La serie di Disney+ prova a mettere su schermo le atmosfere del romanzo del grande autore americano, ma viene fuori un teen drama slavato
Voi sapete che qui a Serial Minds seguiamo da sempre una regola tale per cui le serie tv non vanno giudicate sulla base dei libri da cui sono tratte. O meglio, il concetto è più specifico: non è possibile che una persona, per godersi una serie tv, debba leggere l’eventuale romanzo su cui si basa, perché semplicemente non ha senso, la gente non ne ha il tempo, e la cosa stabilirebbe una gerachia concettualmente sbagliata fra un mezzo e l’altro.
Una regola, questa, che si traduce nella prassi di non fare granché confronti tra un prodotto e l’altro, a meno di eccezioni. Ecco, The Shards potrebbe essere un’eccezione. Non tanto, o non solo, perché l’autore del libro da cui è tratta (l’omonimo The Shards, in italiano Le Schegge) è quel Bret Easton Ellis che è considerato uno dei maggiori autori americani viventi. E non solo, o non tanto, perché lo stesso Ellis è co-autore della serie insieme a Ryan Murphy, in un sodalizio tra famoso autore letterario e altrettanto famoso autore televisivo che non ha tantissimi precedenti.
Più che altro, perché un minimo confronto fra le due opere ci consente un po’ meglio di capire perché The Shards, nel senso della serie tv, ci sembra un teen drama piuttosto moscio, stucchevolmente patinato, e in buona parte già visto.
Ovviamente, il fatto che io abbia finito di leggere il romanzo praticamente nei giorni un cui debuttava la serie ha aiutato, ma quello è puro culo.

Intanto, due note narrative che valgono per entrambi i prodotti. The Shards si presenta come una storia apparentemente autobiografica, in cui Ellis racconta la sua adolescenza dorata a Los Angeles fra soldi, droga, scuole esclusive, nessuna prospettiva umana e valoriale, e i patemi amorosi e sessuali di un ragazzo che non ha ancora ammesso di essere gay. E poi si aggiunge la comparsa di un misterioso serial killer, che il giovane protagonista (descritto proprio come “Bret Ellis” e interpretato da Igby Rigney) sospetta sia connesso all’arrivo di un nuovo ragazzo a scuola, il misterioso e affascinante Robert Mallory (Homer Gere, che ha un nome non casuale, è proprio il figlio di Richard Gere).
Dal punto di vista letterario, l’operazione è abbastanza particolare perché Ellis scrive un romanzo che usa le tecniche dell’autofiction, con un protagonista-narratore che fa riferimenti espliciti alla sua carriera letteraria futura, all’interno di una storia in cui però tutto l’elemento thriller-giallo è completamente inventato, perché Bret Easton Ellis non ha mai avuto a che fare con un serial killer.
Un gioco autoriale che tutto sommato funziona anche con la serie tv, anche se il passaggio allo schermo rende l’operazione meno immediata perché qui è più difficile avere l’impressione di un autore che ci parla della sua vita (a parte certi casi tipo The Goldbergs).
Ma comunque questo aspetto, importante in termini di critica letteraria, non è il più rilevante per il nostro discorso.

Il tema vero, come da titolo, è la sostanziale intraducibilità di Bret Easton Ellis in formato audiovisivo, che non è un problema di oggi, ma riguarda anche il suo romanzo più famoso, quell’American Psycho che pure è diventato un film di ottimo successo e memoria, diretto da Gus Van Sant e interpretato da Christian Bale.
Giusto per capirci, American Psycho (il film) è robetta per chi ha letto il libro, per almeno due motivi molto specifici.
Bret Easton Ellis lavora molto più di atmosfera che di narrazione. I suoi romanzi, a partire da Meno di Zero, che pubblicò giovanissimo e di cui si parla anche all’interno di The Shards (che di Meno di Zero è una specie di versione aggiornata scritta da adulto), lavorano moltissimo su certe atmosfere precise che possono andare dalla noia drogata e alcolica della Los Angeles della sua adolescenza, alle manie carrieristiche e di immagine del Patrick Bateman di American Psycho, un serial killer pettinato, performativo, ossessionato dal suo aspetto e dalla percezione di sé.
Sono atmosfere spesso rarefatte, oniriche, splendidamente orchestrate su carta con poche parole semplici ma giuste, oppure con invenzioni che funzionano molto meglio sulla pagina che su uno schermo, come in American Psycho succedeva con la famosa scena del confronto fra i biglietti da visita, o con le pagine (noiosissime ma fondamentali) dedicate alle biografie dei cantanti.
E accanto a questo, ma non meno importante, c’è il tema della descrizione esplicita delle scene di sesso e di violenza: in Ellis, quando si parla di sesso si parla di tutto, nei dettagli più intimi (anche perché, nel caso di The Shards, bisogna descrivere la mente di un ragazzo abbastanza fissato con la sessualità ), e quando si va nella violenza idem, descrizioni minuziose di scene terrificanti (American Psycho non va letto mentre si mangia).
Portare “davvero” sullo schermo uno di questi romanzi, dovrebbe voler dire girare un porno e/o un horror letteralmente stomachevole.

