di
Francesca Angeleri

Il conduttore tv: «Da piccolo ero timido e balbettavo. Sul K2 ho imparato a rinunciare. Mike? Partecipò a un mio quiz. Ospitai Alberto Angela e mi inchinai»

Massimiliano Ossini, quest’anno festeggia i 20 anni in Rai. E i 26 di carriera. Sono andati meglio o peggio di come li sognava? 
«Decisamente meglio. Se avessi potuto scrivere il mio percorso, non sarei riuscito a immaginarlo migliore. Il mio motto è: “Passo lento e corto da montanaro” e ho avuto la fortuna di procedere proprio così, cominciando dai programmi per ragazzi».

La prima cosa grossa: Linea Verde. 
«Mi ha insegnato moltissimo. Linea Verde si occupava di tutto il territorio e da lì è nata Linea Bianca, che racconta tutto ciò che accade sopra i 600 metri, dall’agricoltura al cambiamento climatico».



















































A proposito di montagna e di cambiamento climatico. Cosa pensa di questa estate 2026?
 «Era già tutto scritto. Il dispiacere è che stia accadendo così in fretta. Il cambiamento climatico continuerà e sarà sempre più forte. Non possiamo fermarlo dall’oggi al domani, servono politiche a lungo termine e a livello mondiale».

La direzione non pare essere quella.
«Perché stiamo sottovalutando la situazione».

La montagna è il suo fil rouge?
«Mia moglie l’ho incontrata a Cortina. Ricordo quando ci fu il devastante terremoto a l’Aquila, io presentavo un programma quiz su Sky, e Mike Bongiorno vi partecipò: era la prima volta come concorrente, perché devolvevamo tutto alle persone colpite. Io non potevo crederci, Mike come Baudo — e poi in seguito Fabrizio Frizzi di cui diventai amico e Paolo Bonolis — era un maestro. Scoprimmo di avere in comune la passione della montagna. Io avevo scalato il Cervino lui, per la pubblicità della Grappa Bocchino, mi raccontò che l’avevano portato in elicottero. Parlammo per ore».

La cima più amata?
«Il K2, anche se in cima non ci sono arrivato. Anzi, proprio perché ho scelto di non arrivarci: non sarei qui a raccontarlo. Imparai il valore della rinuncia. Nel nostro immaginario rinunciare è sinonimo di incapacità. In montagna invece è intelligenza».

Ma cosa accadde?
 «Di tutto. Morì un portatore di una spedizione vicina, alcune ragazze che erano con noi ebbero un incidente e si ruppero le costole. Un’alpinista che aveva già scalato il K2 fu colpita da un edema polmonare e cerebrale. Anche il mio compagno di scalata ebbe un edema polmonare e dovette scendere. Il ghiacciaio inoltre ci restituì il corpo di un ragazzo morto molti anni prima. La nostra era anche una spedizione scientifica con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e una valanga notturna distrusse ciò che era stato allestito. Mentre scalavamo, un’altra valanga cadde vicino a noi. Erano tutti segnali che dicevano: basta».

Cosa si «guadagna» a rinunciare?
«Sui miei social si vede un uomo che scala, che scia, che presenta. Tutto bello. Invece, quando parlo con i ragazzi, racconto che la cosa di cui vado più orgoglioso è proprio la rinuncia sul K2. Dire: “Non ce la faccio” è la vera forza. Che non significa arrendersi prima di cominciare, bisogna sempre provarci. Se non riesci, cambi strada».

Com’era da giovane?
«Balbettavo. Ero timidissimo: non facevo mai il primo passo, non alzavo mai la mano, non parlavo. Mi vergognavo di tutto. Volevo fare delle cose, per l’imbarazzo rinunciavo». 

Come l’ha superato?
«Il judo mi ha aiutato più di ogni altra cosa. Non è solo un’arte marziale, ma un modello di vita». 

Il primo provino come andò?
«Facevo teatro. Ero in tournée con Patrone e Lo Monaco. Quando uscii dalla metropolitana mi aggredì un cane lupo della Guardia di Finanza e mi spaventai molto. Arrivai a Disney Channel senza forza, e mi sfogai raccontando cosa mi era accaduto. Gli piacqui perché non fingevo. Mi presero. Capii che potevo essere me stesso, anche in televisione».

