di
Giuliana Ferraino

Il presidente di Nomisma Energia: «Un provvedimento politico che non risolve la crisi». Sul caro carburanti: «I prezzi devono dare il segnale che occorre consumare meno. Prepariamo anche misure come le targhe alterne»

«La tassa sugli extraprofitti non è giusta. Anzi, è pericolosa». Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, boccia la proposta avanzata da sei Paesi europei, peraltro rimandata alle decisioni dei governi nazionali da Bruxelles tra cui l’Italia, per introdurre un prelievo sugli utili straordinari delle compagnie energetiche, proposta che peraltro l’Ue rimanda alle scelte nazionali. «È una misura politicamente comprensibile, ma non risolve i problemi di fondo».

Perché ritiene sbagliata una tassa sugli extraprofitti?

«Per tre ragioni. La prima è che risulta difficile stabilire che cosa sia un extraprofitto. Qual è il livello normale? Quello storico degli ultimi anni? Possiamo considerare straordinario un rendimento superiore al 15% sul capitale investito, ma resta difficile definire con precisione il confine».

La seconda?
«Esiste già una tassazione sui profitti. Gli utili sono una cosa normale e anche gli extraprofitti possono esserlo: nei periodi di crisi il mercato manda segnali, indicando dove servono maggiori investimenti. Quegli utili devono essere investiti, non tassati ulteriormente».



















































E la terza?
«In Italia abbiamo già introdotto una maggiorazione dell’Irap di due punti percentuali per le compagnie energetiche. Esiste quindi una tassazione più pesante. Inoltre, il principale obiettivo di questi interventi è Eni, partecipata dallo Stato, che ogni anno versa miliardi di tasse e distribuisce dividendi all’azionista pubblico».

Perché i margini della raffinazione sono aumentati più del prezzo del greggio?
«Per una banale carenza di capacità di raffinazione. Negli ultimi vent’anni l’Europa ha chiuso oltre trenta raffinerie e l’Italia una decina, mentre i consumi sono rimasti stabili. Non abbiamo più abbastanza capacità e importiamo dall’estero, anche dal Golfo Persico».

Quale ruolo ha avuto la Russia?
«Importavamo molto dalla Russia, poi abbiamo introdotto l’embargo dopo la guerra del 2022. Ora siamo in un circolo vizioso. Ci siamo dimenticati della sicurezza degli approvvigionamenti e scopriamo che i margini di raffinazione sono alti. L’unica risposta è tassarli, quando dovrebbero essere un segnale per investire di più nel settore».

Perché sono state chiuse così tante raffinerie?
«Sono impianti difficili da gestire, soggetti a normative ambientali molto stringenti, in un continente dove la politica annuncia che dopodomani non avremo più bisogno di petrolio perché avremo tutti l’auto elettrica, caricata con il pannello sulla villetta in riva al mare, dove ovviamente c’è il sole ventiquattr’ore al giorno».

Invece?
«Gli aerei del turismo, i camion delle merci e le navi che arrivano dalla Cina funzionano con derivati del petrolio. Anche il parco automobilistico europeo è ancora dominato dai motori a combustione interna. È stata una politica miope: abbiamo trascurato la sicurezza energetica, pur sapendo dagli anni Settanta che l’energia è uno strumento geopolitico».

E la crisi dello Stretto di Hormuz ha fatto emergere questa dipendenza.
«Lo avevamo scoperto nel 2022 con la Russia e lo stiamo scoprendo di nuovo. Siamo dipendenti dalle importazioni di gasolio provenienti da quell’area, che adesso non arrivano più. Quando si parla di investire nella raffinazione in Europa, per la Commissione europea e molti governi è come bestemmiare».

La tassa sugli extraprofitti può comunque aiutare a contenere gli effetti della crisi?
«È un palliativo immediato che non risolve i problemi di fondo. Anzi, secondo me è dannosa. Capisco la ragione politica, perché misure di questo tipo sono già state adottate in passato, ma restano strumenti non risolutivi».

Nel 2022 l’Europa introdusse già un contributo straordinario sui profitti energetici. Che cosa insegna quell’esperienza?
«Una misura del genere può essere di qualche aiuto, ma le compagnie petrolifere non devono semplicemente pagare più tasse agli Stati: devono contribuire a rendere i sistemi energetici più sicuri. E questo significa anche più capacità di raffinazione e più produzione di petrolio».

Un intervento europeo sarebbe preferibile rispetto a singole iniziative nazionali?
«I governi vorrebbero un provvedimento a livello europeo per dare più solidità a uno strumento strutturalmente debole. Restano i problemi: che cosa sia davvero un extraprofitto e quali conseguenze abbia sottrarre risorse agli investimenti. Inoltre, parliamo di società quotate, nelle quali hanno investito anche tanti cittadini privati».

Perché allora i governi, Italia inclusa, insistono?
«Sono ministri delle Finanze, non dell’Industria. È una misura politica, secondo me populista. Nei momenti di crisi è comprensibile che i politici facciano queste cose, ma non risolvono il problema. E poi i Paesi europei sono terribilmente divisi, soprattutto sull’energia: almeno così hanno qualcosa di cui discutere. Quando parliamo di tassazione non dobbiamo dimenticarci della Robin tax, introdotta nel 2008 e dichiarata incostituzionale nel 2015. Abbiamo già sperimentato misure di questo tipo».

È contrario anche al taglio delle accise sui carburanti?
«Sono sempre stato contrario alla riduzione delle accise e dell’Iva. È una misura regressiva, perché favorisce anche chi non ha bisogno di aiuti. Inoltre ridurre i prezzi incentiva i consumi proprio quando bisognerebbe consumare meno».

Come funziona, invece, l’accisa mobile?
«Sui carburanti ci sono due imposte: l’accisa, normalmente fissa, e l’Iva al 22%. Quando aumenta il prezzo industriale, cresce anche il gettito dell’Iva. L’accisa mobile utilizza quell’aumento per ridurre in parte l’accisa. Ma parliamo di variazioni di due o tre centesimi, non di uno sconto di diciassette centesimi».

Che cosa dovrebbero fare allora i governi?
«Non drogare i prezzi. I consumatori devono ricevere il segnale che c’è una crisi grave: devono guidare più piano, consumare meno, stare più a casa. È economia banale».

Sta suggerendo una politica di austerità energetica?
«Non la chiamerei austerità: è buon senso. Bisogna lasciare aumentare i prezzi e preparare misure come le targhe alterne. Poi speriamo che non servano e che restino fantascienza».

E nel lungo periodo?
«Più raffinazione e più produzione interna di petrolio e gas».

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25 agosto 2026