di
Riccardo Luna
Lo scienziato iraniano: «Quella che viviamo è molto più di una crisi. Nel Nord del mondo il dibattito adesso è molto sbilanciato sui data center, ma se confronti il loro impatto sull’acqua con quello che succede lungo la catena di approvvigionamento, quell’impatto è minimo»
«…ma prima di chiudere vorrei dire una cosa, una cosa importante, una cosa che tutti noi dovremmo ricordarci sempre. Non siamo i più bravi, siamo soltanto i più fortunati. E questo comporta una responsabilità…». Quando dice queste parole il sorriso di Kaveh Madani – un sorriso largo, buono, che ogni volta gli fa strizzare gli occhi come se provasse un filo di imbarazzo – quel sorriso che lo accompagna sempre quando parla, scompare.
Sta parlando sul serio adesso. Sta spiegando perché ha deciso di fare quello che fa ogni giorno. Lo scienziato. E di farlo come lo fa: provando a rendere il mondo un po’ migliore. Sono le 10 del mattino del 26 agosto e sta per ricevere lo Stockholm Water Prize, un riconoscimento che esiste dal 1991 e che è considerato il «Nobel dell’Acqua», perché – come gli altri Nobel – si svolge in collaborazione con la Royal Academy of Sciences svedese e viene consegnato personalmente dal re di Svezia, Carlo XVI Gustavo (che infatti siede in prima fila nella sala principale del centro congressi di Stoccolma; e che più tardi offrirà in suo onore un banchetto in smoking).
Non è esagerato sostenere che Kaveh Madani è un fenomeno. Prendendo soltanto questo premio e quello che rappresenta, Madani è il più giovane vincitore di sempre (ha 44 anni, infatti si schermisce: «arriva troppo presto, non sono pronto per la pensione»); è il primo funzionario delle Nazioni Unite a vincerlo (dirige il think tank sull’acqua dell’università dell’Onu, nell’area di Toronto); e in più è il primo iraniano ed il primo ex politico (è stato vice presidente e vice ministro dell’Ambiente prima di dover lasciare il suo paese per evitare l’ennesimo arresto).
Il lavoro che lo ha reso famoso si riassume in due parole: Water Bankruptcy, bancarotta dell’acqua, a significare che la crisi che stiamo vivendo – «in tutto il mondo, mica soltanto nei paesi poveri del Sud»- non è una semplice crisi visto che dura da almeno mezzo secolo; ed è iniziata prima che potessimo scontare gli effetti del cambiamento climatico, che ne aggrava i danni ma non può diventare un alibi per la cattiva politica; è figlia piuttosto di una gestione superficiale delle risorse e più in generale della incapacità di noi essere umani di collaborare invece di accaparrare e sprecare quello che abbiamo.
Lo spiega benissimo «la teoria dei giochi» che ha insegnato negli anni londinesi e che ne ha formato il modo di ragionare: provando sempre a capire le ragioni delle scelte degli altri e cosa si può fare per cambiarle. Altrimenti la cooperazione è spacciata. È così che si va in bancarotta. Con l’acqua ci siamo. Il fatto che la consacrazione mondiale di Madani avvenga in Svezia chiude un cerchio: qui infatti venne, ventuno anni fa, a perfezionare gli studi universitari lasciando per la prima volta l’Iran.
Sui social in questi giorni ha postato le sue immagini da ragazzo accanto a quelle di oggi (lo stesso sorriso, e anche la stessa leggera stempiatura). Questa coincidenza gli ispira un messaggio molto più politico di quanto ci si aspetti: «Allora non era affatto facile ottenere i visti per lasciare l’Iran. Quindi non posso dire di aver avuto molte opzioni. La Svezia, forse a un certo punto, è stata una scelta dettata dalla disperazione, o da un intreccio di circostanze che mi ha portato qui, in gran parte per caso. Ma in quel periodo la Svezia aveva appena avviato dei nuovi corsi di laurea magistrale, e ce n’era uno sull’acqua che faceva al caso mio».
Oggi nel Paese scandinavo la situazione è molto cambiata. Soffia un forte vento contro l’immigrazione e anche se il partito che di questo tema ha fatto una bandiera, dopo una crescita impetuosa, sembra non poter vincere le imminenti elezioni politiche di settembre, c’è stata una stretta importante su accoglienza, permessi, visti e asili. Anche a sinistra.
