Dalla quinta fila all’assalto dell’iride: dopo il podio di Les Gets, Van der Poel arriva in Val di Sole con il feeling ritrovato: “Voglio giocarmela fino in fondo”
29 agosto (modifica alle 08:59) – DAOLASA DI COMMEZZADURA (TRENTO)
Rendersi conto di quanto Mathieu Van der Poel sia sul pezzo per il Mondiale di mountain bike (cross country) di domani in Val di Sole è la cosa più semplice di questo mondo: basta ascoltarlo con attenzione e prendere nota. “Per me conquistarlo varrebbe di più di una quarta Parigi-Roubaix”. E siccome un ulteriore trionfo nell’Inferno del Nord lo porterebbe al livello di De Vlaeminck e Boonen, primatisti a quota 4, non serve aggiungere altro. Nessuno al mondo è “multidimensionale” come l’olandese: il record di 8 titoli iridati da professionista nel cross, l’arcobaleno su strada, quello gravel. Eppure sulle pareti di casa c’è spazio e il secondo posto in Coppa del Mondo di domenica, a Les Gets, ha ricordato come Mathieu sia competitivo ad alto livello pure nel fuori strada. Stavolta i favoriti sono altri – l’iridato Hatherly e l’olimpionico Pidcock, solo per fare due esempi, anche se il primo ha problemi a una caviglia – ma uno come lui non si può mai escludere dal pronostico quando si mette in gioco.
Van der Poel, ci sta dire che per lei la mountain bike è la parte più divertente del ciclismo?
“Sì, non è sbagliato. Ma più che altro io amo cambiare, passare da una bici all’altra. E se facessi tanta mountain bike, allora sarei felice di tornare a quella da strada, per esempio. È motivante anche per l’allenamento non fare le stesse cose. Di sicuro, per la mountain bike ho passione. Per la gara in se stessa e per tutto ciò che circonda l’ambiente”.
Vincere il Mondiale del cross country è la sfida più difficile della carriera, adesso?
“Credo di sì. Ho avuto qualche chance in passato ma niente, ed è un peccato che nel 2020 il Covid mi abbia messo i bastoni tra le ruote. Forse è stato l’anno in cui stavo meglio. Però adesso sono qui, ho questa opportunità, che spero non sia l’ultima, e voglio giocarmela fino in fondo”.
Nell’ultima apparizione su strada, ha vinto sui Campi Elisi a Parigi al Tour, in un finale mozzafiato. Quanto è stato importante per la testa, specie in un anno in cui dopo 6 stagioni non aveva conquistato nessun Monumento?
“Beh, prima o poi doveva succedere. E il Tour era cominciato male, ma poi io e il team, anche con Jasper Philipsen, siamo riusciti a raddrizzarlo nel migliore dei modi”.
Ma quella vittoria quanti “anni di vita” le è costata? Sorride.
“Qualcuno, di sicuro… E quando ho ripreso ad allenarmi, era come se sentissi ancora quello sforzo nel fisico, non ero pronto a soffrire di nuovo. È stato dolorosissimo per le gambe, ma ne è decisamente valsa la pena”.
Essere ad altissimo livello su strada, nel cross, nella gravel e nella mountain bike. C’è un segreto per riuscirci?
“Talento, lavoro, applicazione, forse un mix di tutto questo. Nella mountain bike, la sfida più difficile per me è il peso (circa 75 chili; ndr) da portare sugli strappi così esplosivi che ci sono su ogni percorso”.
Cosa rende la mountain bike così divertente?
“Si possono fare cose un po’ più estreme, anche se forse non è la parola giusta. Sul tracciato qui ci sono delle discese che con la bici da cross, o da gravel, non si potrebbero affrontare”.
Si è preparato a Livigno nelle ultime settimane, e non è la prima volta.
“Mi piace sempre stare in Italia, e per la mountain bike Livigno è uno dei migliori posti al mondo. Mi sono divertito a ritrovare il feeling con la tecnica di guida, più di tutto il resto”.
A proposito: lei eccelle talmente tanto nella guida della bici, che a volte si ha l’impressione che la bici stessa sia un prolungamento del suo corpo. È una sensazione che prova?
“Non sempre, in realtà! È vero che mi diverto a guidare la bici, quello sì, venendo innanzitutto dal cross. La tecnica della conduzione è ciò che mi ha sempre esaltato, la sensazione di giocare con il mezzo specie se va tutto bene”.
Per la mountain bike sappiamo che la sta seguendo anche Matteo Berta, il biker fratello della biker azzurra Martina. Com’è andata?
“La mia squadra, Alpecin Premier-Tech, lo ha ingaggiato come preparatore tecnico, il che è davvero utile. Era con noi anche a Les Gets. Esamina il percorso in anticipo e ci aiuta, ad esempio, a individuare le traiettorie migliori. Avere qualcuno che possa concentrarsi specificamente su questi dettagli è un gran bel supporto”.
Dovrà partire dalla quinta fila: quanto la svantaggerà?
“Non c’è dubbio che riduca le possibilità. A Les Gets ho visto ancora una volta quanto sia grande la differenza quando si parte più avanti: si entra subito nel vivo della gara. Se voglio davvero concedermi le migliori possibilità di diventare un giorno campione del mondo, probabilmente avrò bisogno di una stagione in cui passare più tempo in sella alla mountain bike, in modo da potermi guadagnare un posto in una delle prime due file”.
Potrebbe verificarsi in futuro?
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“Ne parleremo con il team e può darsi che accadrà, sì. Vedremo. Ora, però, la situazione è quella che è. Dovrò trarne il meglio. E magari meritarmi un po’ di fortuna…”.
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