E arriviamo così alla serie The Shards, alla cui scrittura Ellis ha partecipato direttamente, con l’idea di adattare il meglio possibile il suo lungo romanzo a una miniserie di dieci episodi. Un’operazione che ha comportato (legittimamente) lo spostamento in avanti o indietro di qualche scena, un potenziamento di alcune componenti (la serie è molto più thriller del libro, che invece dedica più spazio all’autointrospezione psicologica del protagonista), e la vera e propria aggiunta di alcune sequenze e sottostorie, più adatte al mezzo televisivo.
Il problema dell’intraducibilità , però, si ripropone. Se il libro (che io nemmeno considero un capolavoro totale, per la cronaca, perché effettivamente troppo simile a Meno di Zero) vive di atmosfere sospese e delle infinite paranoie e rimuginazioni del protagonista, la serie non può permettersi di perdere così tanto tempo nella testa di un singolo personaggio, e si “accontenta” di provare a ricostruire l’atmosfera di una Los Angeles anni Ottanta che sia patinata, ostentata, ma anche finta e pericolosa.

Il risultato, però, sono cose che abbiamo già visto, sia nelle precedenti produzioni di Ryan Murphy, sia in qualche horror un po’ meta come Scream. La serie fatica a trarre chissà quale specificità dal romanzo, e finisce con l’essere un teen-thriller-drama pieno di personaggi bellocci, interpretati da attori troppo grandi per la parte (tipo Kaia Gerber, attrice 25enne che interpreta la diciassettenne Susan Reynolds e che di anni sembra averne 32), e con tante, troppe lentezze che vorrebbero essere stilose e significative, ma che sono solo rallentamenti della storia.
In termini di rappresentazione di sesso e violenza, come accennato poco sopra, non si può fare molto, con il risultato (almeno per la prima metà della serie) di vedere poco e niente. E non credo che la cosa possa cambiare granché con gli episodi restanti, per semplici limiti che FX / Disney+ non può superare.

C’è poi un ulteriore problema, che attiene proprio all’elemento visivo. Avete presente quando ascoltate una canzone degli anni Ottanta o Novanta, trovandola ancora fresca e divertente, capace di dire qualcosa, salvo poi accorgervi che il relativo video musicale è invecchiato malissimo, al punto che guardarlo vi scatena un irrefrenabile prurito cringe?
Ecco, stessa cosa nel passaggio dal racconto letterario degli anni Ottanta alla sua effettiva rappresentazione. Quando Ellis scrive che un personaggio era elegante, raffinato, infuso di una specifica carica erotica (e lo fa con le sue parole, sempre calibrate fra sogno e volgarità ), noi possiamo immaginarcelo come vogliamo, perché anche di fronte a una descrizione minuziosa del suo abbigliamento, quello che deve passare è il concetto.
Quando però arrivi alla serie tv, certe giacche e certe pettinature anni Ottanta fanno semplicemente ridere, perché così funziona il gusto odierno.
Non vale per tutti i dettagli allo stesso modo, naturalmente, ma The Shards finisce con l’essere molto meno glamour e aspirazionale di quanto vorrebbe, perché è un covo di ragazzetti dall’età bizzarra, vestiti in modo strano, avvicinati da adulti che, pure quando dovrebbero essere vagamente inquietanti, risultano più che altro buffi (come il produttore Terry Schafer, padre della fidanzata del protagonista, e interpretato da un Wes Bentley con una pettinatura che davvero non si può guardare).

Se il romanzo di Bret Easton Ellis, pur con dei difetti che, a mio personalissimo gusto, non me l’hanno fatto apprezzare fino in fondo, resta un tomo che è davvero un’emanazione del suo autore e della sua poetica, la serie di Disney+ non riesce a essere niente più del solito thriller patinato di Ryan Murphy, che non è necessariamente “brutto” o “scarso”, soprattutto in termini produttivi, ma aggiunge davvero poco alla nostra dieta seriale.
Poi certo, scrivo questa recensione a metà stagione, potrebbe anche esserci il tempo di nuove invenzioni e qualche interessante colpo di coda. Ma in realtà sono più che altro preoccupato, perché nel libro il finale è abbastanza prevedibile, ma comunque non così importante all’interno di una storia che, come detto, vive più di atmosfere psicologiche. Lo stesso finale, in una serie tv per sua natura molto più terra terra e trama-oriented, mi fa un po’ temere.
Vedremo, ma comunque s’è capito che non sono rimasto folgorato.
Perché seguire The Shards: il thriller teen patinato può sempre trovare un suo pubblico.
Perché mollare The Shards: nella traduzione da romanzo a serie, qualcosa si perde, qualcosa diventa troppo buffo, e non viene sostituito da altro che sia ugualmente interessante.
Sapete invece qual è una storia lunga anche lei, ma con meno pause, più divertimento, e meno ansia generazionale?
Ma ovviamente Void, il mio romanzo che sta sempre lì, e che sempre più serialminder leggono e apprezzano (tanto non è che potete andare granché a controllare questa affermazione).
Lo trovate a questo link in ebook e cartaceo.

