di
Michela Proietti
Il veterinario dei vip: «Rizzoli regalò un pappagallo a Montanelli, venne da me a farlo curare»
Mauro Cervia, milanese, veterinario. Dicono che nel suo ambulatorio passano politici, star e imprenditori. Con i loro cani, ovviamente.
«Un po’ è vero, ma la visibilità data da alcuni “pazienti” importanti mi ha permesso di portare avanti le cause di tutti: i cani randagi, quelli dei canili e dei malati di cui nessuno si prendeva cura. Nel 2006 ho fondato con il collega Fabio Borganti la onlus Amoglianimali. L’idea ci è venuta dopo che Giorgio Armani ci chiese di vaccinare contro la leishmaniosi i randagi di Pantelleria, dove abbiamo creato una sala operatoria e abbiamo sterilizzato migliaia di cani. Per questo impegno ci ha scritto il Presidente Mattarella».
Quando ha deciso di fare il veterinario?
«Qualcuno doveva portare avanti l’ambulatorio di mio padre. Aveva clienti come Anna Magnani e Franco Zeffirelli. Una volta il conte Agusta lo mandò a prendere in elicottero per portarlo in Engadina dal suo cane: si fidava solo di lui».
Più dovere che passione?
«Non direi. A 12 anni ero già in sala operatoria con papà, per questo ho grande dimestichezza con la chirurgia. Lo osservavo e decisi che avrei fatto il mestiere in maniera diversa: era un medico di altri tempi, rigido con gli animali. Io invece ho scoperto che il segreto è la tenerezza: mi piace toccarli, ci gioco, gli spalanco la bocca e annuso l’alitaccio, sembrano quasi ridere… Il merito è stato tutto del mio border collie Luna, scomparsa un anno fa. Mi ha cambiato la vita».
Le ha dedicato un libro che pubblicherà in autunno.
«Si chiama Al Chiaro di Luna, la prefazione l’ha scritta Silvana Armani, la postfazione Francesca Fabbri Fellini. Era l’Hachiko milanese: mi aspettava fuori dalla palestra per ore, dal macellaio in attesa di un cicchetto. Era la mascotte della Polizia di Stato con la quale abbiamo collaborato spesso, e dell’ambulatorio: la sera la trovavo tutta sporca di rossetto, per i baci che le avevano dato. La cosa che sanno fare meglio i cani è aspettare, con gratitudine a amore. Ancora adesso la mattina al risveglio metto giù i piedi e la cerco. Quando incontro il pavimento è una desolazione».
Milano è la città più dog friendly d’Italia?
«Per me sì, anche se a volte si esagera, con l’abbigliamento di lusso e i bagnetti: il cane va lavato ogni venti giorni. Importante è che vengano pulite, dopo ogni passeggiata, le zampe. L’asfalto gelido d’inverno e caldo d’estate, li irrita».
Dormire con loro: un altro vezzo della società mature?
«Mio padre scrisse in un libro che dormire con il cane è come andare a letto con le scarpe sporche. Io non la penso così: gli animali sono membri della famiglia, e a differenza degli altri danno tutto senza chiedere niente. Non sono però d’accordo sul giustificarli sempre».
Il nostro cane ha sempre ragione?
«L’uomo fa come con i figli: i bambini sbagliano e la colpa è del maestro. Con gli animali è uguale: quando ai giardini un cane aggredisce un altro, il proprietario dice “ma stava solo giocando”. Non dobbiamo mai perdere l’autorità nei loro confronti. In Italia usiamo un brutto termine, padroni. I francesi ne utilizzano uno molto più appropriato, “maître du chein”. Noi siamo i loro maestri. Li dobbiamo educare, insegnando che non si fa la pipì all’angolo degli ingressi dei palazzi o sulle gambe dei tavolini del bar. E quando prenotiamo un taxi dobbiamo avvisare che saliremo a bordo con un cane».
Come si fa a capire quando stanno male?
«Dopo 50 anni di professione sviluppi un sesto senso. La cosa che allarma di più i proprietari è l’inappetenza. In realtà a volte mangiano troppo: la credenza che brucare l’erba sia detossinante è falsa. A volte mentono sulle abitudini del cane: c’è il male del lunedì, perché nel weekend sono andati fuori, hanno mangiato la terra, fatto il bagno. Il lunedì è il giorno nero».
