di
Chiara Barison

Il primo Alto rappresentante internazionale per la Bosnia-Erzegovina ed ex premier svedese: «Le “zone protette”? Un errore dell’Onu»

Primo ministro svedese dal 1991 al 1994, Carl Bildt resta una voce autorevole sul genocidio di Srebrenica perché nel 1995 fu inviato speciale dell’Unione europea per l’ex Jugoslavia, co-presidente dei negoziati di pace di Dayton e, dopo la firma, il primo Alto rappresentante internazionale per la Bosnia-Erzegovina.

Qual è stata la sua reazione quando ha saputo che Ratko Mladic sarà sepolto con gli onori di Stato e militari in Serbia?
«Non abbiamo ancora visto esattamente come saranno organizzati i funerali. Ma la Serbia dovrebbe sapere che l’Unione europea e altri stanno seguendo la questione con grande attenzione».



















































Ripensando a quei giorni del ’95 a Srebrenica, cosa comprese la comunità internazionale di ciò che stava accadendo all’epoca e cosa, invece, non riuscì a capire?
«Si avvertì certamente la pressione, piuttosto improvvisa, legata a Srebrenica — sebbene vi fossero altre fasi del conflitto altrettanto critiche — e si cercò di avvertire Belgrado delle conseguenze che avrebbe comportato la conquista dell’enclave. Gli attacchi aerei vennero effettivamente lanciati, ma non riuscirono a fermare l’avanzata serba».

Ritiene che la comunità internazionale abbia fatto abbastanza per affrontare l’eredità del genocidio e le forze che lo avevano reso possibile?
«Credo che si sarebbe dovuto agire molto più rapidamente per catturare i principali responsabili, Mladic su tutti, e assicurarli alla giustizia. In qualità di Alto Rappresentante sollecitai tale iniziativa, ma le forze della Nato non erano disposte a farlo».

Srebrenica è ancora al centro delle tensioni politiche in Bosnia-Erzegovina, mentre Mladic continua a essere esaltato da alcuni. Perché la riconciliazione si è rivelata così difficile?
«Nel complesso, credo che in Bosnia troppi politici, di ogni schieramento, abbiano considerato la pace come la continuazione della guerra con altri mezzi. Si è parlato più di vendetta che di riconciliazione. È lecito chiedersi se la comunità internazionale avrebbe potuto fare di più».

Osservando oggi la Bosnia e i Balcani nel loro complesso, vede un rischio concreto che la storia si ripeta?
«Spero di no, ma ci troviamo in una fase critica, con la comunità internazionale in profonda confusione riguardo alla Bosnia, le elezioni imminenti in Serbia e lo stallo politico in Kosovo».

Se potesse tornare indietro nel tempo c’è qualcosa che secondo lei avrebbe dovuto essere fatto diversamente?
«È stato un grave errore da parte del Consiglio di Sicurezza dell‘Onu proclamare le «zone sicure» senza autorizzare le forze necessarie a difenderle. È significato andare incontro al disastro».

29 agosto 2026