L’attore si è raccontato a 360º, tra cinema, errori di gioventù e il suo rifugio in campagna

28 agosto – 14:25 – MILANO

Il tempo che passa (e i conti con il passato) sono il filo conduttore dell’intervista concessa da Diego Abatantuono a La Repubblica. Dalla quiete della sua storica casa di campagna tra Romagna e Marche – acquistata nel 1982 e trasformata in un rifugio per tre generazioni di famiglia, tra ricordi, affetti e alberi piantati come eredità ecologica – l’attore ha riavvolto il nastro di una carriera lunga cinquant’anni.

Ripercorrendo trionfi cinematografici, collaborazioni con grandi registi, e una filosofia di vita fondata sul bilanciamento tra “micro sfighe e maxi fortune”, Abatantuono non ha nascosto le insidie e gli abbagli di un successo travolgente arrivato quando era poco più che un ragazzo digiuno di cinema e dinamiche economiche. Una fase euforica e spericolata in cui, come racconta, la realtà ha bruscamente presentato il conto: “Ho iniziato giovane: ero ferrato sul cabaret, ma conoscevo poco il cinema e per nulla Roma. Nel primo periodo di euforia ho fatto dodici film in due anni e commesso errori“.

Diego abatantuono: “non mi avevano pagato le tasse”—  

Quel turbine di dodici pellicole girate nel giro di ventiquattro mesi, all’alba di una popolarità travolgente, si trasformò ben presto in un incubo sul piano economico e patrimoniale, svelando quanto il denaro guadagnato potesse svanire a causa della cattiva gestione altrui. Abatantuono ha ricordato quel frangente collegandolo proprio all’acquisto della casa di campagna con cui sperava di dare stabilità ai genitori, facendo loro smettere di lavorare: “Pensavo di avere tanti soldi, scoprii che non mi avevano pagato le tasse, versato l’Iva e mi avevano sottratto un libretto al portatore che avevo con mia madre. Fu difficile”.

Da quel momento di profonda difficoltà, l’attore ha saputo ricostruire tutto, trasformando la sua vita privata e professionale in un percorso più consapevole. Un’esistenza in cui il vero guadagno, “il vero malloppo della vita“, non si misura nei conti correnti o nel botteghino, ma nella qualità del tempo speso con i propri cari: “Ho avuto la fortuna di frequentare i grandi attori di un’altra epoca, da Tognazzi a Gassman, e quando chiedevo loro quale rimpianto avessero, la risposta era quasi sempre: ‘Sono stato troppo poco con i miei figli‘. Sentendo tutto questo ho cercato di organizzare la mia vita in modo diverso“.

la comicità come antidoto e missione quotidiana—  

Guardando al futuro, Diego Abatantuono si affida al potere dell’ironia e al rifiuto di ogni forma di lamentela sterile, privilegiando la leggerezza condivisa e il legame viscerale con la famiglia. Nonostante il mondo contemporaneo sembri offrire “un po’ meno da ridere” rispetto al passato, l’attore coltiva la comicità come antidoto e missione quotidiana, circondato dai nipoti e dagli amici: “Passo la giornata a dire caz*ate e a sperare che i miei figli ridano. Loro sono il mio target. Poi arrivano gli amici e diciamo caz*ate insieme».

Tra una battuta e una riflessione profonda che spazia dall’impegno ambientale – con la proposta provocatoria di una legge per piantare alberi in città ad ogni nuova costruzione – fino al bilancio esistenziale dopo la recente caduta sul set del Malloppo, Abatantuono ridimensiona ogni contrattempo: “Mi sono fatto male a una gamba. Per girarmi a salutare un fan sono inciampato. Ma faccio subito il calcolo di come sarebbe potuta andare meglio e mi tranquillizzo. Ho avuto grandi fortune“.

Proiettato verso i prossimi progetti, che includono un documentario on the road con l’amico Alessandro Genovesi e il ritorno in teatro dopo quarant’anni per una conversazione aperta con il pubblico, l’unico e inimitabile “eccezzziunale veramente” conferma di aver capito la lezione più importante: “Bisogna capire quando si è felici“.