Dice Madani, davanti al Re: «Sono in atto molte iniziative contro l’immigrazione. Continuo a ricordare a tutti che, se a un certo punto qualcuno non avesse deciso di darmi l’ammissione all’università e qualcun altro non avesse deciso di darmi il visto per venire qui, niente di tutto questo sarebbe accaduto». Tutto questo, è la sua vita.
Nasce a Teheran, nel 1981, terzo anno della Repubblica Islamica dell’Ayatollah Khomeini e secondo anno della lunga guerra con l’Iraq. Uno dei ricordi più vividi della sua infanzia, ha raccontato più volte, è un attacco missilistico su Teheran. Era il 29 febbraio 1988, aveva sei anni: rimase illeso ma vide la madre ferita, coperta di sangue. I genitori lavoravano entrambi nel settore idrico, anzi, si erano conosciuti proprio lavorando sull’acqua.
Nel 2015, parlando ad un TED sull’isola di Kish, dirà, sorridendo, che come figlio unico non aveva avuto scelta se non occuparsi anche lui di acqua: «Sono grato all’acqua per avermi dato dei bravi genitori quindi studiarla era il minimo che potessi fare per ringraziarla». Si laurea in ingegneria civile a Tabriz, nel nord ovest turcofono del paese. E decide di specializzarsi all’estero. La Svezia, come abbiamo visto, gli apre le porte. Qui prende un master, in Water Resources, a Lund; e impara una lezione fondamentale.
L’ha raccontata ieri mattina sul palco del premio: un giorno all’università assegnano un lavoro di gruppo e il suo team prende un voto basso per l’incompetenza informatica di uno studente. Lui ci resta malissimo. Poi ne assegnano un altro ed è lui, Kaveh, a non saper usare Excel, ma prendono lo stesso un voto alto («9, non 10») perché i suoi compagni lo aiutano. Morale: «Non sempre scegli le persone con cui lavorare, devi adattarti: a volte sarai tu a dare qualcosa in più, a volte riceverai una mano».
Dalla Svezia va in California, all’università di Davis, dove completa un dottorato in ingegneria civile e ambientale – con una tesi sugli effetti del cambiamento climatico sui sistemi idroelettrici – e dove, nel 2007, per la prima volta utilizza l’espressione «water bankruptcy». È solo un’intuizione, in un documento, che resta dimenticata per qualche anno. «Nel 2015 ha preso forma. Stavamo lavorando ad un documentario sulle falde acquifere sotterranee in Iran e mi hanno mostrato filmati in bianco e nero in cui si parlava di crisi idrica». Lì ho capito che la definizione crisi non bastava. Come può qualcosa essere una crisi per cinquant’anni?
Non avevo una risposta e mi ci è voluto un po’ di tempo per trovare il termine: «bancarotta dell’acqua». Il paper che ne nasce, nel 2016, non passa inosservato perché Madani usa «water bankruptcy» per criticare il governo iraniano: studiando la desertificazione di alcuni laghi, il professore dimostrava che la causa fondamentale non era da ricercarsi nel cambiamento climatico (e quindi nell’ingordigia dell’Occidente, nella visione dei pasdaran); ma nel fallimento delle politiche idriche iraniane. Un atto d’accusa.
Ma in quel momento a Teheran c’era una certa dialettica fra conservatori e riformisti e questi ultimi decisero a sorpresa di chiedere a Madani di entrare nel governo e provare lui stesso a risolvere i problemi che denunciava. E così Madani lascia l’Imperial College di Londra e diventa vice presidente con delega su Ambiente, innovazione e partecipazione civica. Improvvisamente è il volto nuovo dell’Iran ai negoziati climatici e in patria lancia campagne di mobilitazione, per esempio per ridurre i rifiuti («cominciamo da noi stessi», il titolo).
