di
Giovanna Maria Fagnani
Il 16enne milanese ferito nel rogo di Capodanno è restato in ospedale sei mesi: «Mi chiedo anch’io come ho fatto, sono stati giorni lunghissimi»
Leonardo Bove ha 16 anni e pronuncia una frase che vale più di tutto quello che gli è successo: «La mia vita l’ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla». Dopo oltre sei mesi e mezzo di ricovero, è tornato a casa. Le giornate sono ancora fatte di medicazioni e fisioterapia, altre operazioni che lo aspettano ma Leonardo guarda avanti. «Mi chiedo anch’io come ho fatto, sono stati mesi lunghissimi» spiega all’Ansa.
Di Crans-Montana non vuole parlare: «La voglio cancellare dalla mia vita, non ci tornerò più». E di chi è accusato della strage dice: «Sui Moretti non penso niente, non mi interessano, mi interessa solo la mia vita – aggiunge- dico solo che dovrebbero prendersi le loro responsabilità, sono un uomo e una donna adulta: si sono presi la responsabilità di aprire un locale, devono prendersi la responsabilità anche per quello che è successo».
Leo preferisce pensare a quel che ha ritrovato. Gli amici, in particolare i compagni inseparabili, con cui ha condiviso lo strazio di quella notte. Francesca, Kean, Sofia: oggi tutti sono tornati a casa e questo è l’importante. E poi c’è lo stadio, la sua Inter. Fra poco la scuola. E soprattutto il pallone. «Tempo un anno rimetto a posto pelle e articolazioni e torno a giocare» assicura. Del resto, la Scarioni aspetta a braccia aperte il ritorno del suo capitano.
Mentre parla, Leonardo su una maglietta porta scritto Helsinki, il nome che gli avevano dato in ospedale a Zurigo, quando ancora nessuno sapeva chi fosse. Lo strazio di quei momenti lo ricordano i genitori. Quando la speranza era appesa al test del dna. Mancava solo un ragazzo da identificare e quindi Gabriele Bove e Loretta Arapi sapevano di avere il 50% di possibilità di trovare vivo Leonardo, il loro figlio minore di 16 anni che per la prima volta era andato in vacanza nella località svizzera, insieme a tre compagni di classe, e il primo gennaio doveva tornare a Milano.
«Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un’altra stanza vedevamo l’altra famiglia. E io sono andato dal padre a chiedere scusa perché ho gioito. La gioia ti fa esplodere però nello stesso tempo mi sono immedesimato subito in lui, perché se il mio è vivo, il tuo non c’è più», racconta Gabriele Bove. L’altra famiglia era quella di Achille Barosi, una delle sei vittime italiane della tragedia, e proprio nel giorno in cui Achille avrebbe compiuto 17 anni, Leonardo è stato dimesso dall’ospedale Niguarda, lo scorso 17 luglio, dopo oltre sei mesi e mezzo di degenza.
Da quella notte di Capodanno combatte Leonardo, e continua a farlo anche ora che è a casa perché le medicazioni richiedono 2-3 ore, poi c’è la fisioterapia tutti i giorni e altre operazioni che lo aspettano. In ospedale in Svizzera «Era riconosciuto come Helsinki – ricorda ancora il padre – quando una persona non è riconoscibile le danno i nomi di una città o di uno Stato. E adesso abbiamo preso delle magliette con la scritta Helsinki. Lo abbiamo trovato la sera del 3 gennaio quando una donna fantastica, cioè la console generale d’Italia a Ginevra Nicoletta Piccirillo assieme a un altro uomo fantastico, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, sono venuti a dirci che Leonardo era vivo. Ma quel mattino in realtà, sembrava che Leo non ci fosse più, la console Piccirillo non riusciva a guardarci in faccia perché per loro non era Leo».
Di persone fantastiche la famiglia Bove ne ricorda molte, dalla Protezione civile («sono angeli») al personale dell’ospedale di Zurigo, dal presidente Sergio Mattarella («abbiamo pianto insieme») ai dottori del Niguarda, ma ricorda bene anche chi è indagato per una strage che ha provocato 41 morti e 115 feriti: «Siamo indignati soprattutto per quanto successo in questo periodo – aggiunge la madre Loretta – Jacques Moretti è in carcere solo ora. È un dolore incredibile che i Moretti abbiano dato così poco peso a tutti i ragazzi che non ci sono più e a tutti i ragazzi che stanno lottando in tutte le condizioni, senza una mano, senza la pelle, senza le orecchie. Per noi è assurdo, sono senza parole». E il sindaco di Crans-Montana Nicolas Féraud, anche lui indagato, «lo abbiamo visto. Credo sia una delle persone più viscide che abbiamo incontrato, non abbiamo neanche capito se avesse delle emozioni – prosegue Loretta Arapi – Noi abbiamo vissuto la disperazione, tra pianti e silenzi, e quest’uomo era lì, impassibile. Davvero ci siamo chiesti “ma noi con chi abbiamo a che fare?”. E da lì abbiamo capito come andrà il processo, perché lui è intoccabile».
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26 agosto 2026 ( modifica il 26 agosto 2026 | 12:14)
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