Un solo rene può mettere in moto non uno, ma una successione di trapianti, raggiungendo anche pazienti per i quali la compatibilità sembrava un incastro quasi impossibile. È il risultato, sorprendente e ora sostenuto da dati a lungo termine, del programma italiano DEC-K: una catena di donazioni che unisce reni da donatore deceduto e da donatori viventi, facendo dell’organo iniziale non il punto di arrivo, bensì l’innesco dell’intero meccanismo.

Avere accanto una persona pronta a donare, infatti, non basta. Il gruppo sanguigno può non essere compatibile; oppure il sistema immunitario del ricevente può disporre di anticorpi contro gli antigeni HLA, le molecole che permettono all’organismo di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che considera estraneo. In questi casi interviene la kidney paired donation, cioè la donazione incrociata di rene: due o più coppie, ciascuna formata da un paziente e dal suo donatore incompatibile, vengono combinate affinché ogni donatore possa aiutare un altro ricevente. Il sistema funziona, ma ha bisogno di molti possibili abbinamenti; quando le coppie sono poche, soprattutto per i pazienti fortemente sensibilizzati, la combinazione utile può non comparire affatto.

Ecco allora la novità italiana. Nel DEC-K un rene proveniente da un donatore deceduto viene assegnato a un paziente che possiede già un donatore vivente, disposto a intervenire ma incompatibile con lui. Una volta trapiantato il primo paziente, il suo donatore offre il proprio rene a un secondo ricevente; il donatore di quest’ultimo può aiutare un terzo, e così di seguito, finché l’ultimo organo da vivente viene destinato alla lista d’attesa nazionale. Per intenderci, il primo rene funziona come la spinta alla prima tessera di un domino: non crea nuovi organi, naturalmente, ma mette in movimento una successione di abbinamenti che prima restavano bloccati. Si moltiplicano le compatibilità, non i reni.

L’idea è nata a Padova, dove nel 2018 è stata realizzata la prima catena avviata deliberatamente da un donatore deceduto; dal luglio 2019 il modello è entrato nel programma nazionale di scambio di rene coordinato dal Centro nazionale trapianti. Già la prima esperienza mostrava con chiarezza il funzionamento: ricevuto l’organo che apriva la sequenza, il paziente incompatibile lasciava idealmente il posto al proprio donatore, il quale, due giorni più tardi, consentiva il trapianto di un uomo sottoposto a dialisi da cinque anni.

Ora, però, non si dispone più soltanto di una prova iniziale. Lo studio multicentrico pubblicato il 10 agosto 2026 sull’American Journal of Transplantation ha esaminato tutte le catene DEC-K effettuate in Italia fra marzo 2018 e maggio 2025: 34 catene hanno consentito 84 trapianti, dei quali 34 realizzati con i reni da donatore deceduto che avevano dato avvio alle sequenze, 22 con organi da vivente trasferiti all’interno delle catene e altri 28 destinati alla lista d’attesa. Ogni innesco ha dunque prodotto, in media, circa 2,5 trapianti. Una resa notevole, se si considera che nello stesso periodo il programma convenzionale di scambio incrociato ne ha generati 17.

A scanso di equivoci, quest’ultimo confronto va maneggiato con cautela: non deriva da uno studio randomizzato e i due programmi non comprendevano gruppi equivalenti. Ma il dato clinico più rassicurante è un altro. A cinque anni, l’andamento della funzione renale e la sopravvivenza dell’organo trapiantato erano statisticamente comparabili nei pazienti che avevano ricevuto il rene iniziale da un donatore deceduto e in quelli raggiunti, durante la catena, da un rene da vivente. Il vantaggio organizzativo, insomma, non risulta accompagnato da peggiori esiti del trapianto nel follow-up osservato.

La posta in gioco è tutt’altro che marginale. In Italia il rene è l’organo trapiantato più frequentemente: nel 2025 sono stati eseguiti 2.347 interventi, mentre l’attesa media per arrivare al trapianto è stata di circa 20 mesi. Proprio in un sistema nel quale ogni organo è una risorsa preziosa, tuttavia, si apre la questione più delicata: destinare un rene da donatore deceduto all’avvio di una catena significa sottrarlo, almeno in un primo momento, alla normale lista d’attesa.

Il problema riguarda in particolare i reni di gruppo O, assai importanti per i pazienti dello stesso gruppo che non dispongono di un donatore vivente. Gli autori chiedono pertanto di sorvegliare gli effetti dell’allocazione secondo il gruppo sanguigno e di adattare il programma alle priorità del sistema sanitario. È questo il necessario contrappeso alla meraviglia dei numeri: una catena può aprire più porte, ma occorre verificare con precisione chi resta davanti a quella che, temporaneamente, viene chiusa.

Gli autori presentano il lavoro come la prima analisi mondiale a lungo termine di un programma nazionale di questo genere. DEC-K non risolve la scarsità degli organi e non promette combinazioni illimitate; dimostra però che donazione da vivente e donazione da deceduto, fatte lavorare nello stesso circuito, possono trasformare un singolo abbinamento in una sequenza. Resta ora da vedere come conservarne il vantaggio senza alterare l’equilibrio della lista d’attesa. È lì che la catena dovrà superare la sua prossima prova.

Di Bella C, Maggiore U, Fiaschetti P, et al. “Integrating Deceased and Living Donation: Six-Year Outcomes of the Italian Deceased-Donor–Initiated Kidney Paired Exchange (DEC-K) Program”. American Journal of Transplantation, pubblicato online il 10 agosto 2026. DOI: 10.1016/j.ajt.2026.07.030.

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