Ma non si ferma qui: critica anche la costruzione di nuove dighe (l’energia idroelettrica ha dei costi ambientali nascosti, sostiene); e soprattutto attacca i diversi progetti di inseminazione delle nuvole per contrastare la siccità. I conservatori lo detestano. Del resto appena tornato in patria da Londra era stato fermato una prima volta e interrogato per diversi giorni con l’accusa di essere una spia. Succede di nuovo nel gennaio del 2018, quando vengono arrestati diversi ambientalisti. Sono soprattutto quelli che si occupano di proteggere il ghepardo persiano dall’estinzione. Sembra una cosa innocua, ma le fotocamere usate per censire gli animali vengono considerate strumenti di spionaggio.
Uno degli arrestati, Kavous Seyed-Emami, muore in carcere. Suicida, dice il regime. Era un amico stretto di Madani il quale in quelle settimane passa 72 ore in carcere per difendersi dall’accusa di essere «un terrorista dell’acqua». Negli interrogatori, dirà, applica la teoria dei giochi: si mette nei panni di chi lo interroga. Non si arrende, ricomincia a girare il mondo per il suo paese. Ma qualche mese più tardi la svolta. Sta tornando da una missione e, in volo, si collega al Wi-fi di bordo: su Twitter circolano sue foto private mentre balla ad una festa, con questo testo: «Si ubriaca e balla in un edificio che appartiene al governo della Repubblica Islamica dell’Iran in Malesia. Sta ridendo della nazione iraniana».
Capisce che è finita. E capisce anche di essere fortunato: avendo perso il volo diretto per Teheran, deve fare scalo a Istanbul. Su quel secondo aereo non salirà mai. Non tornerà più in Iran. Ma quando gli chiedo di dire la prima cosa che gli viene in mente pensando al suo paese, sospira. Tace e sospira per un tempo che sembra interminabile. Poi dice: «Non c’è soltanto una cosa, è quello che hai sentito, è un sospiro… Il pensiero su cosa potrebbe essere quel Paese e invece dove si trova. L’ingiustizia, l’ingiustizia. Essere martellati da tutte le parti. Quei cittadini meritano una vita migliore e sono intrappolati nella politica mondiale».
È una ferita aperta, gli dico. «Lo è, lo è. Se ci pensi, sono il primo iraniano a ricevere questo premio. In un mondo normale ci sarebbero festeggiamenti, felicità, orgoglio. Ma siamo in un momento in cui non possiamo festeggiare mentre piangiamo le persone che abbiamo perso di recente, le persone che vengono uccise ogni giorno. Sai, a proposito di complessità, penso che sia proprio questo un esempio. Le vite degli iraniani sono intessute di complessità. È semplicemente un mondo ingiusto. Ma ancora una volta, ora che lavoro per le Nazioni Unite, so che gli iraniani hanno comunque una vita molto migliore di molte, molte altre persone in tutto il pianeta». Il resto è storia recente.
Il 19 gennaio 2026 la definizione Water Bankruptcy entra nella letteratura scientifica inglese. Viene pubblicato il Global Water Bankruptcy Report. E adesso cosa deve succedere?
«Non credo che i problemi dell’acqua si possano risolvere con un mio rapporto, né con una formula magica inventata da me. Studio la scienza della complessità e la prima cosa che impari è che un problema complesso è diverso da un problema complicato. Un problema complicato si risolve con più scienza e più denaro. Mandare gli esseri umani nello spazio è complicato. Alla fine una soluzione si trova. I problemi complessi invece non hanno soluzione. Finché l’umanità sarà su questo pianeta, continueremo a batterci per risorse scarse, a trovare soluzioni e a commettere errori. Quindi il compito è navigare attraverso la complessità, e la responsabilità di persone come me è agire presto, in modo proattivo, ricordando a tutti le conseguenze indesiderate e come si possa fare meglio e sbagliare meno se si ha una visione nuova».