Raffaella Carrà, lanciando un collegamento, la definì «bravissimo e bellissimo». Essere bello l’ha aiutata? 
«Mi ricordo quella volta, ero in Campania… Ha giocato a mio favore ma la bellezza non è mai stata la mia chiave. Biondo e occhi azzurri, ma non mi sono mai sentito figo. Ero troppo insicuro».

Al «Tempo delle Donne» di qualche anno fa ha dichiarato: lasciatemi fare il mammo. Lo sa che non si dice più?
«Ho voluto essere sempre presente con i miei figli (ne ha tre: Carlotta, Melissa e Giovanni, ndr). Ogni anno faccio più o meno 70-80 mila chilometri in macchina, tra Roma e Ascoli Piceno dove viviamo. Dopo Unomattina (ricomincia il 7 settembre) guido per i miei 200 chilometri e arrivo a casa per pranzo. Quando i figli erano a casa mangiavamo e nel pomeriggio li accompagnavo a fare sport. Dopo cena loro guardavano un film e io ripartivo. Faccio ancora così. Non è mai stato un sacrificio».

Mai?
«Il tempo con i figli non torna. Non puoi dire: “Adesso do il massimo nel lavoro e poi staremo insieme”, diventano grandi e non li rivedi più. Se decidi di avere una famiglia, qualche volta la partita di calcetto non la fai. Se voglio correre, mi sveglio alle cinque del mattino».

 Quanto è stato orgoglioso della laurea di sua figlia Carlotta? «Immensamente. Già dal primo anno di liceo aveva l’obiettivo di andare a studiare a Londra e alla fine, come desiderava, si è laureata al King’s College. Ha affrontato tutti i test di entrata da sola e, dopo essere stata ammessa, è riuscita a ottenere, per merito, le stesse condizioni riservate agli studenti inglesi. È stata bravissima».

Lei è sposato con Laura Gabrielli da molti anni. Sua moglie è una manager importante (dirige il gruppo di famiglia Gabrielli leader nella Gdo), come siete riusciti a restare così uniti con due carriere tanto impegnative? 
«Siamo due persone molto positive e amiamo ciò che facciamo. Il lavoro ma anche prendere il sole dietro casa, volare a Parigi per una mostra, il teatro… ci sono ancora molte cose che voglio fare con lei. E la riservatezza. Difficilmente andiamo a feste mondane. La priorità è la nostra famiglia. Frequentiamo amici che stanno al di fuori dello spettacolo. Amo questa vita. Ho un’azienda agricola e quando rientro a casa salgo sul mio trattore. I miei modelli di comportamento sono Piero e Alberto Angela».

Alberto Angela è stato il primo ospite de La città ideale. Siete amici?
«Non siamo amici. Averlo con me è stata la realizzazione di un sogno. Quando è venuto mi sono quasi inginocchiato davanti a lui. Gli ho detto che con suo padre sono i miei punti di riferimento. Lui, in particolare, mi ha fatto appassionare di archeologia». 

Cosa le ha risposto?
«La cosa bella è che conosceva i miei programmi, Linea Bianca in particolare».

Linea Bianca ha 13 anni.
«È stato il primo programma partorito interamente da me. Quando diventerà maggiorenne lo lascerò andare».

Perché con sua moglie avete deciso, dopo anni, di rendere pubblico il suo tumore, fortunatamente superato?
«A un controllo vedemmo una ragazza in lacrime che era nella sua stessa condizione: era incinta e le avevano diagnosticato un cancro. Laura la incoraggiò facendole vedere la foto di Giovanni. Pensammo che parlarne avrebbe aiutato molte persone». 

Vi consigliarono di abortire?
«Un medico, sì. Poi, un professore del Gemelli di Roma le disse: “Se vuoi un valido motivo per abortire, allora sì. Altrimenti non ti preoccupare, puoi proseguire con la tua gravidanza”. E lei decise di portarla avanti».

Per La città ideale sta girando mezzo mondo. Quali e quanti temi affronterà? 
«I più diversi. A Vancouver sono stato in strada tra i tossici di fentanyl. Il video che ho pubblicato ha avuto quasi due milioni di interazioni, sto rispondendo a tutti i commenti, che sono tantissimi. È un rischio fortissimo e colpisce che si stia normalizzando. Un po’ come da noi chi chiede l’elemosina fuori dai supermercati. Parlarne è prevenzione e non si comincia a farla da quando arriva l’ambulanza. I social, che non amo, in questo possono servire molto».

26 agosto 2026 ( modifica il 26 agosto 2026 | 07:06)