di
Francesco Bertolino e Giuliana Ferraino
Da Nvidia ad Apple, i colossi digitali capitalizzano quasi 24 mila miliardi. E realizzano profitti senza precedenti, mentre la quota di ricchezza destinata ai salari dei dipendenti tocca il minimo dal 1947
Con oltre 440 miliardi di dollari aggiunti in una sola seduta e una capitalizzazione salita giovedì in chiusura a 5.517 miliardi, Nvidia porta i numeri dell’intelligenza artificiale fuori dai confini dell’analisi societaria per proiettarli nella dimensione della macroeconomia. Il gruppo che progetta i chip sui quali poggia l’infrastruttura dell’AI vale più del Pil annuale della Germania e circa una volta e mezzo il debito pubblico italiano. Ieri, nelle prime ore di contrattazione, il titolo ha perso slancio, ma conservava una capitalizzazione superiore a 5.400 miliardi. Il valore raggiunto e la rotta verso quota 6 mila miliardi segnano un cambio di passo: non soltanto per le dimensioni dei giganti tecnologici, ma per la velocità con cui continuano ad aumentare.
Il confronto con il pil
Ieri a metà mattinata a New York (le 17.30 a Milano) le Magnifiche Sette — Nvidia, Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta e Tesla — valevano insieme 23.885 miliardi di dollari, 855 miliardi in più del Pil dell’intera Unione europea stimato dal Fondo monetario internazionale per il 2026. Sono grandezze diverse, ma il confronto ne rende visibile la misura. Apple vale più del Pil del Regno Unito, Alphabet più di quello francese, Microsoft supera il Pil italiano e Amazon quello spagnolo del 39%. Meta ha oltrepassato l’economia dei Paesi Bassi e Tesla quella svizzera. Nvidia, da sola, vale oltre cinque volte tutte le società del Ftse Mib.
La progressione
La velocità dell’aumento emerge dalla progressione. Apple, fondata nel 1976, ha impiegato 42 anni per raggiungere il primo trilione di dollari nell’agosto 2018; Microsoft 44 anni, fino all’aprile 2019. Ad Apple sono poi serviti altri due anni per raddoppiare. Nvidia, quotata nel 1999, ha atteso 24 anni per superare i mille miliardi nel maggio 2023, ma appena 9 mesi per arrivare a 2 mila e altri 4 mesi per toccare quota 3 mila nel giugno 2024. Nel luglio 2025 ha infranto la barriera dei 4 mila miliardi e tre mesi più tardi quella dei 5 mila. Il rialzo di giovedì ha aggiunto 442 miliardi.
Il caso SpaceX
La corsa di SpaceX racconta un’ulteriore accelerazione. Valutata 350 miliardi a dicembre 2024, la società di Elon Musk è arrivata all’Ipo di giugno a 1.770 miliardi, ha superato i 2 mila miliardi al debutto e ieri ne valeva 1.860: quasi il 90% del Pil del Messico.
Gli extraprofitti
L’esplosione delle capitalizzazioni si collega a un altrettanto eccezionale incremento dei loro profitti. Nei 91 giorni fra aprile e giugno le Magnifiche Sette hanno registrato utili netti per 317 miliardi di dollari: quasi 3,5 miliardi ogni 24 ore. Gli otto maggiori produttori petroliferi quotati si sono fermati a poco più di 90 miliardi; le principali banche italiane a 7,6 miliardi. Nella gara degli extraprofitti le Big Tech vincono per distacco.
Multe e investimenti
Forti di questa redditività, i giganti tecnologici hanno avviato monumentali piani di investimento sull’intelligenza artificiale che quest’anno sfioreranno gli 800 miliardi. Ma la maxi-redditività consente loro di godere di un ampio cuscinetto per assorbire eventuali spese impreviste, per esempio in caso di sanzioni e multe. Pochi giorni fa, per esempio, Meta ha accettato di pagare fino a 16,7 miliardi per chiudere il processo che la vedeva accusata negli Stati Uniti di indurre negli adolescenti la dipendenza dai social; dall’inizio del 2026 il gruppo di Facebook e Instagram ha già incassato oltre 42,6 miliardi di utili, più del doppio, tanto da sollevare dubbi sull’efficacia deterrente di simili accordi di patteggiamento.
La parte dei salari
I risultati delle big tech stanno spingendo la profittabilità complessiva dell’America Inc ad aggiornare un record dopo l’altro. Quest’anno, secondo le proiezioni del Bureau of Economic Analysis citate dal Financial Times, i profitti ante-imposte delle aziende americane toccheranno i 4,827 miliardi di dollari, somma pari al 18% del reddito nazionale Usa. Questo flusso di denaro sta alimentando gli investimenti e le remunerazioni per azionisti e manager delle imprese Usa. Meno gli stipendi dei loro dipendenti. Nel secondo trimestre del 2026, infatti, i lavoratori americani hanno ricevuto sotto forma di salari il 52,9% della ricchezza prodotta negli Stati Uniti, il dato più basso dal 1947, ossia da che il Bureau of Labor Statistics calcola questo parametro.
I dipendenti
Il crollo si spiega in parte con il declino del potere negoziale dei sindacati, a sua volta collegato alla trasformazione dell’industria americana. Negli anni ’50 General Motors, allora prima azienda per capitalizzazione a Wall Street, impiegava 600 mila dipendenti. Nvidia ne ha poco più di 40 mila e, con costi così bassi, riesce a trasformare in profitti oltre il 60% dei suoi ricavi (96 miliardi nel secondo trimestre). Questo squilibrio fra remunerazione del capitale e lavoro potrebbe aggravarsi con l’avvento dell’Ai e dei robot intelligenti, se queste due tecnologie manterranno la promessa (o minaccia) di sostituire il lavoro umano in molte mansioni, ripetitive e intellettuali.
Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.
SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.
29 agosto 2026 ( modifica il 29 agosto 2026 | 08:13)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
