Guardarsi allo specchio e sapere di essere noi. Sentire dolore, innamorarsi, ricordare un momento dell’infanzia o immaginare il futuro.
Sono esperienze così naturali che raramente ci chiediamo come siano possibili.
Eppure nascondono una delle domande più difficili della medicina e delle neuroscienze: come fa il cervello a creare la coscienza?
Il cervello umano contiene circa 86 miliardi di neuroni, collegati attraverso un numero enorme di connessioni. Sappiamo sempre meglio quali aree entrano in funzione quando vediamo, ricordiamo o prendiamo una decisione.
Ma rimane un mistero: perché tutta questa attività produce la sensazione soggettiva di essere vivi, percepire il mondo e sapere di essere noi stessi?
L’ “anima” si può cercare nel cervello?
Per secoli filosofia e religioni hanno cercato risposte parlando di anima.
La neuroscienza affronta una domanda diversa. Non può dimostrare né escludere l’esistenza dell’anima: cerca invece di capire quali meccanismi cerebrali rendono possibile l’esperienza cosciente.
E non sembra esistere un singolo “punto della coscienza”.
Una delle idee più studiate sostiene che diventiamo consapevoli di qualcosa quando un’informazione riesce a essere condivisa rapidamente tra molte parti del cervello.
Immaginiamo un teatro.
Dietro le quinte avvengono continuamente migliaia di operazioni delle quali non sappiamo nulla. Ma quando un pensiero, un’immagine o un dolore raggiungono il palcoscenico, quell’informazione diventa disponibile alla memoria, all’attenzione, al linguaggio e alle nostre decisioni.
È l’idea alla base della Global Neuronal Workspace Theory.
E se la coscienza dipendesse da quanto il cervello è “connesso”?
Un’altra teoria, sviluppata dal neuroscienziato italiano Giulio Tononi, parte da un’intuizione diversa.
Pensiamo a ciò che vediamo in questo momento.
Colori, forme, suoni, pensieri e sensazioni sono informazioni differenti. Eppure non le percepiamo come tanti frammenti separati: formano un’unica esperienza.
La Integrated Information Theory cerca di spiegare proprio questa capacità del cervello di produrre un’esperienza allo stesso tempo ricchissima e unitaria.
Arriva persino a proporre una misura matematica, chiamata Phi (Φ).
Ma siamo ancora nel campo della ricerca: oggi non esiste un semplice esame capace di misurare Phi e dirci “quanta coscienza” possiede una persona.
Nel 2025 la sfida su 256 persone
La parte più interessante è che queste teorie oggi vengono messe alla prova.
Nel 2025 un grande studio internazionale pubblicato su Nature ha confrontato direttamente due dei principali modelli della coscienza studiando 256 persone.
Gli scienziati hanno osservato cosa accadeva nel cervello mentre i partecipanti vedevano immagini e riferivano ciò che percepivano.
Il risultato?
Nessuna delle due teorie è uscita vincitrice.
Alcune previsioni sono state confermate, altre no. Un risultato importante proprio perché mostra quanto siamo ancora lontani da una spiegazione definitiva.
Ma dove nasce la sensazione di essere “me”?
Coscienza e identità, inoltre, non sono necessariamente la stessa cosa.
Nel cervello esiste una rete chiamata Default Mode Network (DMN) che diventa particolarmente importante quando pensiamo a noi stessi, ricordiamo il nostro passato, immaginiamo il futuro o semplicemente lasciamo vagare la mente.
Non è la “sede dell’Io”.
Ma partecipa alla costruzione della storia che continuamente raccontiamo a noi stessi: chi siamo, chi eravamo e chi potremmo diventare.
Quando l’Io sembra scomparire
Un indizio sorprendente arriva dagli studi sulle sostanze psichedeliche.
Alcune persone descrivono la cosiddetta “dissoluzione dell’Io”: per un certo periodo rimangono coscienti, ma il confine tra sé stessi e ciò che li circonda sembra diventare molto meno netto.
Le immagini del cervello mostrano che in queste condizioni cambia il modo in cui il Default Mode Network comunica al proprio interno e con altre reti.
Ed è un’osservazione affascinante: possiamo continuare ad avere un’esperienza cosciente anche mentre cambia profondamente la sensazione di essere un individuo separato dal resto del mondo.
La neuroscienza non ha trovato nel cervello il luogo dove risiede l’anima. E non ha ancora spiegato completamente la coscienza.
Sta però scoprendo qualcosa di altrettanto sorprendente: il nostro “Io” potrebbe non trovarsi in un singolo punto, ma emergere dal continuo dialogo tra miliardi di cellule e molte reti cerebrali.
Come questa attività biologica riesca a trasformarsi nella sensazione intima e irripetibile di “essere me” rimane uno dei più grandi misteri della scienza.

Fonti:
Cogitate Consortium et al., Adversarial testing of global neuronal workspace and integrated information theories of consciousness, Nature, 2025.
Mashour G.A., Roelfsema P., Changeux J.P., Dehaene S., Conscious Processing and the Global Neuronal Workspace Hypothesis, Neuron, 2020;
Tononi G. et al., Integrated information theory: from consciousness to its physical substrate, Nature Reviews Neuroscience, 2016;
Raichle M.E. et al., A default mode of brain function, PNAS, 2001;
Shinozuka K. et al., Synergistic, multi-level understanding of psychedelics: three systematic reviews and meta-analyses of their pharmacology, neuroimaging and phenomenology, Translational Psychiatry, 2024;