di
Margherita De Bac

Lo psicanalista (e padre dello scrittore): «Avrei voluto essere nonno. L’adolescenza conta? In realtà non bisogna sottovalutare i primi cinque anni di vita»

Ammaniti, psichiatra si nasce o si diventa?
«Occorrerebbe avere certe caratteristiche eppure molti lo diventano senza possederle».

Quali?
«Empatia, capacità di risonanza emotiva con gli altri, saper stabilire un rapporto con il paziente. Inoltre servono attitudini curative e spirito di protezione. E poi c’è il rapporto con la malattia mentale. Non temerla e riconoscere al contempo le proprie vulnerabilità psichiche».



















































Dovrebbe essere scontato trovare queste doti in uno psichiatra.
«Non lo è, occorre lavorarci molto per trovarle, ad esempio affrontando un percorso psicoanalitico personale».

Chi sono i veri psichiatri?
«Non quelli che si limitano a prescrivere farmaci».

Lei li prescrive?
«Sì, quando servono. Non silenziano le sofferenze individuali ma le rendono più accessibili».

Pensa che vengano dispensati in modo troppo sbrigativo?
«Sì. Personalmente non sono contrario però non dovrebbero essere la prima scelta. Cerco di costruire un rapporto con il paziente. Se esistono dei nodi a livello cerebrale può essere utile usare farmaci per risolvere situazioni in cui la psicoterapia non è sufficiente».

Che intende per nodi?
«Nuclei patologici legati a volte a basi biologiche. Difficoltà nel regolare le emozioni, conflitti psicologici, senso di abbandono, che pesano sul carattere. Ho cominciato la formazione psichiatrica con il mio maestro, il professor Giovanni Bollea. Mi ha insegnato ad avvicinarmi ai bambini bloccati sia psicologicamente sia sul piano motorio e spesso non sono in grado di esprimere le proprie sofferenze con le parole. Esperienza fondamentale per chi vuole occuparsi di malattie mentali».

Infanzia e adolescenza stagioni chiave della vita?
«A livello sociale manca ancora la consapevolezza di quanto siano importanti i primi cinque anni. Le disarmonie si devono sanare prima che tendano a organizzarsi anche perché vi è in questa fase una plasticità cerebrale. Un economista americano ha dimostrato che investire nei primi anni di vita dell’individuo è un vantaggio umano ed economico. Sono pienamente d’accordo».

La depressione si sconfigge?
«Ci sono forme resistenti per le quali si stanno sperimentando nuovi farmaci tratti anche dal mondo vegetale».

E le forme lievi?
«Oltre al patrimonio genetico, il tono dell’umore ha il suo peso. A volte è orientato in senso positivo, euforico. Altre volte verso la prostrazione, la malinconia, la cupezza. Ognuno deve fare i conti con il proprio umore, cercando di risolvere da solo. Sennò noi psichiatri dovremmo curare mezzo mondo».

Mente e cervello entità separate?
«No, dipendono e si intrecciano l’uno con l’altro, con codici e criteri funzionali diversi. Il cervello ha influenza sulla mente ma matura attraverso le esperienze. Sono interattivi, un intreccio non condizionato dall’intelligenza».

Perché ha scelto la psichiatria?
«La medicina era in casa, un tema presente nella realtà quotidiana. Papà Luigi era pediatra. Vedevo entrare e uscire i bambini dal suo studio e li osservavo con interesse. Da adolescente ho avuto tanti entusiasmi. Mi piaceva la filosofia».

Però suo padre si impose.
«Esatto. Probabilmente non avevo motivazioni così forti come immaginavo per fare il filosofo. Al quarto anno di università mi imbattei nella psichiatria come materia di esame e mi sembrò potesse rispondere ai miei interessi culturali».

Che anni erano?
«Cominciava l’era degli psicofarmaci e i miei colleghi erano affascinati dalla nuova prospettiva visto che mancavano strumenti di cura. Siamo negli anni Sessanta, l’elettrochoc era spesso l’unica risorsa».

Lei ne è rimasto scioccato.
«Mi assegnarono una tesi sull’elettrochoc. Lì si concluse temporaneamente la mia esperienza con la psichiatria e passai in neuropsichiatria infantile nell’istituto di Bollea. Un approccio diverso. Si tenevano in grande considerazione le relazioni all’interno della famiglia, fondamentali nella crescita del carattere».

