Io parto sempre convinta. “Vi ho mai raccontato quella volta che…?”. E già dall’espressione di chi mi sta davanti dovrei capire tutto. Sguardo immobile. Mezzo sorriso. Qualcuno particolarmente coraggioso mi interrompe: “Sì. Tre volte.” Impossibile. Per me quell’aneddoto era ancora fresco di confezione. Ricordo perfettamente dove mi trovavo, chi c’era, cosa è successo e perfino la battuta finale. Quello che evidentemente non ricordo è di averlo già raccontato proprio a queste persone. A quel punto la domanda, soprattutto quando gli anni cominciano ad accumularsi, arriva da sola: sto diventando smemorata? Non necessariamente.

Possiamo ricordare la storia e dimenticare di averla già raccontata

La memoria non è un unico grande cassetto. Ricordare che cosa è successo e ricordare dove, quando o a chi abbiamo riferito quell’episodio coinvolge processi in parte differenti. Gli psicologi parlano di memoria della fonte, cioè la capacità di ricordare il contesto nel quale abbiamo acquisito o utilizzato un’informazione. Ed è proprio questa componente contestuale a poter diventare un po’ meno precisa con l’età. Gli studi mostrano che negli adulti più anziani può essere più difficile distinguere, per esempio, tra informazioni provenienti da fonti simili o ricordare esattamente il contesto nel quale qualcosa è avvenuto. Tradotto nella vita reale: ricordo benissimo il matrimonio del 1998. Non ricordo necessariamente di averti raccontato quel matrimonio domenica scorsa mentre mangiavamo il tiramisù.

Perché proprio quelle storie tornano sempre?

Perché non tutti i ricordi hanno lo stesso peso. Le storie autobiografiche che hanno avuto per noi un significato particolare — quelle che ci hanno fatto ridere, innamorare, vergognare, soffrire o sentire orgogliose — possono diventare veri e propri punti fermi della nostra identità. La ricerca sulla memoria autobiografica suggerisce che con l’invecchiamento possiamo conservare molto bene il significato centrale, il “succo” degli avvenimenti, anche quando alcuni dettagli contestuali diventano meno precisi. Non è necessariamente soltanto una perdita: può riflettere anche il modo in cui esperienza e priorità modificano ciò che il cervello considera importante ricordare. Ecco perché magari dimentichiamo dove abbiamo lasciato gli occhiali, ma siamo ancora capaci di raccontare con sceneggiatura completa quella figuraccia fatta in vacanza trent’anni fa. Il problema è che anche gli altri sono capaci di raccontarla. Ormai parola per parola.

Quindi ripetersi è normale?

Entro certi limiti, sì. Con l’invecchiamento normale possono comparire piccole dimenticanze: un nome che non viene subito, un appuntamento che ricordiamo più tardi, il dubbio di aver già detto qualcosa. Questo da solo non significa avere una demenza. È molto diverso, per esempio, raccontare nuovamente un vecchio episodio perché non ricordiamo a chi l’abbiamo riferito dal ripetere la stessa domanda dopo pochi minuti senza ricordare né di averla fatta né di aver ricevuto una risposta. L’Alzheimer’s Association indica proprio la ripetizione continua delle stesse domande o la perdita di informazioni appena apprese, soprattutto quando comincia a interferire con la vita quotidiana, tra i segnali che meritano una valutazione. La differenza fondamentale, quindi, non è semplicemente “mi ripeto oppure no”. È come funziona nel complesso la mia memoria e quanto il cambiamento modifica la mia autonomia.

Quando invece è meglio parlarne con il medico

Vale la pena prestare attenzione se, oltre alle ripetizioni, iniziano a comparire difficoltà nuove e progressivamente più evidenti: dimenticare frequentemente informazioni recenti importanti, perdersi in luoghi conosciuti, non riuscire più a gestire attività abituali, avere problemi nuovi con denaro o appuntamenti, difficoltà marcate nel trovare le parole o cambiamenti cognitivi che gli altri notano chiaramente. Nelle demenze, inoltre, la ripetizione può assumere una forma diversa: la persona può porre più volte la stessa domanda perché non conserva il ricordo di averla appena posta. Questo non significa che ogni dimenticanza debba trasformarsi in un test neurologico improvvisato durante il pranzo di famiglia. Significa semplicemente osservare il quadro generale.

E possiamo fare qualcosa per diventare meno “dischi rotti”?

Forse la strategia più semplice è anche quella più umana: prestare un po’ più attenzione al contesto mentre parliamo. “Questa storia l’ho raccontata a te o a Laura?” è già un tentativo di recuperare quella memoria della fonte che qualche volta ci tradisce. Possiamo anche accettare che alcuni racconti siano diventati parte del nostro repertorio ufficiale. Tutte le famiglie ne hanno qualcuno. Arriva Natale, qualcuno nomina Venezia e sappiamo già che zia Maria sta per partire con la storia della valigia perduta nel 1987. Forse il problema comincia quando gli altri finiscono le nostre frasi prima di noi. Io, da parte mia, sto cercando una soluzione. Prima di iniziare un racconto, domando: “Ve l’ho già raccontato?”. Il guaio è che, quando mi rispondono di sì, qualche volta lo racconto lo stesso. Perché magari loro lo ricordano. Ma io lo racconto meglio.

Fonti

Hashtroudi S., Johnson M.K., Chrosniak L.D., Aging and source monitoring, Psychology and Aging, 1989; Grilli M.D., Sheldon S., Autobiographical event memory and aging: older adults get the gist, Trends in Cognitive Sciences, 2022; Mitchell K.J., Johnson M.K., Source monitoring 15 years later, Psychological Bulletin, 2009; Alzheimer’s Association, documentazione sui cambiamenti di memoria legati all’età e sui segnali dell’Alzheimer.