Come ha fatto a conquistarsi la fiducia dei clienti?
«Ho svolto la professione in modo umano, rendendomi sempre disponibile, come fanno i pediatri che rispondono anche la notte. Nel nostro settore spesso regna l’anonimato. Per anni ho firmato una rubrica sul Corriere e Paolo Limiti, dove andavo in trasmissione, mi ha fatto un prezioso passaparola».
Qualche nome…
«Mario Draghi, Carlo De Benedetti che di solito aspetta in auto: al termine della visita esco a salutarlo. Poi Lawrence Stroll, la famiglia Giuliani, quella dell’amaro. Di me apprezzano che mi fermo dove so di non poter arrivare: e indirizzo i pazienti dal collega competente in quell’ambito».
Il complimento più bello.
«Questa estate Donatella Versace mi ha mandato un messaggio bellissimo: “Anche io ora verrò a curarmi da te: sono arrivata in Sardegna nella casa con una infinità di scalini. Django oggi le ha fatte due volte ed è entrato in acqua a nuotare. Sono sconvolta!”. Molti proprietari di cani chiedono consiglio anche per i loro malanni. Il veterinario è uno psicologo… quante ne sento!»
Nel suo ambulatorio è di casa Elisabetta Canalis, grande attivista.
«Con lei abbiamo portato avanti tante battaglie. Qualsiasi cosa succeda a Los Angeles ai suoi cani, mi chiama e chiede: secondo te mi hanno consigliato bene? L’ultima volta aveva salvato un cane nel deserto dall’assalto dei coyote…».
Gianna Nannini.
«Mi chiama “il mio amico veterinario”. Ha due barboncini, è molto simpatica».
Giorgio Armani.
«Con il Signor Armani ci siamo sempre dati del lei. Quando lo vedevano in sala d’attesa la gente mi diceva: ma è proprio lui? Amava tanto gli animali e quando tornava a casa si rasserenava vedendo il gatto che gli andava incontro. Mi diceva che per lui accarezzare i gatti era una terapia. Sono l’unico che l’ha fatto recitare, negli spot in cui dicevamo: “Abbandonare gli animali non è di moda”».
A che punto siamo con gli abbandoni?
«Stiamo migliorando ma è un fenomeno duro da sradicare. L’importante sono le sanzioni, che devono essere severe. E poi il controllo sociale: se vediamo un cane legato in un terrazzo d’estate chiamiamo la Polizia. E denunciamo anche l’accattonaggio con i cani».
Preoccupazioni assurde?
«Una cliente, vedendo il cane dentro alla cuccia con i raggi infrarossi, mi ha detto: “non è che cuoce?”. Oppure: “il mio cane ha le emorroidi”. Nel cane non esistono: i proprietari trasferiscono sul cane i loro acciacchi».
Crede nella pet therapy?
«Con la mia associazione abbiamo fatto approvare una legge in Lombardia per cui il cane può visitare il padrone ricoverato in ospedale».
Se una cliente è in pelliccia?
«Le dico con una battuta: ma non ti vergogni?».
I cani vanno presi al canile?
«Dovremmo prendere i cani anziani dei canili per dargli pochi anni di gioia. Ma in molti preferiscono ancora i cani di razza. Importante è non comprare quelli di importazione, è un traffico che va bloccato».
La razza più di moda?
«Il cockapoo, un ibrido, devo dire però molto azzeccato. E il Labradoodle incrocio tra un Labrador Retriever e un barboncino. Non perde pelo e non ha malattie genetiche».
Un «paziente» che le è rimasto nel cuore?
«Il pappagallo di Indro Montanelli, glielo aveva regalato l’editore Rizzoli: venne da me dicendo che si strappava le piume. Visitandolo ho capito subito che era stressato dagli spaventi, i nemici di Rizzoli si avvicinavano e gli rivolgevano parolacce e contumelie. Lo feci spostare dal passaggio e lui smise di spiumarsi. Montanelli mi dedicò un pezzo dicendo che avevo salvato il pappagallo Marco, si chiamava così. E ogni anno mi mandava il regalo di Natale».
29 agosto 2026 ( modifica il 29 agosto 2026 | 07:25)
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