La storia comincia con un banale mal di schiena, forse il disturbo meno originale con il quale possa presentarsi un caso clinicamente assurdo. Una donna di 43 anni avverte un dolore lombare progressivo; vent’anni prima era stata sottoposta a una fusione lombare anteriore per correggere una scoliosi idiopatica. Per due decenni l’intervento era rimasto dove finiscono le operazioni riuscite: nei vecchi referti e, forse, in qualche risposta frettolosa alla domanda «ha mai subito interventi?».
Le radiografie mostrano però che alcune viti si sono allentate e che una delle aste si è sganciata dalla colonna. Viene programmato un intervento di revisione, faccenda seria ma ancora comprensibile: il metallo non è più al proprio posto e bisogna sistemarlo. Prima che arrivi il giorno dell’operazione, però, la donna torna dai medici. Il dolore ha cambiato indirizzo: dalla zona lombare si è trasferito all’anca e all’inguine.
Le nuove immagini spiegano il trasloco. L’asta è scesa dalla colonna seguendo il muscolo psoas e ha raggiunto la parte anteriore dell’anca, molti centimetri più in basso rispetto alla sede nella quale era stata fissata. Leggo il case report, pubblicato il 25 agosto su Acta Orthopaedica et Traumatologica Turcica, e penso che vent’anni siano abbastanza per dimenticare quasi tutto di un intervento. L’asta, evidentemente, aveva conservato una memoria più dinamica.
Lo psoas nasce accanto alle vertebre lombari, attraversa il bacino e raggiunge il femore; ci permette, fra le altre cose, di flettere l’anca. Nel caso della donna aveva anche offerto al metallo un corridoio anatomico verso l’inguine, funzione che non compare nei manuali perché nessuno desidera incoraggiarla. L’asta era arrivata accanto al nervo femorale, fondamentale per il movimento del ginocchio e per la sensibilità di parte dell’arto inferiore.
I chirurghi la raggiunsero mediante un accesso anteriore all’anca, separarono con cautela il metallo dai tessuti e lo estrassero. Non si verificarono lesioni nervose o vascolari e, dopo l’intervento, i sintomi migliorarono. Venne quindi pianificato un trattamento in più fasi per rimuovere la strumentazione rimasta e correggere la deformità residua. Tutto bene, dunque, ma soltanto perché l’asta fu individuata prima che aggiungesse un’altra tappa al viaggio.
Per capire come sia potuto accadere bisogna chiarire un equivoco. Aste e viti non sostituiscono l’osso: mantengono le vertebre nella posizione prevista mentre la fusione si consolida. Se l’unione ossea non diventa completa può formarsi una pseudoartrosi, letteralmente una “falsa articolazione”. Dove dovrebbe esistere un blocco stabile rimane una piccola quota di movimento, sufficiente a sottoporre la strumentazione a sollecitazioni ripetute.
Con il tempo una vite può allentarsi, un’asta sganciarsi e i movimenti quotidiani contribuire lentamente a spostarla lungo i tessuti che oppongono minore resistenza. Il metallo non viene “rifiutato” dal corpo e non decide improvvisamente di partire: viene liberato da un sistema che ha perso stabilità e può avanzare un movimento alla volta. Il percorso dello psoas, dalla colonna verso l’anca, può allora trasformarsi in una strada già tracciata.
Niente panico. La migrazione a distanza delle aste spinali è eccezionalmente rara e la conosciamo soprattutto attraverso singoli casi e piccole serie, nelle quali frammenti sono stati ritrovati nel retroperitoneo, nella coscia o vicino al ginocchio. Un case report non permette di calcolare il rischio e non autorizza chi possiede un impianto nella colonna a trascorrere la notte contando mentalmente le proprie viti. Non servono esami continui decisi autonomamente: servono attenzione ai cambiamenti e controlli stabiliti con il medico.
Un dolore nuovo, persistente o crescente alla schiena, al fianco, all’anca o all’inguine va riferito, soprattutto se cambia sede o si accompagna a gonfiore, una sporgenza dura, formicolii, perdita di sensibilità o debolezza della gamba. Dolore improvviso e intenso, perdita di forza, un arto freddo o pallido e disturbi nel controllo di vescica o intestino richiedono invece una valutazione urgente. La storia chirurgica non ha una data di scadenza: per vent’anni l’intervento della donna era rimasto una nota a fondo pagina. Quando il dolore cambiò indirizzo, quella nota tornò nel titolo.
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Albayrak B., Tabur F., Erdoğan F., Coşkun H.S., “An Unexpected Journey: Migration of a Scoliosis Rod to the Groin”, Acta Orthopaedica et Traumatologica Turcica, 2026; 60(4): 01011. DOI: 10.5152/j.aott.2026.261011.
Wood K.E., Fitch R.D., Burton D.C., Keiger C.J., “Anterior Scoliosis Rod Migration to the Lower Extremity”, The Spine Journal, 2009; 9(6): e9–e12. DOI: 10.1016/j.spinee.2008.12.001.

