La scelta di trasferirsi in America, le sei medaglie agli Europei di Parigi e il ciondolo portafortuna: la ragazza d’oro del nuoto azzurro, che tifa Toro e ascolta Rihanna, a soli 20 anni è già un prodigio: “Sono cresciuta tanto. Ora affronto le gare con più maturità”
Datele cinquanta metri e vi sbalordirà. Sara Curtis è la nuotatrice che l’Italia non aveva mai avuto: velocista, dorsista, competitiva anche a farfalla. Polivalente come Ceccon, sicura come una star, ambiziosa e sorridente. A Parigi ha conquistato sei medaglie agli Europei e soprattutto l’oro nei 50 dorso, con un’impresa da raccontare: due record del mondo in 24 ore, 26”63 in semifinale e 26”56 in finale. Trenta centesimi cancellati al precedente primato dell’australiana McKeown. In cinquanta metri, un’enormità. “È una follia”, ha ripetuto a caldo Sara, la ragazza di Savigliano che da bambina aveva freddo in piscina, dove aveva cominciato a Fossano, ma che nell’acqua cercava già la sua isola felice. L’ha trovata. Eccome. “Il nuoto è la mia protezione”, ha confessato Curtis, diventata un anno fa a Singapore la prima azzurra finalista mondiale dei 100 stile libero.
È nata una stella—
Dodici mesi dopo, a Parigi, è diventata una stella. Nel frattempo ha scelto l’America: Charlottesville, l’università, psicologia, e soprattutto uno dei team più forti del mondo, accanto alle americane Gretchen Walsh e Kate Douglass. Una scelta che l’ha fatta crescere in acqua e fuori. Una scelta che l’ha portata fino ai complimenti di Jannik Sinner. Tutti pazzi per Sara. E lei non si ferma. Nemmeno quando la fatica comincia a presentare il conto. Nell’ultimo giorno di gare, in apertura della staffetta mista femminile, ritocca due volte il record italiano dei 100 dorso: al mattino e al pomeriggio. Il 58”43 della finale sarebbe valso un argento nella gara individuale. Todd DeSorbo, il suo allenatore in Virginia, le scrive dopo la gara: “E mi sa che ci tocca cominciare a lavorare forte anche sui 100 dorso”. Perché Curtis è così: perfezionista, come si definisce lei, e affamata di lavoro. Los Angeles 2028 è già sullo sfondo. “L’obiettivo è quello, ma prima la prossima estate ci sono anche i Mondiali. Bisogna abituarsi quasi più alla fatica, al sacrificio e non mettere mai la testa troppo in alto, ma continuare sempre a lavorare. È chiaro che è giusto anche celebrare le medaglie, tutti i meriti eccetera. Io sono veramente senza parole, contentissima perché sento di essere cresciuta tanto in generale e di riuscire ad affrontare le gare con una maturità maggiore rispetto agli scorsi anni”. L’America, per lei, è stata una svolta: laggiù ha capito che il nuoto è anche uno sport di squadra. “Il segreto alla fine è tutto lì. Con le mie compagne ci gasiamo molto a vicenda”. E pensare che, all’inizio, Sara negli Stati Uniti non voleva andarci. Todd DeSorbo le scriveva già alla fine del 2023: “Mi chiedevo: ma che vuole, questo? Non ci voglio andare”. Poi, dopo Budapest 2024, arriva il messaggio di Gretchen Walsh. E cambia tutto: “Vado in America. Lo faccio per me e per l’Italia. Voglio essere un esempio”. Parte per la Virginia e scopre un altro mondo. Diventa più indipendente, studia, si allena, si misura ogni giorno con campionesse che fino a poco prima guardava da lontano. E DeSorbo, tecnico americano di origini italiane, al Settecolli di fine giugno lo aveva quasi promesso che presto Sara avrebbe battuto un record del mondo. Thomas Maggiora, l’allenatore che l’ha cresciuta a Savigliano, lo sapeva da molto prima che avrebbe fatto vedere cose che non si erano mai viste. “Dalla prima volta che l’ho vista entrare in acqua: si capiva già che era di un’altra categoria. E poi, qualsiasi cosa fa, o la fa al meglio o non la fa proprio, nel nuoto e fuori dal nuoto”. A scuola è andata allo stesso modo: massimo dei voti alla maturità all’Istituto Tecnico Economico e Turistico di Savigliano. Testa e talento. Anche i rituali sono suoi: prima di una gara ascolta Rihanna. Rude boy è nella playlist che la accompagna verso la piscina. A Parigi arriva anche il bronzo nei 50 stile libero, dietro al suo idolo Sarah Sjostrom. “Sto collezionando emozioni incredibili, questa