di
Valentina Iorio
Secondo S&P Global Energy, la capacità di raffinazione in Europa scenderà del 20% entro il 2035. Qual è la situazione in Italia e quanto pesa la crisi in Medio Oriente
Il caro carburanti ha riacceso il dibattito sulla capacità di raffinazione di greggio in Italia e in Europa, messa sotto pressione dalle guerre in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina. Secondo le previsioni di S&P Global Energy, la capacità di raffinazione in Europa scenderà del 20% entro il 2035, attestandosi a poco più di 9 milioni di barili al giorno contro i 14 di inizio XXI secolo. Anche in Nord America la capacità produttiva è destinata a ridursi, mentre in Cina, Medio Oriente, India e Africa si continuano a costruire nuove raffinerie.
La carenza mondiale di prodotti raffinati
Come ha spiegato in un’intervista al Corriere Daniel Yergin, guru del petrolio e vicepresidente di S&P Global, oggi nel mondo mancano circa 6 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione a causa dei danni causati da raid alle raffinerie del Golfo Persico e di quelli causati dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe. Questo in parte spiega perché, malgrado il prezzo del greggio sia sceso, i prezzi della benzina e del diesel alla pompa rimangono elevati.
I prezzi dei carburanti saliranno ancora
Nelle scorse settimane i ceo di Exxon Mobil e Chevron hanno avvertito che le raffinerie stanno già lavorando a pieno regime e la loro capacità non può essere incrementata ulteriormente per compensare la carenza globale di prodotti raffinati.
Tutto questo potrebbe tradursi in prezzi più alti per i consumatori alla pompa nei prossimi mesi. In questo contesto un’ulteriore riduzione della capacità di raffinazione rischia di tradursi in una vulnerabilità strutturale per l’Ue e per l’Italia, dove nell’ultimo decennio hanno chiuso molte raffinerie.
La capacità di raffinazione in Italia
Secondo la relazione annuale Unem 2026, nel 2025 la capacità di raffinazione in Italia è scesa a 83,3 milioni di tonnellate contro gli 87,5 dell’anno precedente, per l’avvio della trasformazione in bioraffineria della raffineria di Livorno. Questa capacità è ancora in grado di coprire la domanda nazionale, pari a 62 milioni di tonnellate, tranne che per il jet fuel. Agli inizi degli anni ’90 l’Italia aveva una capacità di raffinazione di circa 100 milioni di tonnellate, con 18 impianti attivi sul territorio nazionale.
Le raffinerie attive e quelle convertite
In Italia ci sono 13 impianti di raffinazione ancora attivi, di cui dieci raffinerie tradizionali di petrolio, due bioraffinerie convertite e una in fase di conversione. La raffineria più grande è la Isab di Priolo (Siracusa), tornata in mani italiane grazie all’accordo di acquisizione siglato a maggio dal gruppo Ludoil, guidato da Donato Ammaturo, che ha rilevato la partecipazione del fondo cipriota Goi Energy. Un altro impianto molto importante è quello di Sarroch (Cagliari), di proprietà della multinazionale olandese Vitol, che ha completato l’acquisizione del gruppo Saras nel 2024.
A queste si aggiungono le raffinerie Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia) e Taranto, quella di Milazzo, gestita tramite la joint venture con Q8. Le altre raffinerie in funziono sono quella di Augusta della compagnia statale algerina Sonatrach, quelle di Trecate (Novara) e Falconara (Ancona), controllate dalla compagnia statale azera Socar. E poi ci sono le tre convertite da Eni alla produzione di biocarburanti: Marghera, Gela e dal 2026 anche Livorno.
L’import-export di prodotti raffinati
Nel 2025, secondo i dati Unem, l’Italia ha importato oltre 16 milioni di tonnellate di prodotti raffinati, per il 64% costituiti da gasolio, jet fuel e gpl. Le quantità esportate hanno superato i 25,7 milioni di tonnellate. Un terzo delle importazioni è arrivato dal Medio Oriente-Asia ed è la quota su cui ricadono gli effetti delle tensioni in Medio Oriente e del blocco di Hormuz.
Il dibattito sugli extraprofitti
Il tema della capacità di raffinazione è entrato anche nel dibattito sulla tassazione degli extraprofitti delle società energetiche. Dopo che il governo italiano assieme a quelli di altri cinque Paesi ha chiesto all’Unione europea di imporre una tassa straordinaria sugli extraprofitti delle società energetiche e Bruxelles ha replicato che è competenza degli Stati membri, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, in una lettera al Corriere della Sera, ha esortato il governo ad agire. Mentre Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’associazione dei petrolieri, in un’intervista al Corriere ha dichiarato che la tassa sarebbe «inopportuna» perché le aziende hanno bisogno di investire nelle raffinerie e nella loro riconversione. Ma qui non si tratta di tassare gli utili derivanti da investimenti ma quelli determinati da eventi geopolitici eccezionali, come la chiusura dello Stretto di Hormuz. Si stima che tra gennaio e giugno 2026 gli otto maggiori produttori mondiali di greggio quotati in Borsa hanno realizzato utili per oltre 148 miliardi di dollari. Solo nel secondo trimestre dell’anno, Chevron ed Exxon hanno realizzato profitti record per 27 miliardi e i cinque grandi produttori europei (Eni, Equinor, Bp, Total, Shell) hanno incassato 27 miliardi di utili.
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27 agosto 2026
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