «L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo»
A descrivere senza attenuanti la situazione è stato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, aprendo la seconda riunione del Comitato. «Dobbiamo essere franchi: l’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo», ha detto. È ormai, secondo Tedros, la seconda più grande epidemia di Ebola mai registrata e si sta muovendo più rapidamente di qualsiasi precedente focolaio. Una velocità che il direttore generale ha definito «senza precedenti». Al momento della riunione quasi 5 mila persone erano state contagiate e più di 2.300 erano morte, in sei province e 55 zone sanitarie. Ancora più pesanti i dati delle autorità nazionali riportati da Medici Senza Frontiere (MSF): al 16 agosto si contavano oltre 5 mila casi confermati e più di 2.400 decessi. E nell’ultima settimana considerata le morti per Ebola si sono succedute al ritmo di circa una ogni mezz’ora. L’epidemia, sottolinea MSF, è diventata la più grande e mortale nella storia della Repubblica Democratica del Congo, in un territorio dove le comunità devono già fare i conti con conflitti, violenze, sfollamenti, fame e altre emergenze sanitarie.
Il nodo delle morti a casa e dei contagi che sfuggono al controllo
È soprattutto un dato a impensierire Tedros: dove muoiono i malati. «Ciò che mi preoccupa di più è dove le persone stanno morendo: a casa, nelle loro comunità, fuori dai centri di trattamento e fuori dalle liste dei contatti conosciuti», ha spiegato. Per il direttore dell’Oms ogni morte di questo tipo segnala potenzialmente «una catena di trasmissione che non abbiamo ancora trovato» e finché tutte le catene non saranno individuate e interrotte l’epidemia continuerà. I dati di MSF confermano il problema: dalla dichiarazione dell’epidemia, oltre il 60% dei decessi si è verificato fuori, e spesso molto lontano, dai centri di trattamento. Molti pazienti muoiono quindi nelle abitazioni o nelle comunità senza ricevere cure, mentre il virus può continuare a diffondersi prima che il caso venga identificato. «Questa epidemia continua a diffondersi e procede più velocemente della risposta messa in campo», afferma Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di MSF. Per questo, aggiunge, non basta aumentare i posti letto: «La risposta deve essere costruita con le comunità e non attorno a esse».
Il nodo delle morti a casa e dei contagi che sfuggono al controllo
Per la Repubblica Democratica del Congo, l’Oms considera il rischio «molto alto». Le nuove raccomandazioni chiedono di rafforzare la ricerca attiva dei casi, investigare rapidamente gli allarmi, aumentare la capacità diagnostica, seguire quotidianamente per 21 giorni i contatti dei casi confermati o probabili e isolare tempestivamente i sospetti. Servono centri di trattamento vicini alle zone di trasmissione, personale formato e protetto e funerali sicuri e dignitosi. Per i nove Paesi confinanti – Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia – il rischio regionale è invece giudicato «alto». L’indicazione non è però quella di chiudere i confini: bisogna potenziare sorveglianza, laboratori, squadre di risposta rapida e capacità di isolamento e trattamento. L’Uganda, ha ricordato Tedros, è già riuscita a interrompere la trasmissione dopo il diffondersi iniziale del virus, un risultato per il quale il direttore dell’Oms ha elogiato la risposta delle autorità e della popolazione.
Per gli Stati terzi, Italia compresa, il rischio resta «basso»
Molto diversa è la valutazione per il resto del mondo. Per tutti gli Stati terzi, compresi quelli europei e quindi l’Italia, il rischio rimane classificato dall’Oms come «Low», basso. Un punto essenziale per interpretare correttamente l’allarme internazionale: la gravità eccezionale dell’epidemia in Congo non significa che l’Oms consideri elevato il pericolo per la popolazione europea. Il verificarsi di casi importati resta possibile. Tedros ha ricordato che nel luglio scorso un viaggiatore ha portato il virus in Francia. I Paesi terzi devono quindi essere pronti a individuare, valutare, segnalare e gestire rapidamente persone con sintomi compatibili provenienti dalle zone di trasmissione. Ospedali, medici, travel clinic e autorità sanitarie ai punti d’ingresso devono conoscere le procedure; devono essere individuati preventivamente laboratori diagnostici e strutture capaci di isolare e assistere in sicurezza un eventuale caso. Ai viaggiatori provenienti dalle aree interessate va inoltre spiegato che cosa fare in caso di comparsa di sintomi nei 21 giorni successivi.
«Le frontiere non fermano un virus»
È proprio sui confini che le parole di Tedros assumono un significato particolare. «Le frontiere possono rallentare una risposta; non fermano un virus», ha detto ricordando il caso importato in Francia. Le raccomandazioni dell’Oms traducono questo principio in indicazioni molto concrete: non è raccomandata la sospensione dei voli provenienti dai Paesi con trasmissione comunitaria e non è raccomandato negare l’ingresso a viaggiatori o mezzi di trasporto provenienti da quei Paesi. Anche per gli Stati confinanti non viene indicata la sospensione dei collegamenti aerei o delle rotte fluviali. La strategia è invece quella di rafforzare informazione, sorveglianza e capacità di individuazione precoce. Nella Repubblica Democratica del Congo l’Oms raccomanda controlli sanitari in uscita da aeroporti, porti e valichi terrestri, mentre gli Stati terzi devono essere preparati a gestire un eventuale caso importato e a ricostruirne rapidamente i contatti.
Vaccini, sperimentazioni e una risposta ancora in rincorsa
«Ha avuto un grande vantaggio iniziale e stiamo ancora cercando di recuperare», ha detto Tedros descrivendo il rapporto tra l’avanzata dell’epidemia e la risposta sanitaria. L’Oms, Africa CDC e i partner stanno rafforzando la sorveglianza nelle comunità, aumentando la capacità di trattamento, sostenendo funerali sicuri e lavorando per costruire maggiore fiducia con le popolazioni. Intanto procede la ricerca. Per la prima volta due vaccini sviluppati specificamente contro il virus Bundibugyo sono entrati nella sperimentazione sull’uomo. Alla Repubblica Democratica del Congo sono state inoltre assegnate 70 mila dosi di Ervebo, vaccino autorizzato contro l’Ebola da virus Zaire: 20 mila saranno utilizzate in uno studio clinico di fase 3 per verificare una possibile protezione contro Bundibugyo e 50 mila sono destinate agli operatori sanitari e di prima linea. I dati di laboratorio e sugli animali suggeriscono una possibile protezione crociata, che deve però essere dimostrata nell’uomo. Il Comitato di emergenza tornerà a riunirsi entro tre mesi, o prima se necessario.
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25 agosto 2026 ( modifica il 25 agosto 2026 | 18:12)
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