Kensuke e Otone, una coppia di Yokohama, in Giappone, hanno perso tragicamente il loro figlio, Kakeru. Lei è architetta, e si sta dedicando alla costruzione di una villetta per un’altra coppia, lui è titolare di una ditta di costruzioni, lavora con il legno e i falegnami. Un giorno Oto viene a conoscenza dei servizi di REbirth, un’azienda che fornisce riproduzioni basate sull’intelligenza artificiale delle persone care scomparse. I due protagonisti accettano un modello in prova: è sorprendentemente simile a Kakeru. Oto sembra maggiormente predisposta ad accettarlo come suo figlio, gli dice “bentornato” e in una scena ipotizza sia diverso dagli altri modelli. Ken invece dice al robot “benvenuto” e lo tratta come un oggetto. I rapporti tra i membri della famiglia, ricostruita su basi diverse, cambiano continuamente. A volte sembra che Kakeru abbia convinto persino il padre, o forse dovremmo dire il padre adottivo, altre volte è proprio Otone a tirarsi indietro inaspettatamente. Lo spettatore empatizza anche con il piccolo androide, che sembra recitare e portare avanti un lavoro.
È la trama di Sheep in the Box, l’ultimo film del celebrato regista giapponese Hirokazu Kore-eda, già vincitore di una Palma d’Oro a Cannes. Dopo aver concorso all’edizione 2026 del festival francese, arriverà in Italia al cinema il 27 agosto. Per questo film, Kore-eda si è avvalso di Haruka Ayase, con cui ha già collaborato in Little Sister, e Daigo Yamamoto, un celebre comico giapponese. Rimu Kuwaki interpreta con delicatezza il piccolo Kakeru. Il film è stato girato in pellicola dal direttore della fotografia Ryûto Kondô.
Courtesy Lucky Red
Scritto, diretto e montato da Kore-eda, Sheep in the Box di certo non è una storia mai sentita. Sono ormai innumerevoli i film di fantascienza che hanno indagato la natura del rapporto tra uomo e macchina e le qualità umane della macchina, sia quelle che effettivamente possiede sia quelle che le vengono attribuite. La pecora nella scatola del titolo, una citazione da Il piccolo principe, riferimento ricorrente all’interno del film, ci sembra proprio Kakeru: con tutta evidenza, quello nella scatola non è un bambino vero, ma l’opacità del contenitore consente a Oto di sovrapporlo al figlio perduto, e a Ken di attribuirgli funzioni ancora diverse. L’esplorazione di questa ambiguità irriducibile è la parte migliore di film. Il nuovo robot ha gli stessi ricordi del bambino scomparso, ma non può mangiare a tavola né fare il bagno e giocare con le pistole ad acqua. Quando dimostra di conoscere a memoria le stazioni del treno, sembra attingere a un database come Google Maps, inoltre non legge le pagine, le “scansiona”, imparando troppo velocemente e ricordando tutto. La messa in scena di questo tipo di interferenze, che costringono i personaggi a tornare con i piedi per terra e riscrivere i loro rapporti, riesce a coinvolgere lo spettatore con una forma di tensione che si potrebbe definire “speculativa”: chiaramente Oto sbaglia a credere che quello sia davvero suo figlio, ma allora perché anche noi empatizziamo con il robot quando viene trattato male?
Sheep in the Box lascia lo spettatore indifferente
Sheep in the Box è stato paragonato a molti film, ma soprattutto ad A.I. – Intelligenza artificiale. A differenza di Steven Spielberg, che ha realizzato un film più compatto e spettacolare, Kore-eda a tratti abbandona la linea fantascientifica per mettere in scena, come al solito nei suoi film, un racconto sulla genitorialità: Oto si scopre simile a sua madre, nella misura in cui ripropone comportamenti sbagliati evidentemente ereditati come un trauma, e a Kakeru, in un ribaltamento di quello stesso legame ereditario.
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Man mano che la storia procede, emergono nuove prospettive e nuove sottotrame e viene alimentato il mistero di alcuni incontri segreti tra gli androidi del vicinato. Il film appare in bilico su una narrazione che cresce sempre di più mentre continua a offrire spunti di riflessione che non prendono mai la forma di un vero e proprio discorso. Quando finalmente decide quale strada imboccare, ci accorgiamo che la tensione dell’inizio si è allentata, Kore-eda non è riuscito ad addensarla in un finale emotivamente coinvolgente. I toni incantati, l’insistenza su una metafora “botanica” (che ci invita a riflettere su cosa si intende davvero per “essere vivente”), la dilatazione dei tempi e gli occhi degli attori che si riempiono di lacrime trovano lo spettatore indifferente.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).

