di
Monica Ricci Sargentini
Lo ha annunciato il ministro degli Esteri serbo Nenad Vujic, sostenendo che sia la prassi per tutti i generali
«Tutti gli onori militari e di Stato che gli spettano». A pronunciare queste parole non è stato un nostalgico delle guerre jugoslave, ma il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic. L’ex leader militare serbo-bosniaco Ratko Mladic, morto ieri a 84 anni e soprannominato «il macellaio dei Balcani» per il suo ruolo nel massacro di Srebrenica del 1995, morto giovedì all’Aja mentre scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, sarà dunque sepolto con una cerimonia ufficiale. Il luogo lo sceglierà la famiglia. Belgrado, ha assicurato Vujic, è pronta a mandare una delegazione nei Paesi Bassi per riportarne in patria la salma. «Mladic è un generale e i protocolli sono noti. Anche il suo ruolo è noto, ma ciò che spetta al generale Mladic sarà certamente rispettato», ha detto il ministro.
Il generale che comandava l’esercito dei serbi di Bosnia era stato condannato nel 2017, la sentenza definitiva, confermata in appello nel 2021, lo ha riconosciuto responsabile, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica, dove nel luglio del 1995 furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, e dei crimini commessi durante l’assedio di Sarajevo. Eppure, a trentun anni dal massacro, la parola scelta a Belgrado è «onori». Anzi: gli onori «che gli spettano».
Non è soltanto il funerale. Nelle ore successive alla morte una parte della stampa filogovernativa e nazionalista serba ha costruito intorno a Mladic il racconto del martire. «Comandante eterno dell’esercito della Republika Srpska», titola Politika, descrivendolo come morto «lontano dalla sua patria, dalla sua famiglia e dal suo popolo, al quale ha dedicato la sua vita militare». Novosti rilancia invece l’accusa di Milorad Dodik: «A tutti gli effetti un omicidio», frutto di un «approccio orchestrato» dell’Aja. Alle reazioni arrivate dalla Croazia dedica un altro titolo: «Gli ustascia celebrano la morte del generale Mladic».
Il settimanale liberale Vreme osserva che la condanna per i crimini finisce così sullo sfondo mentre Mladic torna a essere soprattutto un simbolo, quello di un popolo serbo presentato ancora una volta come vittima di una giustizia internazionale selettiva. Una narrazione che ricorda quella seguita, vent’anni fa, alla morte in carcere all’Aja di Slobodan Milosevic.
«A spingersi ancora oltre è stato Aleksandar Vulin, ex vicepremier e oggi una delle voci più nazionaliste della politica serba, che ha chiesto per il generale non solo funerali con onori militari e di Stato ma anche il lutto nazionale. «Da Gavrilo Princip a Ratko Mladic, i migliori serbi vengono uccisi in catene», ha dichiarato.
Anche il governo contesta il trattamento riservato all’ex generale. Vujic ha annunciato una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja perché l’indagine sulla morte verifichi anche se Mladić sia stato curato adeguatamente negli ultimi giorni. Belgrado aveva chiesto il suo rilascio per ragioni umanitarie, sostenendo che le condizioni erano ormai terminali. L’inchiesta ordinata dalla presidente del Meccanismo, Graciela Gatti Santana, è però la procedura prevista quando un detenuto muore sotto la custodia del tribunale.
Le celebrazioni, intanto, sono già cominciate. Nella Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia-Erzegovina, diversi esponenti politici hanno partecipato a una funzione religiosa in memoria del generale. Milorad Dodik è arrivato a definire la sua morte «un omicidio», sostenendo che Mladic aveva combattuto per difendere i serbi. A Srebrenica il giudizio è opposto. La sua morte, ha ricordato Emir Suljagic, direttore del Memoriale, «non cambia le sentenze» e «non svuota le fosse comuni».
La glorificazione è arrivata anche negli stadi. Durante la partita di Europa League contro il Viktoria Plzen, i tifosi della Stella Rossa di Belgrado hanno esposto uno striscione: «Generale, gloria eterna e grazie», accompagnandolo con cori in favore di Mladic. Il Memoriale di Srebrenica ha presentato una denuncia alla Uefa chiedendo addirittura l’esclusione permanente del club dalle competizioni europee. A pesare, secondo il Memoriale, è anche la scelta della società di pubblicare sui propri canali ufficiali fotografie nelle quali lo striscione risultava ben visibile.
Non sarebbe neppure la prima volta. Nell’ottobre scorso la Serbia ha sepolto con i massimi onori militari, nell’Aleja dei cittadini illustri del cimitero nuovo di Belgrado, Nebojsa Pavkovic, ex capo di Stato maggiore dell’esercito jugoslavo condannato all’Aja a 22 anni per crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi di guerra commessi contro gli albanesi del Kosovo nel 1999. Al funerale parteciparono il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore serbo.
La Serbia negozia l’ingresso nell’Unione europea dal 2014, ma nell’ultimo rapporto sull’allargamento la Commissione aveva già denunciato che partiti, politici e mezzi d’informazione serbi continuavano a offrire sostegno e spazio pubblico a criminali di guerra condannati e a negare crimini accertati, compreso il genocidio di Srebrenica, «senza ripercussioni».
Solo un anno fa, nel trentesimo anniversario di Srebrenica, Ursula von der Leyen assicurava che l’Europa non avrebbe permesso a nessuno di «riscrivere la storia». A Belgrado, invece, sta succedendo.
28 agosto 2026 ( modifica il 28 agosto 2026 | 12:23)
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