Milioni di persone si sottopongono ogni anno al classico esame del colesterolo LDL per valutare il rischio cardiovascolare, ma un nuovo studio della Northwestern University suggerisce che non sia il test più efficace. La ricerca, pubblicata sulla rivista JAMA, ha confrontato tre strategie per guidare le terapie ipocolesterolemizzanti e ha scoperto che l’esame dell’apolipoproteina B (apoB) previene più infarti e ictus rispetto al colesterolo LDL e non-HDL. Non solo: lo studio dimostra per la prima volta che utilizzare l’apoB per guidare le decisioni terapeutiche è anche conveniente dal punto di vista dei costi sanitari. Un risultato che arriva in un momento in cui le nuove linee guida internazionali raccomandano di iniziare le terapie ipocolesterolemizzanti sempre più precocemente.

Di Lavinia Giganti, giornalista, in collaborazione con la Dr.ssa Anna Bernabei Biondi Santi, ginecologa | Dossier Salute

IN SINTESI

  • Uno studio della Northwestern University, pubblicato su JAMA, ha simulato il percorso terapeutico di 250.000 adulti statunitensi.
  • Il test dell’apolipoproteina B (apoB) ha prevenuto più infarti e ictus rispetto ai tradizionali esami di colesterolo LDL e non-HDL.
  • È il primo studio a dimostrare che intensificare le terapie in base all’apoB è anche conveniente dal punto di vista costi-benefici per i sistemi sanitari.
  • L’apoB conta il numero totale di particelle aterogene nel sangue, offrendo una misura più diretta del rischio cardiovascolare rispetto al solo LDL.
  • Nonostante le evidenze, il test dell’apoB non è ancora incluso nei pannelli lipidici di routine e richiede un prelievo aggiuntivo.

Lo studio: un modello su 250mila adulti americani

Il gruppo di ricerca, guidato da Ciaran Kohli-Lynch, docente di Medicina preventiva alla Northwestern University Feinberg School of Medicine, ha costruito un modello computazionale che simula il percorso clinico di 250.000 adulti statunitensi idonei alla terapia con statine ma senza una malattia cardiovascolare pregressa.

I ricercatori hanno confrontato tre strategie per decidere quando intensificare la terapia ipocolesterolemizzante: il colesterolo LDL (obiettivo inferiore a 100 mg/dL), il colesterolo non-HDL (obiettivo inferiore a 118 mg/dL) e l’apoB (obiettivo inferiore a 78,7 mg/dL). Quando i pazienti simulati non raggiungevano l’obiettivo assegnato, il trattamento veniva intensificato prima con statine più potenti e poi, se necessario, con l’aggiunta di ezetimibe.

Il modello ha seguito ciascuna strategia lungo l’intero arco di vita dei pazienti simulati, stimando il numero di infarti e ictus, l’aspettativa di vita, la qualità della vita e i costi sanitari complessivi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista JAMA nell’aprile 2026.

Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte negli Stati Uniti, oltre che una delle voci di spesa sanitaria più rilevanti. Con il tempo, le particelle di colesterolo che si depositano nelle pareti arteriose formano placche che restringono i vasi sanguigni, aumentando il rischio di infarto e ictus. Comprendere quale esame guida con maggiore precisione le scelte terapeutiche non è quindi solo una questione clinica, ma anche di sanità pubblica.

Perché l’apoB sarebbe più accurato del colesterolo LDL

Da decenni i medici si affidano al colesterolo LDL, il cosiddetto “colesterolo cattivo”, per stimare il rischio cardiovascolare e decidere quando iniziare o intensificare una terapia. Il colesterolo non-HDL offre un quadro leggermente più ampio, ma nessuno dei due esami conta direttamente il numero di particelle aterogene circolanti nel sangue.

L’apoB, al contrario, è la proteina strutturale presente su ciascuna di queste particelle: misurarla equivale quindi a contare il numero effettivo di particelle potenzialmente dannose, indipendentemente dalla quantità di colesterolo che trasportano. “La ricerca dimostra chiaramente che l’apoB è più efficace nell’identificare chi è a rischio, perché conta il numero totale di particelle dannose nel sangue”, ha spiegato Kohli-Lynch.

Nella simulazione, guidare il trattamento in base all’apoB ha costantemente sovraperformato le strategie basate su LDL e non-HDL, migliorando gli esiti di salute complessivi e prevenendo un numero maggiore di eventi cardiovascolari nell’arco della vita dei pazienti.

Alcuni studi precedenti avevano già suggerito la superiorità dell’apoB nella stima del rischio cardiovascolare, ma nessuno aveva finora dimostrato in modo così completo che intensificare la terapia sulla base di questo parametro fosse anche conveniente in termini di costo-efficacia per i sistemi sanitari, e non solo più accurato dal punto di vista clinico.

Perché l’apoB non è ancora un esame di routine

Nonostante le crescenti evidenze a favore dell’apoB, il test non fa ancora parte del pannello lipidico standard eseguito dalla maggior parte dei laboratori. Una delle ragioni principali, secondo Kohli-Lynch, è che la misurazione dell’apoB richiede un prelievo aggiuntivo rispetto al normale esame del colesterolo, con un conseguente aumento di costi e complessità organizzativa.

Lo studio della Northwestern University è il primo ad affrontare direttamente questo aspetto, dimostrando che il costo aggiuntivo del test è giustificato dai benefici ottenuti: l’approccio guidato dall’apoB si è infatti rivelato conveniente per i sistemi sanitari, oltre che più efficace nel prevenire eventi cardiovascolari.

Il tema è particolarmente attuale perché le nuove linee guida internazionali sulla dislipidemia, pubblicate nel 2026 da numerose società scientifiche, riconoscono che l’apoB potrebbe riflettere il rischio cardiovascolare meglio del colesterolo LDL e non-HDL, pur senza ancora raccomandarlo come obiettivo primario per intensificare la terapia. Le stesse linee guida raccomandano inoltre di iniziare le terapie ipocolesterolemizzanti a un’età più precoce per un numero maggiore di pazienti, rendendo ancora più importante individuare correttamente chi trarrebbe il massimo beneficio da un trattamento intensivo.

Gli autori sottolineano comunque che lo studio non ha valutato se l’apoB debba sostituire del tutto gli esami tradizionali per decidere chi debba iniziare una terapia ipocolesterolemizzante, ma si è concentrato specificamente sul suo ruolo nel guidare l’intensificazione del trattamento in chi è già idoneo a riceverlo. Si tratta di un ambito che, secondo i ricercatori, meriterà ulteriori approfondimenti nei prossimi anni.

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