E qui entra in campo la teoria dei giochi…
«Serve a capire gli incentivi, perché le società si comportano in modi diversi. Unita alla mia esperienza politica, credo che mi metta in una posizione migliore per capire le buone ragioni che stanno dietro le cattive decisioni, e perché le decisioni prendono certe strade; e poi per proporre opportunità, incentivi, modelli o soluzioni che cambino i comportamenti e favoriscano il cambiamento. Il rapporto sulla bancarotta dell’acqua è uno di questi. È un passo avanti, non è una cosa completa. Parla soltanto di alcune delle opportunità che il settore idrico offre in questo mondo frammentato, e di come si possa allineare il nazionalismo, se uno vuole perseguirlo, con qualcosa che fa bene all’intero pianeta e che fa bene anche a te. Ci sono benefici immediati che vanno insieme a quelli di lungo periodo: si tratta di far combaciare le due cose. Ecco, questo è quello che faccio: continuare a lottare per il cambiamento, continuare a ricordare alla gente questi problemi e, quando c’è della scienza, aiutare a tradurla in qualcosa che il pubblico e i responsabili politici possano capire, e proporre quelle soluzioni. Io qui faccio da intermediario: sto da qualche parte fra gli accademici, il mondo della politica e la gente comune, e provo a fare un lavoro migliore di traduzione, aiutando le persone a unire le forze per ottenere un cambiamento»
È troppo semplicistico dire che il tuo insegnamento, tratto dalla teoria dei giochi, è che staremmo meglio se collaborassimo invece di competere l’uno con l’altro per le risorse?
«Sì, la teoria dei giochi dice anche che la cooperazione può portare a soluzioni migliori. Ma la teoria dei giochi ci dice anche perché in moltissimi casi i comportamenti cooperativi non emergono. Conosci la tragedia dei beni comuni? E il dilemma del prigioniero?»
(Apriamo una parentesi. Nella tragedia dei beni comuni, individuata la prima volta nel 1833, si dice che un bene comune è una risorsa che nessuno possiede in esclusiva ma da cui tutti possono attingere: un pascolo aperto, un banco di pesca, l’atmosfera, una falda acquifera. Il meccanismo della tragedia è che il beneficio del prelievo è privato e immediato, mentre il costo del depauperamento è collettivo e differito. L’esempio classico è il pastore che aggiunge una pecora al pascolo comune: guadagna un’intera pecora, ma il sovrapascolo che ne deriva lo paga in frazione insieme a tutti gli altri. Il calcolo torna per i singoli. Tutti aggiungono pecore, il pascolo collassa. Il punto cruciale, che Madani ripete ossessivamente, è: nessuno si è comportato in modo irrazionale. Ogni singolo attore ha fatto la scelta ottimale date le sue informazioni e i suoi incentivi. La rovina collettiva è la somma di comportamenti individualmente sensati. Chiusa parentesi).
Quindi la domanda di un teorico dei giochi è: come si allineano gli interessi individuali con quelli di gruppo?
«Come si allinea la razionalità individuale con quella di gruppo? Come si cambiano i meccanismi? Come si costruiscono soluzioni che rispettino anche quello che a te interessa come individuo? E in effetti, questo è ciò che ho fatto inizialmente nei miei primi anni di ricerca: mostrare la distinzione tra l’ottimale, il bene per le società, come le soluzioni cooperative, e ciò che realmente accade nella società. Ricordando anche a quelli del mio stesso campo che è facile formulare soluzioni prescrittive, ma che non si realizzeranno mai. Perché individui, paesi e parti interessate hanno tutti i propri interessi in gioco. E se vuoi essere utile, devi rispettare quegli interessi, chiaro? Una strada è etichettare tutti gli elettori come irrazionali, giudicarli e dire che sono ignoranti, che sono irrazionali per aver votato in quel modo. L’altro modo di pensare è guardare la situazione e chiedersi: perché le persone hanno fatto quella scelta, e come si può cambiarla? O perché non si può cambiare? Quando ci si pongono questo tipo di domande, a volte si scopre che è una questione di informazioni, a volte di fiducia, a volte di interessi a breve termine e così via, e poi si trovano i modi per cambiare la situazione. Pensare che gli agricoltori non collaborino, o stiano prosciugando l’acqua non rinnovabile o una falda acquifera, perché sono irrazionali, è molto riduzionista e ingenuo, ed è proprio contro questo che combatte la teoria dei giochi: spiegare quelle situazioni. Abbiamo a che fare con un sacco di persone razionali. È facile liquidare i politici, o anche i terroristi, come irrazionali, ma in realtà devi capire perché quelle persone si comportano come si comportano. Perché i terroristi si fanno saltare in aria per un obiettivo? O perché certi leader nel mondo prendono decisioni che a noi sembrano folli, ma poi ci sono molte altre persone che li apprezzano proprio per quelle decisioni?».
