Da un genitore centenario non si eredita necessariamente una vita di cento anni. Si potrebbe ricevere, però, qualcosa di altrettanto straordinario e assai meno visibile: un organismo nel quale alcune malattie arrivano più tardi, come se una parte dell’orologio biologico procedesse con ingranaggi rallentati. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 26 agosto su JAMA Network Open, secondo il quale i figli di persone vissute almeno cento anni mostrano un tasso più basso di ipertensione e patologie cardiovascolari, con un ritardo particolarmente netto nella comparsa della pressione alta.

I ricercatori hanno esaminato complessivamente 4.030 persone negli Stati Uniti e nel Regno Unito, riunendo i dati di tre studi longitudinali indipendenti — LonGenity, New England Centenarian Study e UK Biobank — nei quali i partecipanti vengono seguiti nel tempo. Il confronto è stato condotto fra i figli di almeno un centenario e coloro i cui genitori non avevano raggiunto una longevità eccezionale. Ed è proprio la concordanza dei risultati nelle tre popolazioni osservate a dare consistenza alla scoperta: non una promessa personale di lunga vita, naturalmente, ma una traccia statistica che ricompare in campioni differenti.

Il segnale più netto riguarda la pressione arteriosa. Nei discendenti dei centenari l’“hazard”, cioè il tasso con cui un determinato evento si presenta durante il periodo di osservazione, era inferiore del 32 per cento per l’ipertensione. Tradotto in anni, il modello stimava che la malattia raggiungesse la medesima probabilità attesa circa 5,2 anni più tardi.

Per intenderci, immaginiamo due gruppi che avanzano lungo lo stesso percorso: non tutti i componenti arriveranno alla malattia nello stesso momento e alcuni non vi arriveranno affatto, ma nel gruppo dei figli dei centenari il flusso verso l’ipertensione procede mediamente più adagio. Non si tratta dunque di cinque anni di immunità consegnati a ogni individuo alla nascita; si tratta di uno spostamento osservato confrontando popolazioni. La differenza è sostanziale.

Anche sul versante cardiovascolare il quadro appare sorprendente: il tasso risultava ridotto del 33 per cento per le malattie cardiovascolari e del 42 per cento per la mortalità generale. Nel caso della morte, lo slittamento medio stimato superava di poco i tre anni. Ancora una volta, ciò non autorizza a concludere che ciascun figlio di un centenario vivrà tre anni in più. Le statistiche descrivono il comportamento dei gruppi, non scrivono in anticipo la biografia biologica del singolo.

Ma non è tutto, e soprattutto non è tutto favorevole. La protezione familiare non si estende infatti come uno scudo uniforme a ogni patologia: per l’ictus il segnale è comparso soltanto in due delle tre coorti, mentre per il cancro non è stata individuata alcuna diminuzione significativa né del rischio né dell’età di comparsa. È questo il limite che impedisce di trasformare la longevità dei genitori in una generica invulnerabilità dei figli.

Perché il cancro sembra fare eccezione? Gli autori indicano diverse possibili spiegazioni. I meccanismi associati alla longevità familiare potrebbero incidere assai meno sui tumori, nei quali interviene anche l’accumulo casuale di alterazioni cellulari; inoltre, i figli dei centenari, mediamente più funzionali e meno fragili, potrebbero sottoporsi con maggiore frequenza agli screening, consentendo di individuare perfino neoplasie poco aggressive. Non è escluso, infine, che mostrino una maggiore resistenza alle conseguenze del cancro senza svilupparne necessariamente meno. Insomma, ritardare certe malattie non significa sottrarsi alle regole della biologia.

Rimane allora la domanda decisiva: che cosa passa realmente da una generazione all’altra? Potrebbero concorrere varianti genetiche favorevoli, un metabolismo più resistente e particolari caratteristiche del sistema immunitario; ma potrebbero pesare anche l’ambiente familiare, l’alimentazione durante l’infanzia, le condizioni socioeconomiche e la possibilità di accedere alle cure. In questo intrico, geni e abitudini somigliano a fili raccolti nello stesso cavo: osserviamo il risultato complessivo, ma separarli uno per uno è ben più difficile.

Le associazioni sono rimaste sostanzialmente presenti anche dopo gli aggiustamenti statistici per i fattori disponibili — fumo, dieta, attività fisica, consumo di alcol e istruzione — tuttavia lo studio è osservazionale e non può stabilire fino in fondo quale componente produca l’effetto. A scanso di equivoci, non è stato isolato un ipotetico “gene dei cento anni”, né è stata dimostrata una relazione causale unica.

Vi sono poi altre cautele: alcune diagnosi erano riferite dagli stessi partecipanti; i volontari potrebbero essere stati mediamente più sani della popolazione generale; la grande maggioranza era bianca, circostanza che rende prudente estendere i risultati ad altre popolazioni. La ricerca, finanziata principalmente dai National Institutes of Health, indica dunque nelle famiglie dei centenari non una dinastia biologicamente privilegiata, ma un singolare laboratorio naturale nel quale studiare come allungare la parte della vita trascorsa senza malattie. Resta da scoprire quali fili di quel cavo possano essere riconosciuti, separati e, un giorno, forse utilizzati.

Reed ER, Wysocki M, Gal M, et al. Exceptional Parental Longevity and Onset of Morbidity and Mortality Across Cohorts. JAMA Network Open. 2026;9(8):e2630964. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.30964.

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