In un libro, «Passoscuro», ha raccontato gli anni con i bambini e adolescenti del Padiglione 8, al Santa Maria della Pietà, poco più che trentenne, già specializzato in Neuropsichiatria infantile. Un’immersione volontaria nell’abisso, come scrive.
«Avevano grosse disabilità, vivevano in uno stato di abbandono manicomiale, allontanati dalle famiglie. Alla loro disabilità si aggiungevano la cronicità e lo sbando del manicomio. Era considerata cura invece era reclusione. Io ero convinto del contrario. Piantai il seme da cui germogliò la legge che avrebbe previsto l’inserimento dei bambini disabili nelle scuole normali, con insegnanti di sostegno».

Scene indimenticabili.
«Restai colpito profondamente. I bambini stazionavano nudi, scalzi, legati ai termosifoni. Non immaginavo potesse esistere uno scempio del genere. Accettai l’incarico perché ero giovane, avevo bisogno di un posto e un figlio in arrivo, Niccolò. Mi sono subito dimesso, ma quelle immagini mi sono rimaste dentro. Così quando nel ‘72 fui assunto nel Centro di Igiene mentale di Roma in cui mi occupavo di pazienti adulti chiesi di poter dedicare metà del tempo ai bambini del Padiglione 8. Ricordo quando li portai al mare, a Passoscuro. Non l’avevamo mai visto».

Nel ‘66 nasce Niccolò, scrittore oggi di nuovo nella classifica dei libri più venduti. Poi arriva Luisa. Riusciva a guardare i suoi figli da padre e non da psichiatra?
«Sì, anche se credo che la mia esperienza di psicoanalista mi portasse a essere più attento a certi segnali. Evitavo però di interpretarli. A casa ero papà e marito, non psichiatra».

Il figlio scrittore è stato mai tentato dalla medicina?
«Niccolò non ci ha mai pensato. Però nei suoi romanzi ricorrono i temi dell’infanzia e dell’adolescenza che ha respirato in casa. Vedeva i ragazzi da me seguiti e assorbiva indirettamente l’istinto di guardarli dentro. Infatti in tutti i romanzi, compreso l’ultimo, ricorrono i temi dei giovani. L’amore, le cotte che ti stravolgono, la scoperta di un padre idealizzato che ti sembrava diverso».

Il lessico psicologico emotivo suo e di Niccolò è lo stesso.
«Eppure non l’ho mai spinto verso la medicina e la psicologia».

Non ha nipoti. Le mancano?
«Sì, moltissimo. Ho un istinto speciale nell’ avvicinarmi e prendermi cura dei bambini e degli adolescenti. Penso che sarei stato un buon nonno forse più di quanto sia stato padre. Mi piace ascoltare la voce dei piccoli. Come poco fa, proprio qui vicino al mio studio».

Si è sorpreso a osservare una bambina appena scesa dalla macchina del nonno.
«La bambina gli ha domandato, nonno, nella seconda vita riusciremo a riconoscerci? Lui ha risposto, ci riconosceremo al volo, stai tranquilla. Pensi a tutto quello che c’è dietro una riflessione del genere».

Dal 2011 è in pensione. La soffre?
«No. Speravo che per me sarebbe cominciato un periodo più tranquillo, di nuovi interessi e viaggi. Invece ricevo ancora molti pazienti, qui, nello studio dove ci troviamo. Si sdraiano sul lettino e parliamo, io alle loro spalle in modo che si sentano più liberi con le loro emozioni. Però mi sono dato un limite. Alle 6 del pomeriggio stacco e torno a casa».

Si affeziona ai suoi pazienti?
«Ad alcuni molto. Tutti mi hanno insegnato qualcosa. Ne ricordo uno. Un ragazzo, si faceva continui spinelli, mai una donna. Finalmente durante un viaggio la incontra e torna da me raccontando la paura di mettersi alla prova. Io lo sostengo e ha finalmente la sua prima esperienza. Poi all’improvviso sparisce, dopo tanti anni con me. Ci rimasi male ma capivo che ero diventato troppo importante e doveva staccarsi come succede ai figli. Una sera al ristorante mi sento chiamare. Era lui. Ci guardiamo con aria complice, come ci fossimo visti ieri. Sono le soddisfazioni del mio lavoro».

Vorrebbe sapere cosa fanno quelli che non vede più?
«Sì, sono come un padre con i figli. Vorrei sapere se sono andati avanti e hanno superato gli ostacoli e le fragilità che li hanno condotti da me».

28 agosto 2026