Tu sembri un particolare tipo di scienziato: da sempre ti muovi all’intersezione fra scienza, politica e attivismo. O sbaglio?
«Sì, e il motivo per cui sono così entusiasta del mio attuale lavoro è che mi mette davvero in mezzo. Faccio parte del braccio scientifico delle Nazioni Unite, quindi da una parte ho gli scienziati e dall’altra i decisori. E a volte, quando vedi i diversi livelli del processo decisionale, scopri che la strada verso il cambiamento è molto diversa da quella che immagini come scienziato nella tua torre d’avorio. I decisori potrebbero non leggere mai i migliori articoli che scriviamo e citiamo, giusto? E a volte una frase semplice, in una conversazione con un decisore, può essere molto più efficace di tonnellate di articoli che scriviamo e pubblichiamo. E quando vedi queste cose, ti viene voglia di fare le cose in un altro modo. Almeno, è quello che sto provando a fare».
Cos’altro?
«L’altra cosa che provo a fare è battermi per il Sud del mondo. Mi sono formato nel mondo in via di sviluppo, in Europa, in Nord America: ho lavorato in tre continenti diversi. E spesso vedo che i problemi come vengono percepiti nel Nord del mondo non sono i veri problemi del Sud del mondo. Ed è per questo che, molte volte, le soluzioni che prescriviamo nel Nord del mondo vengono viste come irrilevanti nel Sud del mondo. A volte questo porta attivisti, nazioni, responsabili politici e persino scienziati del Sud del mondo a sviluppare teorie del complotto, perché non capiscono la posizione del Nord del mondo. Perché mi parli delle generazioni future se io sto soffrendo oggi? Come posso preoccuparmi delle specie in via di estinzione quando i miei figli soffrono? Quindi ogni giorno ricordo a me stesso e ai miei colleghi dell’Università delle Nazioni Unite che siamo noi i fortunati, quelli che in qualche modo sono finiti da questa parte del muro, mentre i nostri connazionali sono rimasti bloccati a casa. E non siamo qui perché siamo più intelligenti: siamo stati solo fortunati e siamo riusciti a uscire. E ora che siamo qui, invece di ripetere il gergo che ripetono tutti gli altri, perché non proviamo a parlare di quelle realtà sul campo, di quelle complessità sul campo, e a usare la piattaforma dell’Onu e le piattaforme che abbiamo per ricordare alla gente queste cose? E se guardi alcuni dei nostri rapporti di quest’anno, sono piuttosto controversi».
In che modo?
«Nel rapporto Global Water Bankruptcy spieghi il fenomeno e poi dici: non è solo un problema dell’Africa, o del Medio Oriente e del Nord Africa; anche voi in Europa avete questi problemi, ed è un problema di governance, è un problema di cattiva gestione. Poi abbiamo pubblicato un rapporto in cui mettiamo in discussione la giustizia di quella che chiamiamo la transizione verde, guardando a quello che sta accadendo con i minerali critici. Quando sviluppiamo l’intelligenza artificiale, quando guido la mia auto elettrica, delle persone possono morire a causa dell’inquinamento prodotto dall’estrazione dei minerali critici».
È lo stesso approccio del rapporto sull’Intelligenza artificiale dello scorso giugno.
