di
Alberto Zorzi e Antonella Gasparini
Dopo l’arresto dell’esecutore, i sospetti sulla rivale come mandante dell’aggressione di Scorzè nella serata del 26 giugno. La vittima ha ustioni di secondo grado in gran parte del corpo
«Questa donna le aveva parlato direttamente, le aveva detto che sapeva dove abitava, riferendo anche l’indirizzo dei suoi genitori. Ricordo che questo l’aveva sorpresa molto». E alla domanda se, secondo lei, la giovane si sentisse minacciata da quella «rivale in amore», aveva risposto con un secco: «Sì».
A raccontare questo retroscena è stata un’amica della 32enne operatrice sociosanitaria, residente a Mestre, che la sera del 26 giugno è stata sfregiata con l’acido sotto la casa dei suoi genitori a Peseggia di Scorzè. Dopo l’arresto dell’altro ieri di Leo Dimovski, 22enne cittadino della Macedonia del Nord, accusato di essere stato l’esecutore materiale dell’aggressione, ora la procura di Venezia punta a trovare il (o la) mandante. Ed è evidente che i carabinieri di Venezia, guidati dalla pm Monica Guzzard e dalle procuratrici Alessandra Dolci e Barbara Sargenti, stiano lavorando soprattutto sulla pista sentimentale/passionale.
La vittima – che ha avuto ustioni di secondo grado alla palpebra sinistra, al volto, al collo, al torace, al seno e alle braccia, restando ricoverata al centro Grandi Ustioni di Padova per oltre un mese – aveva una relazione con un uomo macedone, sposato e con un figlio. Proprio nelle settimane precedenti l’agguato, sul suo cellulare erano arrivate varie minacce da un numero macedone sconosciuto, che gli inquirenti non hanno ancora identificato anche perché servirebbe una rogatoria in quel paese. Nei messaggi la si insultava come prostituta, poi venivano allegate delle foto di famiglia (come a dire: guarda cosa stai rovinando), ma c’erano anche frasi circostanziate: «Cosa ci vai a fare in Albania?», «Ho chiamato tua mamma».
Quando la 32enne è stata sentita dai carabinieri, ha confermato la relazione, spiegando che quell’uomo era andato a vivere a Roma da circa un mese e mezzo, escludendo però di ritenere coinvolta la donna, che peraltro risulta aver preso un volo da Roma il 13 giugno. Nelle indagini è emerso anche che nel 2024 la vittima aveva denunciato la diffusione di alcune immagini intime proprio con l’uomo, ma ovviamente contro ignoti.
Proprio la mattina del 26 giugno l’operatrice era tornata dalla capitale a Mestre, dopo aver passato del tempo con il compagno. Nelle stesse ore, Dimovski a Padova comprava quella scheda telefonica che poi l’avrebbe incastrato. Mezz’ora prima dell’agguato, alle 20.50, il numero aveva infatti agganciato una cella della zona e i militari hanno scoperto che era stata la prima e unica volta. Poi hanno trovato i video di lui che comprava una lattina in un bar vicino, restituendo una figura pienamente compatibile con la descrizione fatta da una vicina di casa che l’aveva intravisto scappare a piedi. Infine coincideva il Dna trovato su una canottiera e un cappellino abbandonati durante la fuga, che invece era diverso da quello dell’amante e del figlio, che sono dunque stati scagionati. Sul ginocchio aveva poi delle ustioni simili a quelle delle ragazza, essendosi ferito lui stesso con l’acido. L’accusa è di lesioni gravi con l’aggravante della premeditazione e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso aggravate e oggi l’uomo sarà interrogato dal gip Margherita Berardi, affiancato dall’avvocato Marianna De’ Giudici.
«Se c’è un mandante, chiediamo che venga fermato al più presto», afferma la mamma della vittima, parlando davanti a casa. La figlia per ora punta a riprendere in mano la sua vita dopo il male subito, e provare a dimenticare. «Sta facendo altro, non si sente di parlare – spiega la donna – La situazione non è ancora chiara e mia figlia è stata vittima due volte: oltre a quello che ha subito ha dovuto ripercorrere il terrore provato, il dolore e le conseguenze che ora porta, decine di volte per ricordare e raccontare. Come se avesse una colpa».
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27 agosto 2026 ( modifica il 27 agosto 2026 | 12:30)
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