di
Matteo Persivale

La Casa Bianca accelera sulla riduzione della presenza militare americana in Europa. Il Pentagono sottoporrà a Hegseth le ipotesi di revisione entro il 6 novembre

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Il senso dello humor di Donald Trump segue degli schemi predefiniti: punta fortissimo su soprannomi volgari, di recente «scemocratici» al posto di democratici, chiama il rampante senatore della Georgia Jon Ossoff con il nome di un personaggio tv anni ’80 che fu arrestato per atti osceni in un cinema porno, diffonde sul suo social una foto del deputato Hakeem Jeffries con il sombrero da messicano e i baffoni. E così via. Quando però parla in modo irridente di un tema specifico, ripetutamente, nei dettagli, e questo tema è parte integrante della sua piattaforma, in quel caso, al di là del tono e degli immancabili meme, bisogna prepararsi al fatto che non sta scherzando.

I quattro scenari del disimpegno Usa

Gli «scrocconi»

Esempio: la Nato. Anni di minacce, nel primo mandato come nel secondo, la visione dell’Alleanza atlantica come un racket nel quale bisogna pagare la protezione al boss, i ripetuti insulti agli europei (la maggior parte dei quali dal 2014 al 2024 erano rimasti al di sotto dell’obiettivo concordato della spesa militare pari al 2% del Pil). Nel 2025 le cose sono cambiate: ogni membro della Nato ha raggiunto o superato per la prima volta il 2% (europei più Canada sono attualmente a una media del 2,3%).



















































Ma, quando a giugno il ministro della Difesa Pete Hegseth aveva paventato una rimodulazione delle truppe americane in Europa (chiamando gli alleati «scrocconi»), era arrivato il segnale che l’America First di Trump punta davvero a cambiare il Patto atlantico, se non proprio a rottamarlo. Ieri, ecco l’anticipazione della Reuters: entro il 6 novembre (stranamente, subito dopo il voto del 3 novembre nel quale Trump rischia di perdere almeno un ramo del Parlamento) il Pentagono produrrà almeno quattro opzioni per il segretario alla Difesa Pete Hegseth. La revisione era in programma entro fine anno; l’accelerazione del processo e il collegamento con le elezioni lascia pensare che, in realtà, una decisione sia già stata presa sugli 80.000 militari statunitensi presenti in Europa. Perché penalizzare Paesi che per la prima volta hanno rispettato, l’anno scorso, la soglia del 2% (i baltici e la Polonia, vista la situazione ucraina, sono comprensibilmente molto al di sopra della soglia)? Perché Trump ripete da mesi che gli europei non hanno sostenuto Washington nella guerra contro l’Iran: accesso alle basi, concessione di spazi aerei, lentezza nelle scelte.

Periodo di transizione

I cosiddetti «termini di riferimento» (terms of reference) del Pentagono visti dall’agenzia di stampa britannica illustrano alcuni dei criteri che saranno utilizzati: il massimo comandante militare statunitense in Europa vedrà il responsabile della politica del Pentagono, Elbridge Colby. Molto presto, entro il 18 settembre.

Interpellato sui termini di riferimento, un alto funzionario del Pentagono ha dichiarato che il fatto che verrà elaborata una gamma dettagliata di opzioni sottolinea la serietà del processo: «Vogliamo essere in grado di esaminare i pro e i contro di diversi livelli di forze, e le configurazioni del loro dispiegamento… Stiamo in un periodo di transizione verso un assetto che fornirà un sostegno essenziale, ma più limitato, con gli alleati in prima linea. Il presidente Trump è stato anche, a buon diritto, chiaramente frustrato dal comportamento di alcuni alleati negli ultimi mesi. Quindi è evidente che esiste almeno una certa richiesta di opzioni che ci consentano di ridurre il livello delle nostre forze in Europa».

La posizione di Rutte

Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha mostrato una certa comprensione per la delusione di Trump ma ha anche sempre sottolineato che la maggioranza degli europei si è dimostrata collaborativa. I terms of reference, oltre a richiedere affidabilità nei diritti di accesso, utilizzo delle basi e sorvolo coinvolgono anche lo spazio, il cyberspazio e le «architetture e infrastrutture di intelligence che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria potenza a livello globale».

Il documento afferma che il Pentagono cercherà di stabilire se gli alleati dispongano di un percorso credibile per rispettare gli impegni di spesa assunti in ambito Nato e per colmare le lacune nelle forze di crisi dell’Alleanza — il cosiddetto Nato Force Model.

29 agosto 2026