«Il fatto è che nel Nord del mondo il dibattito adesso è molto sbilanciato sui data center e su dove vengono collocati. Le comunità rifiutano i data center: perché portate questo data center sul mio territorio, portatelo via, e così via. Ma se confronti l’uso dell’acqua, o l’impatto sull’acqua, dei data center con quello che succede lungo la catena di approvvigionamento, quell’impatto è minimo. Ci sono un sacco di altre cose che succedono, dal momento in cui estrai i minerali critici al momento in cui produci i semiconduttori e l’infrastruttura che ti serve, e così via; e poi c’è la gestione dei rifiuti elettronici. Cosa voglio, nel mondo dell’IA? Non voglio che la gente smetta di usare l’IA, ma voglio che la usi quando aggiunge valore. E voglio che tutti gli attori, non solo le aziende di IA, si assumano più responsabilità. Vuol dire che, come utente, se posso risparmiare qualcosa, se posso fare qualcosa di meglio, se posso spegnere la videocamera mentre parlo con te, allora lo faccio, giusto? Riduco il mio impatto. E poi posso anche chiedermi se la prossima volta dovremmo parlarci su Zoom o su Teams, se uno dei due fa un lavoro migliore nel dichiarare la propria impronta ambientale e nel ridurla. Posso anche spingere i governi a prendere la cosa più sul serio, a pretendere responsabilità, a tassare l’inquinamento. Poi ci sono gli sviluppatori e i fornitori di servizi, che possono fare un lavoro migliore nel dirci cosa sta succedendo. È questo che serve. Forse sai che il nostro rapporto ha portato al lancio dell’Iniziativa per la trasparenza ambientale dell’IA da parte del Segretario generale dell’Onu, che ha chiesto alle aziende di IA di dichiarare la loro impronta idrica, di carbonio e di suolo. Ne siamo molto orgogliosi, ma non sappiamo se vedremo le aziende di IA farlo davvero, a breve».
Come si resta ottimisti in un mondo sempre più complesso?
«Possiamo discutere se il mondo stia davvero diventando più complesso ogni giorno, o se sia il nostro livello di percezione e di comprensione a cambiare. Alcune delle cose che oggi vi sembrano strane nel Nord del mondo, a noi sono molto familiari. Prendiamo un fatto recente. I canadesi sono usciti dai negoziati con gli Stati Uniti e hanno detto: non possiamo negoziare con loro, perché hanno chiesto queste modifiche all’ultimo minuto e così via. Quel linguaggio mi è molto familiare, perché ho sentito dire la stessa cosa dagli iraniani, giusto? Quindi alcune delle cose che sono nuove per i cittadini del Nord del mondo esistono da un pezzo. Ma oggi il mondo è più nudo di prima. Vediamo le ipocrisie più chiaramente di prima. Alcune delle nazioni che mettevano molti soldi negli aiuti e parlavano di diritti umani stanno violando il diritto internazionale. A volte ci sentiamo molto disperati, molto delusi, molto frustrati. Ma il mondo è così, è sempre stato così. Molto ingiusto, molto iniquo. Ma se poi guardiamo a ciò che l’umanità ha realizzato finora, sappiamo che oggi stiamo molto meglio di cento anni fa per quanto riguarda i diritti delle donne e i diritti umani; e sull’uguaglianza e l’equità di genere siamo messi meglio. Quindi lo considero un processo. E come ho detto, non credo che il mondo si fermerà il giorno in cui morirò, e non credo nemmeno di poter risolvere i problemi entro quel momento. Quindi sono ottimista».
Come muoversi?
«Penso che si debba lottare. Non perdiamo la speranza e lottiamo per i cambiamenti, restando realisti su quello che vediamo; senza liquidare le persone dandole per ingenue, ignoranti o irrazionali, ma provando invece a capire il loro modo di pensare e perché vanno in certe direzioni. Li chiami di destra, estremisti e così via, ma ci sono altri modi per capire perché lo fanno. Provate invece a capire perché prendono quelle strade, e a intervenire sulle cause profonde. Penso che l’umanità stia facendo progressi. Nel complesso le cose vanno meglio. Nel complesso abbiamo una qualità della vita migliore – non so, si può discutere. Ma sapete: l’aspettativa di vita, l’istruzione, tante cose sono migliorate rispetto a prima. Gradualmente stiamo migliorando. E poi ci sono momenti nella storia che ti aprono gli occhi, e penso che questo sia uno di quelli. È un momento di riflessione per noi, uno schiaffo in faccia, vedere quella realtà così nuda e ripensare ad alcune delle nostre percezioni e convinzioni. E spero che riusciremo a gestire meglio questo livello di realtà».
Ultima domanda: la lezione più importante che ti hanno trasmesso i tuoi genitori?
«Penso che la cosa più importante non riguardi affatto l’acqua. E’ questa: fare quello che puoi per gli altri. Penso che sia la lezione che ho imparato da loro: essere generoso per quanto è possibile, ed essere disposto a rinunciare a qualcosa per gli altri. Se puoi dare, da’ alla società, da’ alle persone. Penso che sia la cosa più importante che mi hanno insegnato».
27 agosto 2026
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