Un tumore che, sotto l’azione della terapia, smette di crescere può non essere affatto un tumore sconfitto: alcune cellule del carcinoma prostatico dipendente dagli androgeni si limitano a sospendere le operazioni, riducono i consumi e attendono. Ora uno studio pubblicato il 27 agosto su Cell Death Discovery rivela un particolare sorprendente di questa attesa: mentre sembrano inattive, le cellule accumulerebbero glutammina, costruendosi una riserva metabolica con la quale sopravvivere al trattamento e, forse, preparare la futura ripresa della malattia.

La terapia ormonale sottrae infatti al tumore gli androgeni, cioè i segnali che sostengono la proliferazione di queste forme di carcinoma prostatico. La massa può regredire e rimanere sotto controllo anche a lungo; tuttavia, una parte delle cellule non muore, ma entra in quiescenza — una condizione nella quale la divisione si arresta, il metabolismo rallenta e la presenza stessa del tumore diventa più difficile da individuare. È un letargo, se così vogliamo chiamarlo. Ma non un sonno inerme.

Al centro di questo sconcertante meccanismo vi è GLUL, il gene contenente le istruzioni necessarie a produrre la glutammina sintetasi (GS), l’enzima che consente alla cellula di fabbricare glutammina al proprio interno. In condizioni normali il recettore degli androgeni contribuisce a mantenere frenata l’attività di GLUL; quando la terapia spegne tale recettore, il freno si allenta, aumenta la quantità dell’enzima e la cellula comincia a produrre più glutammina. Si verifica così un apparente paradosso: la glicolisi, il ciclo energetico e numerose altre vie metaboliche rallentano, mentre la glutammina si accumula.

Per intenderci, immaginiamo un’officina costretta a chiudere: i macchinari vengono fermati, le consegne dall’esterno diminuiscono, ma nel magazzino si continua a stipare un materiale ritenuto essenziale per la riapertura. È precisamente questo il quadro suggerito dagli esperimenti. Utilizzando glucosio marcato, i ricercatori hanno osservato che, dopo la privazione degli androgeni, la quota di glutammina ottenuta da quel nutriente saliva da circa il 10 al 15 per cento; nello stesso tempo diminuivano sia l’ingresso di glutammina dall’esterno sia il suo consumo. Le cellule, insomma, non parevano fabbricarla per bruciarla subito, ma per conservarla.

La pista è stata verificata in due linee cellulari di tumore prostatico sensibile agli androgeni, in diversi archivi di dati genetici, in campioni provenienti da pazienti e in modelli murini. Quando GLUL veniva eliminato mediante CRISPR — la tecnica che permette di intervenire in modo mirato sul patrimonio genetico — oppure quando la glutammina sintetasi veniva bloccata con un composto farmacologico, la sottrazione degli androgeni non spingeva più soltanto le cellule verso la quiescenza: aumentava l’apoptosi, vale a dire la morte cellulare programmata. Restituire glutammina recuperava solo in parte la capacità di sopravvivere. È questo l’aspetto decisivo: sottratta la scorta, il rifugio metabolico diventava assai meno sicuro.

Ma non è tutto. Nei topi ai quali erano stati trapiantati tumori umani, l’inibizione dell’enzima, associata alla soppressione androgenica, ha ritardato il ritorno della crescita tumorale; negli animali sottoposti alla sola castrazione, invece, la ripresa compariva entro otto settimane. La prova contraria ha rafforzato il risultato: inducendo artificialmente una maggiore produzione di glutammina sintetasi, i tumori diventavano più resistenti.

Sarebbe tuttavia prematuro parlare di una nuova cura. Le dimostrazioni di efficacia derivano soprattutto da cellule coltivate e animali, mentre le informazioni sull’uomo provengono da piccoli gruppi di campioni e da analisi genomiche già disponibili. Non sappiamo ancora se bloccare GLUL nei pazienti sia sicuro, quale farmaco potrebbe riuscirvi, né se un simile intervento allungherebbe effettivamente la sopravvivenza. L’inibitore impiegato nello studio serve, per ora, a dimostrare il funzionamento del meccanismo: non è un trattamento pronto a entrare nella pratica oncologica.

La scoperta indica però una possibile e limitata finestra d’intervento. La glutammina sintetasi sembra aumentare nelle prime fasi della terapia ormonale, quindi diminuire quando il tumore resistente impara nuovamente a rifornirsi di glutammina dall’esterno. A scanso di equivoci, ciò non significa che si debba eliminare questo aminoacido dalla dieta: le cellule studiate lo producevano da sole. Non abbiamo ancora un’arma, dunque, ma la mappa di un nascondiglio metabolico. Resta da vedere se sarà possibile colpirlo prima che il tumore si risvegli.

Zhao B, Meng Q, Zhou J, et al. “Glutamine synthesis pathway promotes the survival and recurrence of dormant tumor cells in prostate cancer”. Cell Death Discovery, 27 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41420-026-03282-w.

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