Da febbraio primo stop ai 13enni
Era l’anno dei Mondiali, quelli del 2006; e il 26 settembre Facebook iniziava ad entrare nelle nostre vite. Vent’anni dopo, il 26 settembre 2026, per Meta — la società che detiene il controllo di Facebook e Instagram —, scatteranno i primi obblighi del clamoroso accordo raggiunto dopo appena otto giorni di processo in una corte della California. È solo una coincidenza ma ci aiuta a decifrare quello che è accaduto alle nostre vite e cosa potrebbe succedere adesso.
Le origini
In principio Mark Zuckerberg aveva preso una decisione che si rivelerà fondamentale per tutti noi: stabilì che la piattaforma non avrebbe avuto utenti di età inferiore a 13 anni. Non era obbligato a farlo.
La scelta derivava da una norma americana del 1998 volta a tutelare la privacy dei minori online: la norma non vieta l’accesso dei bambini ai servizi digitali, ma impone di chiedere e ottenere il consenso dei genitori. Zuckerberg andava di fretta — «move fast and break things» è il suo motto — e fece una scelta che poi sarebbe diventata lo standard per tutti gli altri social network: invece di sviluppare un complesso e costoso sistema per gestire ogni volta il consenso dei genitori degli utenti bambini, escluse formalmente gli under 13 dalla piattaforma, salvo poi fare di tutto affinché si iscrivessero.
Lo ha fatto di nascosto, lo ha fatto spesso negando l’evidenza, lo ha fatto solo per guadagnare di più. E soprattutto lo ha fatto senza preoccuparsi di dare contenuti adatti alla loro giovane età, ma adatti a far fare più soldi alla sua azienda. Spesso, spazzatura. I danni alla salute mentale degli adolescenti sono la ragione delle moltissime cause ancora aperte in America (circa tremila) e di quella — enorme — appena chiusa.
Il punto chiave
Dopo vent’anni esatti quel divieto ai 13enni inizia a diventare una cosa seria. Inizia nel senso che l’attuazione di questo specifico punto dell’accordo, la verifica dell’età degli utenti, diventerà davvero operativa fra un anno: prima, il 27 febbraio 2027 Meta dovrà implementare uno strumento per individuare gli utenti under 13; ma è dal 27 agosto 2027 che dovrà avere uno o più metodi per individuare l’età di tutti gli iscritti con percentuali di errore accettabili (attorno al 10 per cento).
Perché l’intesa
Il tema dell’età degli utenti dei social era diventato il vero punto di questa causa. Ed era il punto su cui Zuckerberg era spacciato. Va chiarito che la legge americana non ti punisce se non chiedi e ottieni il consenso dei genitori, ma soltanto se non chiedi e ottieni il consenso e sai che un utente ha meno di 13 anni. Ufficialmente a Meta la consapevolezza l’hanno sempre negata. Hanno fatto gli gnorri. Sarebbe stato un delitto perfetto se non fosse che in tantissimi documenti interni — in parte svelati da alcuni dipendenti pentiti, in parte ottenuti tramite ordini del giudice per via dei processi — gli under 13 c’erano eccome. A un certo punto nelle carte interne erano quasi quattro milioni solo negli Stati Uniti; e non erano visti come un problema da risolvere, ma come un obiettivo di mercato. Un target su cui fare soldi. Meta era spacciata e la giudice della corte californiana lo aveva fatto capire chiaramente con una decisione tecnica presa a fine giugno in cui aveva respinto la pretesa di Meta di cancellare la pretesa di inganno sull’età degli utenti accertando come incontestato che Meta non aveva fornito la notifica «Coppa» (l’avviso da inviare ai genitori, ndr), non aveva quindi ottenuto il consenso dei genitori e non aveva dato ai genitori modo di rivedere e cancellare i dati. Portare Mark Zuckerberg in aula a difendersi su questo argomento sarebbe stato un suicidio.
Scorrimento infinito
L’accordo non è però entrato nel merito dell’altro punto in discussione, più controverso e più difficile da dimostrare in un’aula di tribunale: il fatto che gli algoritmi di raccomandazione dei social — quelli che decidono quali contenuti ciascuno di noi vede — facciano male e in particolare facciano più male agli adolescenti. L’algoritmo, per ora, è salvo. Gli Stati avevano chiesto espressamente al giudice di ordinare la rimozione dello scorrimento infinito, dell’autoplay, dei contenuti effimeri e degli algoritmi ottimizzati per l’engagement, oltre alla cancellazione dei modelli addestrati sui dati degli under 13. Non hanno ottenuto nulla di tutto ciò. Al contrario Meta ha ottenuto di poter continuare ad utilizzare i dati degli utenti under 13 ottenuti illegalmente fin qui. Una liberatoria.
Gli altri limiti
Meta ha concesso alcune cose minori eppure sacrosante e fondamentali, che infatti già esistono nella versione cinese di TikTok e che la stessa Meta aveva già implementato nella sua recente versione per teenager: limiti di utilizzo al giorno (due ore), fasce protette in cui non ricevere notifiche (la notte e l’orario scolastico). Tutte cose volte a ridurre lo screen time, il tempo di utilizzo, ma senza cambiare l’esperienza utente. Meta con l’accordo ha salvato il motore che tiene in piedi il suo business: gli algoritmi di raccomandazione (escludendo dai contenuti per i minori solo quelli chiaramente dannosi in quella fascia di età, come quelli legati al culto del corpo).
Le sanzioni
Per arrivare fin qui c’è voluta una causa mostruosa, con ventinove Stati americani che minacciavano di ottenere sanzioni astronomiche. Si parlava di mille e quattrocento miliardi di dollari, pari all’intero valore di Meta a Wall Street.
Un’aspettativa irrealistica: gli stessi procuratori, all’apertura del dibattimento, avevano ridimensionato gli obiettivi in duecento miliardi. A fronte di ciò l’accordo prevede un pagamento di appena 18 miliardi circa. Può sembrare un’inezia e per certi versi lo è. Questa volta però i soldi non dicono tutto su come cambieranno le cose e dicono molto sulla valanga di bugie, omissioni e inganni del passato. Mark Zuckerberg ha fatto un «saldo e stralcio» di una lunga cartella esattoriale. La strada è ancora lunga ma non è tardi per tornare a sperare di avere dei social network meno tossici.
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29 agosto 2026
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