di
Andrea Nicastro
Peggiora il bilancio: oltre 630 morti, si cercano 2.400 persone. Le autorità vogliono evitare gli errori del 2015
Mercoledì sera i dispersi dell’alluvione tra Tibet e Nepal erano 600, giovedì 1.300, ieri 2.400 quando finalmente al conto sono stati aggiunti gli abitanti dei villaggi cancellati dal fango. I morti recuperati seguono la stessa drammatica progressione: 100, 400, 584, 633. Le speranze di trovare qualcuno vivo sotto i detriti bagnati e compatti come cemento sono pari a zero. Però ci sono ancora molte vite per cui lavorare e un’infinità di cadaveri da recuperare. Tre sono emersi dal fiume ormai in territorio indiano, a centinaia di chilometri di distanza.
Circa 90 operai sono bloccati in una centrale idroelettrica in costruzione. Altri che lavoravano a un elettrodotto sono stati individuati. Decine di escursionisti dati per dispersi potrebbero essere ancora sui sentieri himalayani senza essersi accorti di nulla. Altri potrebbero aver scalato il pendio all’arrivo dell’onda assassina. Ci sono riusciti alcuni italiani già recuperati e 96 indiani sul lato cinese. Pare siano passati in Nepal e aspettino soccorsi. Non è escluso che molti, stranieri o locali, siano in attesa di essere contattati. Ancora ieri, sono stati tratti in salvo dei sopravvissuti dagli edifici che hanno resistito all’inondazione.
La tragedia è di una magnitudine storica. La sfida logistica altrettanto. Persino la Cina, che può attingere a risorse enormi, solo ieri è riuscita a posare una squadra con un cane antivalanga, dove fino a mercoledì c’era il grande palazzo della dogana. Le capacità del Nepal, comunque le si consideri, sono invece minuscole. Che ci sia bisogno di tutto è evidente, ma il governo di Kathmandu ha deciso di rinunciare all’aiuto offerto dagli altri Paesi. Perché? Il ministero degli Esteri si è incaricato di giustificare il rifiuto. L’esperienza del terremoto del 2015 — dice Kathmandu — sconsiglia di accettare gli aiuti.
Allora decine di Paesi inviarono squadre di soccorso, intasarono il piccolo aeroporto della capitale tanto che carichi indispensabili dovettero essere dirottati su altri scali. I soccorritori stranieri si affollarono nelle aree più facili da raggiungere. Il sottotesto è che la ricerca di visibilità e la competizione tra le squadre internazionali non portò un gran beneficio al Paese. Quindi, è la posizione odierna del Nepal, chi vuole aiutare può mandare denaro, ma grazie niente soccorritori, facciamo da soli.
È una posizione dura, comprensibile forse, che però non dice tutto. L’area del disastro è politicamente delicata. L’alluvione ha colpito la vallata che porta al valico di Gyirong, il maggior collegamento commerciale con la Cina. La principale valle colpita, quella del fiume Trishuli, porta dritta a Kathmandu. È lì che con un ardito piano ingegneristico la Cina propone di costruire una ferrovia capace di superare i 1.400 metri di dislivello tra Gyirong e Kathmandu. Avrebbe ponti altissimi, ma soprattutto tunnel elicoidali dentro la montagna per scendere di quota con gradualità. I 70 chilometri in linea d’aria potrebbero più che raddoppiarsi nelle viscere dell’Himalaya. Un gioiello da 30 milioni di euro al chilometro che porterebbe Kathmandu fuori dall’orbita indiana, al momento il principale, se non l’unico, fornitore del Nepal.
Squadre di soccorso indiane al fianco di quelle cinesi sarebbero imbarazzanti. E una volta entrate, quando se ne andrebbero?
Una buona notizia dal lago creato mercoledì con il crollo del ghiacciaio. Giovedì sera i soccorsi si erano fermati per il rischio esondazione. L’allarme diceva che la pressione dell’acqua stava diventando insostenibile. Avrebbe potuto esserci un improvviso sfondamento e un’altra alluvione. Nella notte, per fortuna, delle crepe sulla cima dello sbarramento hanno permesso all’acqua di defluire con gradualità lungo due fiumi, il Lhende Khola e il Trishuli. Ci sono altri sbarramenti a valle del lago principale, forse cento, causati dalle rocce strappate alla montagna. Preoccupano anche loro e sono monitorati via satellite. Il pericolo non è rientrato, ma si può continuare a lavorare. Ognuno nel suo lato del confine.
29 agosto 2026 ( modifica il 29 agosto 2026 | 08:12)
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