Se un paziente viene da lei che cosa fa prima di tutto?
«Si parte dai dati clinici e dalle analisi. Valuto anche il microbiota intestinale e poi passo a quelle che ho definito le domande magiche. Voglio capire qual è il rapporto di quella persona con il cibo, che cosa rappresenta per lui, a che emozioni è legato. Spesso il numero sulla bilancia è solo la punta di un iceberg: il mio è un metodo basato su un approccio multidisciplinare. Collaboro con altre figure professionali: endocrinologi, ginecologi, psicologi, sessuologi. Spesso dietro il rapporto col cibo si nasconde altro».

Quanto entra nella vita del paziente?
«Mi faccio raccontare la giornata lavorativa, le esigenze, il suo regime alimentare, analizzo la composizione corporea, mi faccio raccontare come e quanto si allena. Per me ogni
paziente è un progetto».

Lo sport conta nel costruire un nuovo equilibrio?
«Moltissimo. Nei miei percorsi lavoriamo anche sul movimento, perché non esiste uno sport adatto a tutti. Spesso si frequentano corsi in palestra o si seguono allenamenti molto intensi senza ottenere i risultati desiderati, perché quell’attività non risponde alle reali esigenze della persona. Per questo, quando costruisco un percorso insieme al paziente, parto dai suoi obiettivi, dal suo stile di vita e dall’immagine corporea che desidera raggiungere, valutando quale tipo di movimento possa accompagnarlo meglio. A volte, poi, lo sport è utilizzato come antistress e ci si allena ogni giorno, anche in maniera estenuante. Ma l’equilibrio passa anche dal recupero, fondamentale per tutelare fisico e articolazioni».

E quanto conta la testa?
«È fondamentale. Punto molto sulle emozioni, tanto che, se mai si dovesse modificare ancora una volta la piramide della dieta mediterranea, aggiungerei un tassello: quello delle emozioni. Non riesco più a vedere la piramide alimentare e quella dei bisogni umani di Maslow separate: per me si incastrano. Il modo in cui mangiamo è legato a come stiamo, a quanto sono soddisfatti i nostri bisogni primari e a quanto usiamo il cibo per compensare ciò che ci manca. La mia più grande soddisfazione è vedere un corpo trasformato, un umore cambiato, un sonno ripristinato, ritmi circadiani ristabiliti. Le persone alla fine mi ringraziano, ma la vera fatica la fanno loro, con
il loro impegno».

Oggi si scelgono strade più rapide, come i farmaci per perdere peso…
«Mi sembra che rispecchino un po’ la nostra società del tutto e subito. Io credo di più in un percorso che parta dal prendersi cura di sé, dall’alimentazione e dal tornare a percepire il proprio corpo. E penso che sull’uso di questi farmaci e sui loro effetti nel lungo periodo sia importante mantenere attenzione e cautela».