di
Guido Santevecchi

A Pechino sono convinti che il D-Day economico di Trump sia un bluff. E da Teheran continuano ad arrivare 500 mila barili di greggio al giorno

La diplomazia di Pechino ha risposto con apparente durezza alla minaccia di sanzioni americane per l’appoggio sottobanco all’Iran. «Il governo della Repubblica popolare cinese adotterà tutte le misure necessarie per difendere con fermezza i propri legittimi diritti e interessi», ha detto il portavoce degli Esteri nel briefing di routine alla stampa internazionale. Segue la solita posizione: «Ferma opposizione a sanzioni unilaterali (quelle americane) che sono sempre illegali» e «innescano effetti a catena». La stampa cinese ha lanciato una vignetta della Statua della Libertà che si droga di sanzioni. 

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Tutto sommato una reazione a bassa intensità, che lascia intendere come Xi Jinping e i suoi consiglieri non credano di essere davvero nel mirino del «D-Day economico» minacciato la settimana scorsa da Donald Trump contro Teheran e i Paesi che lo aiutano a sfuggire allo strangolamento. Gli analisti di Pechino hanno notato che anche quando lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato «sanzioni secondarie» verso ogni entità che faccia affari con il regime iraniano, non ha citato esplicitamente la Cina, ma si è limitato a rispondere a una domanda della stampa sull’eventuale inclusione di Pechino nel piano punitivo. «Nessun Paese è al di sopra», ha detto Bessent.

Xi ha diversi motivi per pensare che sia l’ennesimo bluff di Trump. E altrettanti per credere di avere comunque in mano le carte per giocare la partita economica anche se si dovesse fare più dura.
 
Da mesi Washington diffonde informazioni sul presunto sostegno cinese alla difesa iraniana. Si è parlato di uso dei dati della rete satellitare cinese concesso ai pasdaran per guidare i loro attacchi missilistici; poi di vendita di lanciarazzi antiaerei. Accuse mai provate fino in fondo, respinte da Pechino e che comunque non hanno fatto scattare alcuna sanzione e non hanno impedito a Trump di andare in visita a Pechino lo scorso maggio.

Xi sa di avere un’arma di rappresaglia temuta dagli americani: le famose terre rare essenziali per l’industria tecnologica, inclusa quella bellica. È stata proprio la prospettiva del blocco delle forniture cinesi di questi minerali a convincere l’anno scorso Trump a una tregua tattica nella guerra dei dazi dichiarata a Pechino.

A settembre il presidente cinese è atteso alla Casa Bianca, per restituire la visita di Stato e allungare di un altro anno la tregua commerciale. Sembra improbabile che Trump faccia saltare il tavolo con una raffica di sanzioni contro aziende e istituzioni finanziarie cinesi. «Credo che nessuna delle due parti voglia far deragliare il viaggio di Xi Jinping a Washington», ha detto al New York Times il politologo di Pechino Wang Zichen. L’analista aggiunge che «ormai c’è un considerevole sconto di credibilità contenuto in ogni dichiarazione di Trump sull’Iran».
 
Le minacce del presidente americano e del suo ministro per ora non sembrano impensierire più di tanto i cinesi. Il D-Day economico trumpiano «rivela quanto sia disperata la sua amministrazione di fronte all’Iran», commenta Wu Xinbo, docente della Università Fudan a Shanghai e consulente del ministero degli Esteri.
 
È noto che, nonostante le sanzioni occidentali contro Teheran, per anni la Cina ha acquistato il 90 per cento del petrolio esportato da Teheran. Circa 1,3 milioni di barili al giorno. Ad agosto, con il blocco di Hormuz e gli scontri nel Golfo, i cinesi hanno continuato a importare circa 500 mila barili al giorno, secondo le rilevazioni del centro di analisi Kpler. Molto del traffico che evade il blocco si svolge con un sistema complesso di trasferimento del carico in mare tra petroliere sottoposte a sanzioni e altre «pulite», che poi fanno rotta verso i porti cinesi e le piccole raffinerie formalmente private e non controllate dallo Stato (in gergo le chiamano «teapots», teiere).
Bisogna ricordare anche che i principali venditori mediorientali di greggio per la Repubblica popolare sono Arabia Saudita e Iraq. Che le forniture russe sono abbondanti e solide e che ben prima della guerra i pianificatori di Pechino avevano accumulato riserve strategiche di petrolio stimate in 1,3 miliardi di barili.

Comunque, se le pressioni di Washington dovessero spingere Pechino a tagliare ulteriormente l’acquisto di greggio iraniano (che riceve a prezzi scontati, come quello russo), l’industria cinese si rivolgerebbe ad altri fornitori, facendo salire il prezzo del barile. In questa crisi che sta costando cara a Trump e all’Occidente, Xi Jinping può ancora fare da osservatore (falsamente neutrale).

26 agosto 2026 ( modifica il 26 agosto 2026 | 08:47)