In Italia ne soffre quasi un adulto su quattro. Le storie di Marika e Alessandra mostrano quanto possa essere lungo il percorso prima di arrivare a un centro specializzato. Neurostimolazione midollare ad alta frequenza, dispositivi propriocettivi, radiofrequenza, cannabis medica e realtà virtuale ampliano le possibilità di cura. Ma non esiste una terapia valida per tutti.
Per anni il dolore di Marika è stato molto più di un sintomo. A 29 anni, dopo la diagnosi di endometriosi e un lungo periodo segnato da una sofferenza invalidante, ha incontrato finalmente un centro di terapia del dolore. Qui è stata sottoposta a neurostimolazione midollare ad alta frequenza, una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili per alcuni pazienti selezionati.
Alessandra, 43 anni, racconta invece oltre trent’anni trascorsi tra interventi, terapie e dolore. Soltanto un percorso specialistico le ha permesso di riconquistare spazi di normalità: lavorare, costruire una famiglia, diventare madre.
Le due testimonianze raccolte da Theras, diffuse in occasione del Mese di sensibilizzazione sul dolore cronico, descrivono una condizione ancora troppo spesso invisibile. Chi ne soffre può sentirsi non ascoltato, non creduto o trattato come se dovesse semplicemente imparare a sopportare.
In realtà, quando persiste o si ripresenta per più di tre mesi, il dolore può diventare una malattia vera e propria. Non è necessariamente proporzionato alla lesione che lo ha provocato: con il tempo il sistema nervoso può diventare ipersensibile, continuando a produrre segnali dolorosi anche dopo la guarigione dei tessuti. È il fenomeno della sensibilizzazione centrale, presente in forme diverse nella fibromialgia, nella lombalgia persistente, nel dolore pelvico e in altre sindromi.
Quasi un italiano adulto su quattro
Secondo l’Istituto superiore di sanità, il dolore cronico interessa il 24,1% degli adulti italiani: oltre dieci milioni di persone. Il 60% è costituito da donne e la prevalenza cresce con l’età e nelle fasce socialmente più svantaggiate. Le stime che parlano di oltre 12 milioni possono derivare dall’applicazione della percentuale a popolazioni di riferimento differenti, ma il dato ufficiale dell’indagine EHIS richiamato dall’ISS è quello di oltre dieci milioni di adulti.
L’impatto non si misura soltanto con l’intensità del dolore. Vengono compromessi sonno, capacità di concentrazione, mobilità, sessualità, lavoro e relazioni familiari. Ansia e depressione possono accompagnare la malattia, senza per questo significare che il dolore sia “immaginario”. Sono piuttosto due facce di circuiti biologici che si influenzano reciprocamente.
La legge 38 del 2010 riconosce in Italia il diritto di accedere alla terapia del dolore e prevede una rete composta da medici di famiglia, ambulatori territoriali e centri ospedalieri di maggiore complessità. Il problema rimane l’applicazione disomogenea: molti pazienti arrivano agli specialisti dopo anni di visite, esami e trattamenti frammentari.
Neurostimolazione, impulsi che modificano il segnale
Una delle frontiere più importanti è la neuromodulazione. Nella stimolazione midollare, o Spinal Cord Stimulation, sottili elettrocateteri vengono collocati nello spazio epidurale e collegati a un piccolo generatore impiantato sotto la pelle. Gli impulsi elettrici non eliminano la causa della malattia, ma modificano la trasmissione e l’elaborazione del segnale doloroso.
Prima dell’impianto definitivo si effettua generalmente una fase di prova. La procedura è riservata soprattutto a dolori neuropatici persistenti e resistenti alle cure, come alcune sindromi successive a interventi sulla colonna, neuropatie e sindrome dolorosa regionale complessa. Non rappresenta quindi la soluzione automatica per qualsiasi mal di schiena.
