Il colon può avere la nostra stessa età anagrafica e, tuttavia, mostrare un’età biologica diversa. È questo il significato più importante dello studio pubblicato il 25 agosto su Scientific Reports, nel quale i ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno costruito un orologio epigenetico specifico per il tessuto del colon. Non si tratta ancora di uno strumento capace di prevedere la salute futura del singolo individuo; si tratta, invece, di un metodo che consente di misurare con notevole precisione alcune modificazioni molecolari associate al trascorrere del tempo.
La distinzione è essenziale. L’orologio non ricerca mutazioni, cioè alterazioni della sequenza del DNA, ma osserva la metilazione, l’apposizione di piccoli contrassegni chimici in particolari punti del genoma chiamati siti CpG. Questi segni possono modificare il modo in cui i geni vengono letti e alcuni di essi cambiano con l’età secondo una relativa regolarità. Diventano così un calendario molecolare: non raccontano soltanto quanti anni siano trascorsi dalla nascita, ma descrivono come un determinato tessuto abbia attraversato quegli anni.
Perché dedicare un orologio proprio al colon? Perché gli organi non invecchiano necessariamente allo stesso ritmo e il colon è sottoposto ogni giorno al contatto con microbi, alimenti, sostanze infiammatorie e continui ricambi cellulari. Inoltre, il colon prossimale e quello distale non sono due segmenti perfettamente equivalenti: presentano origini, funzioni e profili molecolari in parte differenti. Il modello di apprendimento automatico, addestrato su campioni sani di colon umano, ha imparato non solo a stimare l’età del tessuto, ma anche a riconoscerne la provenienza anatomica.
I risultati ottenuti nella fase di verifica sono rilevanti. L’età stimata mostrava una correlazione di 0,978 con l’età cronologica e un errore medio di circa 3,9 anni, nonostante il modello impiegasse un numero di campioni e di siti CpG inferiore di un ordine di grandezza rispetto a molti orologi tradizionali. È una prestazione notevole. Ma non dobbiamo confondere la precisione nella datazione di un campione con la capacità di formulare una prognosi: la prima è stata dimostrata, la seconda no.
La ricerca acquista un interesse ulteriore quando l’orologio viene applicato a raccolte indipendenti di tessuti malati. Innanzitutto, nei campioni intestinali di persone con HIV il tempo epigenetico appariva accelerato anche durante la terapia antiretrovirale. In secondo luogo, un segnale analogo emergeva negli adulti affetti da colite ulcerosa, mentre non era rilevabile nei tessuti pediatrici. Infine, l’accelerazione risultava particolarmente evidente nei polipi del colon. Infiammazione cronica e lesioni preneoplastiche sembrano dunque lasciare una firma molecolare simile a quella dell’invecchiamento.
Questo non significa che un polipo sia un tumore, né che sia stata dimostrata una relazione causale diretta tra le malattie considerate e l’invecchiamento dell’intestino. La composizione cellulare dei campioni, le terapie ricevute, la durata della patologia e le differenze tra i pazienti possono aver contribuito ai risultati. L’orologio, almeno per ora, rileva un’associazione; non ricostruisce ancora la catena completa delle cause e degli effetti. È precisamente questa prudenza metodologica a distinguere un risultato scientifico da una conclusione affrettata.
Il dato che può suscitare maggiore attenzione, e anche qualche pericoloso equivoco, riguarda l’acido acetilsalicilico. Nello studio, il suo uso prolungato risultava associato a una parziale decelerazione dell’età epigenetica, soprattutto nel colon prossimale; un’indicazione coerente con precedenti analisi longitudinali, ma ricavata da una piccola coorte di donne polacche e da un’osservazione nella quale dose, caratteristiche delle utilizzatrici e altri possibili fattori non permettono di attribuire con certezza l’effetto al farmaco.
Possiamo allora assumere acido acetilsalicilico per “ringiovanire” il colon? La risposta è no. Il risultato non autorizza questa scelta, tanto più che il farmaco può provocare sanguinamenti gastrointestinali o intracranici e che il rapporto tra benefici e rischi deve essere valutato dal medico, come ricorda anche il National Cancer Institute. Trasformare un’associazione preliminare in una prescrizione sarebbe non soltanto scientificamente ingiustificato, ma contrario a quella cultura della prevenzione che richiede conoscenza, misura e responsabilità.
La promessa dello studio non è dunque una pillola capace di arrestare il tempo. È qualcosa di meno spettacolare, ma potenzialmente più utile: un nuovo strumento di misurazione molecolare con cui studiare le tracce lasciate nel colon dall’infiammazione, dalla malattia e forse dagli interventi preventivi. Dovranno venire conferme, campioni più ampi e studi capaci di chiarire i rapporti causali. La speranza razionale nasce così: non dal miracolismo, ma da strumenti migliori, verifiche rigorose e conoscenze che possano essere trasferite, con prudenza, alla tutela della dignità e della salute delle persone.

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Sagy N., Bender O., Bar D.Z., “Colon-specific epigenetic clocks from minimal features reveal disease-driven aging”, Scientific Reports, 25 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-64349-3.

