Alcuni abitanti di Liv guardano le loro case distrutte dopo un raid russo – Reuters
Non lontana, lontanissima. Una settimana dopo lo storico vertice in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin, della pace tra Mosca e Kiev è rimasto ben poco. Volatilizzata dal fuoco incrociato dei droni notturni, dalle rivendicazioni di altri territori ucraini (tre villaggi nel Donetsk) passati a Mosca, da un nuovo affronto del Cremlino nei confronti del presidente Volodymr Zelensky: «Continua a dire di «no» a tutto», ha rilanciato il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov. A metterci il carico da novanta si è aggiunto un altro tentativo di Trump di smarcarsi dal ruolo di mediatore: «Se l’incontro tra Putin e Zelensky dovesse avvenire», ha gelato, «preferirei non esserci». Le parole del tycoon, che giovedì ha lanciato a Mosca un “penultimatum” di due settimane, tradiscono pessimismo. Parlando dei leader di Russia e Ucraina, «stupidi» perché continuano a farsi la guerra, ha aggiunto: «Sono come l’olio e l’aceto», uno scivola sull’altro. «Temo che la cosa non andrà bene – ha proseguito – ma vedremo. In ogni caso, se mai dovessero incontrarsi, preferirei che avessero un altro mediatore».
Il presidente degli Stati Uniti, spiazzato dalla «difficoltà» di un conflitto che in campagna elettorale aveva promesso di risolvere in 24 ore, sarebbe tra l’altro irritato da un attacco ucraino all’oleodotto russo Druzhba, che porta petrolio in Ungheria e Slovacchia, segnalatogli dal premier ungherese Viktor Orbán. Nella nota manoscritta con cui Trump gli ha risposto, pubblicata sui social dal partito di governo, Fidesz, si legge: «Sono molto arrabbiato». Budapest e Bratislava hanno denunciato danni che possono compromettere le forniture fino a cinque anni. L’incidente sarebbe avvenuto alla vigilia del vertice di Anchorage, dettaglio che, aggiunto al fermo di Serhii Kuznetzov, l’ex 007 ucraino sospettato di aver sabotato il gasdotto Nord Stream nel 2022, non facilita di certo la causa di Zelensky. Gli sforzi negoziali della Casa Bianca sono diventati negli ultimi giorni lo strumento con cui il Cremlino continua a provocare il governo di Kiev. In un’intervista all’emittente statunitense Nbc, il capo della diplomazia dello “zar” ha sottolineato che «Putin è pronto a incontrare il presidente ucraino» ma che non è stato fatto nulla per concretizzarlo perché, «avendo respinto tutte le condizioni proposte da Donald Trump», «non c’è ancora un ordine del giorno».
Le persone continuano a rifugiarsi e a dormire nella metropolitana di Kiev quando suonano le sirene degli allarmi – Reuters
Alla «flessibilità» di Mosca, ha insistito, fanno da contraltare «solo i suoi “no” su tutto». I paletti attribuiti da Lavrov a Trump sono, nei fatti, quelli di Putin: la rinuncia ai territori contesi e la non adesione dell’Ucraina alla Nato. Proprio ieri Zelensky, convinto che a Putin interessi solo «prendere tempo», ha ricevuto in visita a Kiev il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, che ha assicurato: «Stiamo lavorando per offrire all’Ucraina garanzie di sicurezza, sul modello dell’articolo 5, tali da fare in modo che la Russia non provi mai più ad attaccare». All’incontro hanno fatto da sottofondo le sirene di allarme scattate a segnalare il rischio di un imminente raid aereo. L’invito a una tregua, anche solo aerea, è inaspettatamente arrivato dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko , tra i principali alleati di Mosca, che ha sollecitato, per lo meno, uno stop reciproco a missili e droni. « È molto importante – ha detto – anche per la Russia». L’alternativa (ipotetica) le sanzioni.