Ai sistemi tradizionali si sono aggiunte stimolazioni ad alta frequenza, modalità “burst”, programmi che non producono il tipico formicolio e dispositivi a circuito chiuso. Questi ultimi misurano la risposta del midollo a ogni impulso e regolano automaticamente l’intensità, compensando i cambiamenti dovuti alla postura e ai movimenti. Un’evoluzione che rende la terapia più personalizzata.
Per dolori molto localizzati si può stimolare il ganglio della radice dorsale, una sorta di stazione di passaggio delle informazioni sensitive. Si sta inoltre sviluppando la stimolazione dei nervi periferici, realizzata con elettrodi miniaturizzati e, in determinati casi, sistemi temporanei o senza batteria interna. Restano possibili complicanze: infezioni, spostamento degli elettrodi, dolore nella sede dell’impianto, perdita di efficacia e necessità di revisione. La selezione del paziente e il controllo nel tempo sono perciò decisivi.
Dalla TENS alla radiofrequenza
Meno invasiva è la TENS, che trasmette attraverso elettrodi applicati sulla pelle correnti elettriche di bassa intensità. Può offrire un sollievo temporaneo ad alcuni pazienti, ma i risultati variano in base alla patologia e alla corretta regolazione del dispositivo. La PENS utilizza invece piccoli aghi-elettrodi inseriti attraverso la cute per raggiungere più precisamente nervi e tessuti.
La radiofrequenza interviene su strutture nervose responsabili del dolore. Quella termica produce una lesione controllata di fibre selezionate ed è utilizzata, per esempio, in alcune artrosi delle faccette vertebrali. La radiofrequenza pulsata espone il nervo a campi elettrici senza raggiungere temperature distruttive. Anche in questo caso diagnosi precisa e guida radiologica o ecografica sono indispensabili: “bruciare il nervo” senza aver identificato il generatore del dolore espone a insuccessi e complicanze.
Tra le procedure mininvasive rientrano infiltrazioni ecoguidate, blocchi nervosi diagnostici e terapeutici, epidurali in casi selezionati e sistemi per l’infusione intratecale di farmaci. Questi ultimi rilasciano dosi molto piccole direttamente vicino al midollo e sono riservati alle condizioni più complesse.
Equistasi è un dispositivo indossabile non alimentato da batterie che trasforma il calore corporeo in microvibrazioni. Applicato in punti prestabiliti, stimola il sistema propriocettivo, cioè l’insieme dei segnali attraverso i quali il cervello percepisce posizione e movimento del corpo.
Il dispositivo è stato studiato soprattutto nei disturbi dell’equilibrio e del cammino, compresa la malattia di Parkinson. Un piccolo studio pilota ne ha valutato l’impiego come supporto nel dolore cronico di diversa origine, osservando segnali favorevoli. Le prove, tuttavia, sono ancora limitate per numero di pazienti, durata e possibilità di confronto con un placebo credibile.
Equistasi può dunque essere considerato uno strumento complementare in percorsi selezionati, non un sostituto delle terapie validate né una soluzione universale. Servono studi indipendenti più ampi per stabilire quali pazienti possano trarne un beneficio clinicamente rilevante.
Agopuntura non è più confinata all’immagine tradizionale degli aghi posizionati manualmente. L’elettroagopuntura applica agli aghi correnti controllate, mentre la stimolazione laser utilizza fasci luminosi a bassa intensità sui punti selezionati. Sensori e sistemi digitali permettono inoltre di standardizzare frequenza e durata del trattamento.
Le evidenze sono differenti a seconda della patologia. L’agopuntura può produrre un beneficio modesto in alcune persone con lombalgia, artrosi, cefalea o dolore cronico primario ed è contemplata da alcune linee guida internazionali. Non dovrebbe però ritardare l’accertamento delle cause del dolore, né essere proposta come cura certa. Il risultato dipende anche dall’esperienza dell’operatore e dall’integrazione con esercizio e riabilitazione.
