di
Federico Fubini
Il mercato, dopo il discorso di Warsh al simposio dei banchieri centrali a Jackson Hole, crede in un rialzo dei tassi a settembre. Ma un solo ritocco non può bastare. E il presidente Usa non ne sarà felice
Di questi tempi la posta in gioco di un discorso a Jackson Hole del presidente della Federal Reserve non sono solo i tassi d’interesse, i mercati azionari o il prezzo del dollaro. La posta, più che mai, è la Federal Reserve stessa: il suo futuro come una delle ultime istituzioni americane forti e indipendenti, l’equilibrio fra poteri, il profilo della democrazia negli Stati Uniti.
Le ambiguità su inflazione e costo del denaro e la risposta dei mercati
Se questo è il metro, Kevin Warsh oggi al simposio dei banchieri centrali e degli economisti organizzato dalla Fed di Kansas City fra le montagne del Wyoming, ha superato la prova a metà.
L’ha superata, per il momento, quanto al pane pane quotidiano del suo lavoro. Il presidente della Fed nominato da Donald Trump, che a maggio ha preso il posto di Jay Powell, è riuscito a dissipare almeno parte dell’ambiguità sull’inflazione e i tassi per la quale è già stato criticato.
Warsh ha fatto capire che la Fed potrebbe imprimere una stretta al costo del denaro in America già a metà del prossimo mese; o almeno questo è ciò che il mercato ha capito. I rendimenti dei buoni del Tesoro americano a due anni sono saliti di 7 punti (0,07%), in previsione di un aumento dei tassi ufficiali, mentre quelli a dieci e soprattutto a trent’anni sono lievemente scesi in attesa di un’inflazione che la banca centrale potrebbe cercare di riportare più sotto controllo.
Quanto al dollaro, l’indice sulle principali valute è salito rapidamente dello 0,4% e non è poco in una sola giornata. Questa lieve restrizione delle condizioni finanziarie si è consumata in queste ore senza pesare su Wall Street: tanto l’indice azionario principale (l’S&P500) che quello delle società tecnologiche (il Nasdaq) nel pomeriggio europeo erano lievemente in territorio positivo.
«Impressionato» dalla salute dell’economia americana e dall’occupazione
Questo risultato arriva subito dopo le parole più chiare da parte di Warsh, da quando guida la Fed, sul fatto che non è soddisfatto dell’andamento dell’inflazione e potrebbe presto alzare i tassi d’interesse. Il banchiere centrale si è detto «impressionato» dallo stato di salute dell’economia americana e del mercato del lavoro, ma ha aggiunto: «Dal lato della stabilità dei prezzi (…) i numeri sono più preoccupanti».
E ancora: «Ecco il mio criterio: dobbiamo avere fiducia che l’inflazione sottostante si stia spostando verso il nostro obiettivo, chiaramente e a un ritmo sufficiente. Altrimenti, abbiamo del lavoro da fare».
il problema della credibilità della Fed
Quest’ultima è la frase che ha mosso il mercato. Non è un annuncio di un aumento dei tassi a settembre, perché Warsh continua a pensare che la Fed non deve dirigere le aspettative dei mercati dando loro una «guida» su quanto farà in futuro. Ma il capo della banca centrale oggi si è chiuso molte vie di fuga: se a settembre i tassi non salissero neanche di poco con l’inflazione di nuovo in aumento al 3,7% (in luglio) e dopo cinque anni di seguito di fallimenti nel centrare l’obiettivo del 2%, l’uomo nominato da Trump inizierebbe ad avere seri problemi di credibilità.
I rilievi di Warsh e la «coabitazione» con Powell
Quanto a questo, Warsh oggi a Jackson Hole ha cercato di scaricare qualche colpa sul suo predecessore Jay Powell. Ha detto che l’aver indicato le intenzioni sui tassi troppo in anticipo, nel 2021, ha condotto la Fed a reagire in ritardo all’aumento dell’inflazione. E ha parlato di «responsabilità» nella banca centrale per 65 mesi di carovita sopra all’obiettivo del 2% (Warsh è presidente da poco più di tre mesi, con Powell che continua a sedere nel board come governatore con diritto di voto).
Il rapporto con Trump e con il segretario del Tesoro Bessent
Nel complesso però l’esame di merito di Jackson Hole è stato superato. Resta aperto quello più generale legato al rapporto con Trump e con la sua amministrazione, il cui rispetto per l’indipendenza della Fed tende verso lo zero. Scott Bessent pochi giorni fa ha persino annunciato un intervento sul mercato dei titoli di Stato per cercare di abbassarne i rendimenti, sempre più alti a causa di un debito crescente. Warsh chiaramente non è d’accordo con queste interferenze politiche: «La Fed ha bisogno di segnali di mercati liberi da filtri quanto possibile», ha detto oggi da Jackson Hole. È una velata critica al segretario del Tesoro, dunque alla politica.
Warsh e la prova che dovrà affrontare
Ma la vera prova sarà un’altra. Arriverà se e quando diventerà chiaro che un minimo ritocco al costo del denaro non basta e a Warsh servono più aumenti dei tassi, ripetuti, per riportare l’inflazione a livelli sostenibili per i ceti medio-bassi in America che faticano ad arrivare al prossimo salario. Quegli aumenti potrebbero pesare su Wall Street e mandare Trump su tutte le furie. Anche per questo venerdì Warsh è rimasto, in fondo, ambiguo: ha parlato di «rapidità sufficiente» nel rallentamento dell’inflazione «sottostante» come metro per evitare di alzare i tassi (o di farlo più volte). Sono concetti vaghi e soggettivi. Nel frattempo, Trump sta ancora cercando di licenziare una governatrice del board della Fed, Lisa Cook, con un pretesto procedurale.
La prospettiva di uno scontro con il presidente degli Stati Uniti che l’ha voluto, sulla base dell’idea che i tassi sarebbero rimasti bassi, non deve allettare molto Kevin Warsh.
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28 agosto 2026
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