medaglia ha una importanza immensa, la volevo tanto e non volevo perderla per nessuna ragione. Follia che dopo aver avuto un bambino Sjostrom sia la più forte, la stimo tantissimo, sarà sempre uno dei miei miti più grandi”. L’altro modello è Marco Orsi, il Bomber del nuoto, che la provoca: “Adesso la vorrei vedere anche nei misti”. Sara, che mercoledì 19 ha compiuto 20 anni, raccoglie la sfida: “Lo ammiro per la sua umiltà, io voglio diventare la Bomber al femminile”. Bomber lo è anche nel tifo. Torino, naturalmente. Una passione ereditata da papà Vincenzo, arrivato nella provincia di Cuneo dalla Ciociaria. Il nonno Paride è di Cervaro, dove Sara trascorreva le estati. Mamma Helen Osayiuwu, invece, è nigeriana. “Io e Helen – racconta Enzo – ci siamo conosciuti nel modo più semplice, al mercato a Porto Palazzo a Torino. Lì c’è stato un approccio… Ed era ancora più bella di quanto è bella adesso”. Vincenzo era ciclista, Helen faceva atletica. Sara, invece, finisce in piscina da piccolissima, già a due anni insieme al fratello Andrea perché “innanzitutto nuotare serve per salvare la vita”. Il padre aveva scelto l’acqua anche per proteggerla: “Guardando le strade di oggi, il traffico, i rischi che si corrono ad andare in bici, ho detto no. La piscina ha rappresentato quell’ambiente sicuro, protetto. In acqua poi bisogna impegnarsi2. Ma l’acqua non regala niente. “Sì, non si discute, per cui tutto quello che sta prendendo, se lo sta prendendo con le sue braccia, con la sua forza”. È la stessa filosofia di mamma Helen: “Metti impegno”. Poche parole. Una regola. “Sono molto orgogliosa, perché ogni giorno Sara mi apre gli occhi, mi fa vedere tutte queste cose belle. Mi fa emozionare. E dico grazie a Dio che le ha dato tutta questa forza. Chiaramente non è più la mia piccola Sara, perché la piccola Sara era quella che spronavo dicendole: ‘Guarda che se sei brava poi c’è la tua foto sul giornale locale, guarda che se sei brava, se vinci le gare, poi vai in televisione’. Questa era la mia bambina”.
il rito di famiglia—
C’è anche un piccolo rito di famiglia. Per un periodo Sara ha portato al collo un ciondolo a forma di Africa, comprato dal padre in Piazza Castello a Torino prima di un meeting. “Papà ne ha comprati due, uno lo tiene mamma, l’altro lo tengo io, anche se lo consegno al mio allenatore prima di una gara”. Un talismano arrivato fino al primo titolo italiano, il 16 aprile 2023, nei 50 stile libero. “In Nigeria non sono ancora mai stata, vorrei conoscere il Paese di origine di mia mamma. Lei quando mi rimprovera (ma succede poche volte, ndr) lo fa in lingua edo”. E mamma Helen, in fondo, il record lo aveva già previsto e appuntato su un foglietto. “Io ovviamente a mia madre l’avevo detto che era il mio obiettivo sicuramente – racconta Sara – e mia madre mi ha detto: ‘io l’ho già scritto qua, non ti preoccupare e basta’”. Dopo quel record, Sara avrebbe voluto avere i genitori accanto: “Se potessi portarmeli sul podio me li porterei entrambi, lei e papà”. A Casa Arena arriva l’abbraccio della mamma, con tutta la commozione di una serata irripetibile. Poi la videochiamata di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio. Il vicepremier Antonio Tajani la nomina Ambasciatrice della Diplomazia dello Sport. “È bello e speciale condividere momenti con atleti di un calibro assurdo. Voglio ringraziare tutta l’Italia per il supporto e la vicinanza, sono fierissima di indossare questa divisa e portare in alto il Tricolore2. Sul podio Sara ha cantato l’inno con la mano sul cuore e trascinato il pubblico francese a battere le mani. Poi, lontano dai riflettori, tornano la famiglia e Andrea Pusceddu, il fidanzato con cui condivide la passione per il nuoto. Dopo il primo record del mondo, quello della semifinale, Andrea le ha dedicato un messaggio: “So i sacrifici, i giorni difficili, le rinunce e soprattutto il coraggio che hai avuto quando, un anno fa, hai scelto di lasciare casa e andare ad allenarti in Virginia, lontana da tutto ciò che ti era familiare, per inseguire un sogno che forse sembrava troppo grande”. Quel sogno, oggi, non sembra più troppo grande. Sembra appena cominciato.