Per quattro o cinque mesi, ogni pasto e ogni spuntino furono consegnati dai ricercatori. Niente improvvisazioni davanti al frigorifero, niente calcoli lasciati alla buona volontà dei partecipanti: il cibo era parte dell’esperimento, dosato e regolato perché tutti arrivassero allo stesso punto, una perdita di circa il 10% del peso corporeo. Era questo il congegno essenziale dello studio: rendere uguali i chili perduti e vedere che cosa, sotto la bilancia, restava diverso.
Il trial randomizzato, pubblicato il 27 agosto su Cell Metabolism, è stato condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis. Vi hanno preso parte 55 adulti con obesità, prediabete e accumulo di grasso nel fegato; 42 sono arrivati alla fine dell’intervento. Furono divisi fra tre regimi alimentari che non avrebbero potuto essere più lontani: una dieta chetogenica, con appena il 4% delle calorie proveniente dai carboidrati e il 73% dai grassi; una mediterranea, con il 50% dai carboidrati e il 35% dai grassi; una dieta prevalentemente vegetale e povera di grassi, nella quale i carboidrati fornivano il 70% dell’energia.
E infatti la bilancia non scelse. I tre gruppi persero quantità simili di peso e di grasso corporeo; in tutti migliorò di circa il 50% anche la sensibilità dei muscoli all’insulina. Se ci fossimo fermati lì, avremmo potuto concludere che una strada valeva l’altra. Ma perché fermarsi lì? Un corpo non è soltanto il numero che appare sotto i piedi, e i ricercatori sono andati a guardare dove la bilancia non arriva: nel fegato, nel sangue, nell’alternarsi di glucosio e ormoni durante le ventiquattr’ore.
A quel punto le tre strade si sono separate. Con la dieta chetogenica il grasso nel fegato è diminuito in media del 67%; con la mediterranea e con quella povera di grassi, di circa il 45%. La sensibilità epatica all’insulina è migliorata da due a tre volte di più nel gruppo chetogenico. La glicemia misurata nell’arco della giornata è scesa del 20% rispetto ai valori iniziali, contro circa l’8% negli altri due gruppi. Poi c’è l’insulina circolante: meno 74% con la chetogenica, meno 44% con la mediterranea, meno 27% con la dieta ricca di carboidrati. Stesso dimagrimento, dunque. Non lo stesso riassetto metabolico.
Il contrasto più immediato riguarda il prediabete. Alla fine dell’intervento, circa la metà dei partecipanti assegnati alla dieta chetogenica non rientrava più nei criteri diagnostici, contro il 29% del gruppo mediterraneo e il 7% di quello povero di grassi. È un risultato importante, ma non chiamiamolo ciò che non è: non dimostra che il prediabete sia stato “curato”, né ci dice se quell’effetto sarebbe durato una volta finiti i pasti forniti, gli incontri settimanali con il dietista, il controllo rigoroso dell’esperimento.
Qualcosa, tuttavia, si vede. Seguendo ormoni e metaboliti per l’intera giornata, i ricercatori hanno registrato nel gruppo chetogenico il maggiore aumento del glucagone e la più forte riduzione dell’insulina: un profilo metabolico coerente con un maggiore ricorso ai grassi come combustibile e con una minore richiesta di insulina dopo i pasti. E c’è un dato che sorprende, proprio perché incrina una conclusione troppo facile: benché il 73% delle calorie provenisse dai grassi, nei mesi dello studio non è stato osservato nel gruppo chetogenico un peggioramento dei grassi o del colesterolo nel sangue.
Basta questo per proclamare una dieta vincitrice? No. Il campione è piccolo, 42 persone hanno completato il trial, e quattro o cinque mesi sono un tempo breve quando si parla di malattie metaboliche, rischio cardiovascolare e abitudini destinate — almeno nelle intenzioni — a durare anni. Soprattutto, la vita quotidiana non è un laboratorio: nessuno ci consegna ogni boccone, corregge ogni deviazione, regola le calorie perché il risultato finale coincida con quello degli altri.
Un precedente studio randomizzato, condotto su persone con prediabete o diabete e costruito come confronto diretto fra dieta chetogenica e mediterranea, non aveva trovato dopo 12 settimane differenze nell’emoglobina glicata. Aveva invece osservato, con la chetogenica, un aumento del colesterolo LDL e una minore sostenibilità nel tempo. Anche questo va tenuto davanti agli occhi. Comprendere un vantaggio metabolico di breve periodo non significa cancellare i possibili costi futuri; riconoscere i limiti di una dieta non significa negare ciò che l’esperimento ha misurato.
Il nuovo studio non consegna una sentenza. Consegna una domanda più seria: quando perdiamo gli stessi chili, perdiamo davvero la stessa cosa? Per ora sappiamo che la bilancia può fermarsi sullo stesso numero mentre, sotto quel numero, il metabolismo ha già imboccato strade diverse.

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Petersen MC, Smith GI, Farabi SS, et al. “Effect of diet macronutrient content on the cardiometabolic response to weight loss: A randomized clinical trial”. Cell Metabolism, 27 agosto 2026. DOI: 10.1016/j.cmet.2026.07.020.