Cannabis terapeutica e cannabinoidi sono impiegati in alcuni dolori resistenti, soprattutto di tipo neuropatico, quando le terapie convenzionali non hanno funzionato o non sono tollerate. THC e CBD agiscono sul sistema endocannabinoide, coinvolto nella modulazione del dolore, del sonno e dell’umore.
La cannabis, tuttavia, non è un analgesico “naturale” privo di rischi. Una revisione Cochrane aggiornata nel 2026 non ha trovato prove di qualità alta o moderata che i medicinali a base di cannabis producano nel dolore neuropatico cronico un miglioramento superiore al placebo e clinicamente importante. I prodotti contenenti THC possono provocare sonnolenza, vertigini, alterazioni cognitive, ansia e interferenze con la guida. Occorre particolare cautela nei giovani, in gravidanza e nelle persone con disturbi cardiovascolari o psichiatrici.
Può avere uno spazio terapeutico, ma su prescrizione, con preparazioni controllate, obiettivi verificabili e rivalutazioni periodiche. Il ricorso autonomo a prodotti acquistati online rende incerti dose e contenuto e può esporre a contaminanti.
Realtà virtuale, capsaicina e tossina botulinica
La realtà virtuale immersiva sta entrando nei programmi di riabilitazione. Ambienti digitali, esercizi guidati e tecniche di rilassamento possono distogliere l’attenzione dal dolore, ridurre la paura del movimento e aiutare il cervello a rielaborare l’esperienza corporea. I risultati iniziali sono promettenti, ma la durata del beneficio deve essere ancora chiarita.
Per alcune neuropatie periferiche si utilizzano cerotti ad alta concentrazione di capsaicina, la sostanza piccante del peperoncino: applicati in ambiente sanitario, “desensibilizzano” temporaneamente le terminazioni coinvolte. La tossina botulinica può essere indicata nell’emicrania cronica e in alcune forme neuropatiche o miofasciali selezionate.
Sono allo studio anche nuovi farmaci diretti contro specifici canali del sodio delle fibre dolorifiche e anticorpi rivolti a mediatori come il fattore di crescita nervoso. La vera innovazione farmacologica consiste nel colpire circuiti più precisi, cercando di evitare sedazione, dipendenza e altri effetti tipici degli oppiodi. Non tutte queste molecole sono però già autorizzate per il dolore cronico e alcune hanno incontrato problemi di sicurezza.
La cura più moderna non è una sola tecnologia
Il cambiamento più profondo non coincide con un apparecchio o un farmaco, ma con il superamento della terapia uguale per tutti. Prima di scegliere bisogna capire se il dolore sia nocicettivo, legato cioè a infiammazione o danno dei tessuti; neuropatico, prodotto da una lesione del sistema nervoso; oppure nociplastico, sostenuto da un’ alterata elaborazione del dolore. Le tre componenti possono coesistere.
Esercizio terapeutico graduale, fisioterapia, recupero del sonno, terapia cognitivo-comportamentale e programmi interdisciplinari non sono cure di serie B. Possono ridurre disabilità, paura e isolamento anche quando il dolore non scompare completamente. Farmaci, procedure e tecnologie devono inserirsi in questo progetto e avere obiettivi concreti: dormire meglio, camminare, lavorare, tornare alle relazioni sociali.
È il significato delle storie di Marika e Alessandra. Curare il dolore cronico non vuol dire promettere l’assenza assoluta di ogni sintomo. Significa riconoscerlo, definirne i meccanismi e restituire alla persona la parte di vita che la malattia le ha sottratto.
Fonti essenziali: Istituto Superiore di Sanità, Ministero della Salute – Rete di terapia del dolore, NICE – Chronic pain, FDA – stimolazione midollare a circuito chiuso, studio pilota su Equistasi, Cochrane – cannabinoidi e dolore neuropatico.-1787907108502.webp)