Sul banco della toilette sfilano in ordine impeccabile: crema per il viso, lozione per il corpo, trucco del mattino. Dietro questa piccola parata domestica lavorano, senza réclame e senza applausi, i parabeni, conservanti incaricati di tenere batteri e muffe lontani dai cosmetici. Li incontriamo anche attraverso farmaci, alimenti e ambiente; da anni, però, alcune di queste molecole sono osservate speciali, perché mostrano un’attività simile a quella degli estrogeni, ormoni coinvolti nella biologia di diversi tumori. Il sospetto entra così in bagno, ma la prova — vedremo — resta ancora fuori dalla porta.

A ricomporre il quadro prova una review pubblicata il 28 agosto su npj Women’s Health: gli autori hanno riunito esperimenti cellulari, studi sugli animali e osservazioni condotte sull’uomo, aggiungendo una nuova analisi di dati metabolomici già raccolti nel tratto cervicovaginale. Nelle pazienti con tumore cervicale o endometriale, i metaboliti dei parabeni risultavano più abbondanti rispetto ai controlli. È un dato che spicca. Ma attenzione al salto di scena: trovare una sostanza accanto a un tumore non significa aver scoperto la mano che lo ha provocato. La vicinanza è un indizio; la causalità, tutt’altra costruzione.

Il sospetto biologico, d’altra parte, possiede argomenti non trascurabili. In laboratorio alcuni parabeni interagiscono con i recettori degli estrogeni e modificano processi connessi alla proliferazione cellulare; in determinati modelli animali, methylparaben e propylparaben hanno favorito la crescita e la diffusione di tumori mammari. È su questa fucina di meccanismi plausibili che, nel 2024, il gruppo consultivo della International Agency for Research on Cancer ha collocato i parabeni tra le sostanze ad alta priorità per una futura valutazione IARC.

Priorità significa cancerogeno? No. Conviene dirlo senza esitazione, perché nel linguaggio della comunicazione sanitaria una parola tecnica può trasformarsi in un banditore allarmista. Lo stesso rapporto precisa che la cancerogenicità dei parabeni non è stata dimostrata né nell’uomo né negli animali da esperimento; diversi studi cronici sui roditori non hanno rilevato effetti cancerogeni e i test classici di mutagenicità hanno dato esito negativo. Abbiamo dunque due quinte nello stesso teatro: da una parte meccanismi che meritano attenzione, dall’altra una prova epidemiologica insufficiente. È proprio la loro discordanza a mantenere aperta la questione.

Passando agli studi sulle donne, la nebbia si infittisce. Nel Long Island Breast Cancer Study Project, che comprendeva 711 donne con tumore al seno e 598 controlli, concentrazioni urinarie più alte di methylparaben, propylparaben e parabeni totali erano associate a probabilità di tumore superiori di circa il 31-50%. Il dato impressiona, ma porta con sé un difetto decisivo: le urine erano state raccolte mediamente entro tre mesi dalla diagnosi. Non sappiamo quindi se l’esposizione abbia preceduto la malattia; non possiamo neppure escludere che la diagnosi stessa abbia modificato abitudini e prodotti utilizzati.

Un altro studio ha disposto le lancette in modo più convincente, analizzando urine raccolte prima dell’insorgenza del tumore. Nel Multiethnic Cohort sono state confrontate 1.032 donne che in seguito hanno sviluppato un carcinoma mammario con 1.030 controlli: qui i parabeni non hanno aumentato il rischio e l’associazione è risultata persino debolmente inversa. E ancora, un’analisi pubblicata nel 2026 su 9.615 partecipanti NHANES ha rilevato associazioni tra alcuni parabeni urinari e prevalenza del tumore al seno; trattandosi però di un’analisi che non stabilisce con sicurezza quale evento sia avvenuto per primo, la sequenza causale rimane irrisolta. Quando indagini ragionevoli marciano in direzioni opposte, non possiamo incoronare quella più inquietante soltanto perché fa più rumore.

Che cosa possiamo dire, allora, davanti alla crema sul ripiano? Non che provochi un tumore. La FDA afferma tuttora di non possedere informazioni capaci di dimostrare effetti sulla salute dovuti all’impiego dei parabeni nei cosmetici alle condizioni correnti; in Europa, il Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori ha giudicato sicuri methylparaben, propylparaben e butylparaben entro concentrazioni specifiche, pur continuando a esaminare gli aspetti endocrini e alcune esposizioni particolari. La nuova review non rovescia queste valutazioni: aggiunge piuttosto un elemento da seguire, per capire se certe molecole o i loro metaboliti possano funzionare come marcatori dell’esposizione oppure contribuire, insieme ad altri fattori, alla carcinogenesi.

Serviranno studi prospettici, misurazioni ripetute prima della diagnosi e una ricostruzione assai più precisa delle esposizioni reali. Segnaliamo infine un dettaglio necessario: tra i finanziatori figurano la Mary Kay Foundation, il National Cancer Institute statunitense e altri enti; gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse. Il finanziamento non annulla i risultati, naturalmente, ma quando la scienza sfiora gli scaffali di un’industria tanto vasta la trasparenza non è un vezzo da etichetta. Per ora i parabeni restano conservanti sotto osservazione, non colpevoli condannati: la ricerca ha acceso la luce, ma il verdetto non è ancora entrato nella stanza.

Ilhan Z.E., Marchetto A., Lorentzen G. et al. “Parabens and estrogen-mediated cancers: unraveling coincidence, co-occurrence, and causality”. npj Women’s Health, pubblicato il 28 agosto 2026. DOI: 10.1038/s44294-026-00162-7.

Link alla pubblicazione