di
Greta Privitera
Nomine recenti per arginare il «moderato» Ghalibaf e per evitare che un solo uomo diventi indispensabile
DALLA NOSTRA INVIATA GERUSALEMME Il fatto più sorprendente è avvenuto a Islamabad. L’incontro di aprile fra JD Vance, Mohammad Baqer Ghalibaf e Abbas Araghchi, nell’Iran di Ali Khamenei, sarebbe stato difficile perfino da concepire. L’immagine di un vicepresidente americano seduto con il presidente del parlamento e il ministro degli Esteri della Repubblica islamica racconta che, dopo mesi di guerra, il regime ha deciso di calcolare diversamente i suoi interessi. L’intransigenza rimane — eccome se rimane — ma la politica è meno prigioniera della liturgia ideologica e più attenta ai costi: è più pragmatica.
Ali Khamenei era un ideologo, ma prima ancora era l’arbitro del sistema. Le decisioni finali passavano da lui. Conteneva le ambizioni delle fazioni, distribuiva potere, stabiliva fino a dove spingere lo scontro. La sua «pazienza strategica» significava evitare, finché possibile, il confronto diretto con Stati Uniti e Israele.
Dopo la sua uccisione e l’ascesa dell’amato secondogenito Mojtaba — mai apparso in pubblico dall’inizio della guerra — quel potere si è dovuto distribuire, perché la nuova Guida Suprema non occupa lo spazio che occupava il padre. L’ufficio della Guida, le Guardie rivoluzionarie, lo Stato maggiore, i basij (la forza paramilitare di volontari civili, che spesso agisce come occhio e braccio violento del regime) e il Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale devono ora costruire un consenso, che invece prima Ali Khamenei poteva imporre.
Le ultime nomine di agosto raccontano il tentativo dell’ayatollah-fantasma di consolidare un vertice più diffuso senza lasciare che la guerra apra crepe negli apparati.
Ali Abdollahi, già vicecapo di Stato maggiore, è stato promosso a capo delle Forze armate e dovrà assorbire il comando militare di Khatam al-Anbiya. Ahmad Vahidi, che guidava già le Guardie rivoluzionarie dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour, è stato confermato. Sono veterani, spesso falchi, spesso vice dei comandanti precedenti, scelti per riempire i buchi lasciati dalla guerra con uomini conosciuti, per preservare la continuità.
Anche l’ordine a Vahidi di preparare una «potente operazione offensiva» deve essere letto con cautela. La dottrina asimmetrica e più offensiva intrapresa dalla Repubblica islamica era stata già annunciata negli ultimi mesi di Ali Khamenei. Mojtaba — o chi agisce per lui, se si dà credito all’ipotesi che l’ayatollah sia gravemente ferito e non riesca a prendere decisioni — sta rendendo quella strategia più dipendente dai militari, ai quali la guerra ha consegnato un peso politico maggiore.
Il ritorno di Hossein Taeb alla guida dei basij è il segnale più interessante. Ex capo dell’intelligence dei pasdaran, associato alla repressione delle proteste fra il 2009 e il 2022, Taeb, vicinissimo a Mojtaba, riceve l’incarico di rafforzare la «rete di intelligence pubblica». Significa controllo territoriale e sorveglianza del dissenso. Era stato allontanato da Ali Khamenei nel 2022 e, secondo fonti iraniane, il padre aveva chiesto di tenerlo fuori dai vertici.
Lo storico Arash Azizi avverte però che sarebbe un errore ridurre tutto a falchi contro moderati o pragmatici. «Non è una questione di linea dura o linea morbida», dice. «È una partita interna fra fazioni, strategie e privilegi». In questo round Ghalibaf è il nome decisivo. Il presidente del parlamento, ex pasdaran e negoziatore con Washington, è l’uomo che ha acquisito maggiore centralità durante il conflitto. Ed è proprio per questo che, secondo Azizi, «con i nuovi incarichi lo vogliono arginare».
La nomina di Mohsen Rezaei alla segreteria del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale va letta con la stessa chiave. Rezaei sostituisce Mohammad Bagher Zolghadr, considerato vicino a Ghalibaf, nell’organismo che riunisce vertici civili e militari e orienta le scelte su guerra, sicurezza e politica estera. Una decisione che sposta il baricentro del Consiglio e restringe il margine del presidente del parlamento proprio mentre prova a chiudere la più difficile partita con l’America. «Il regime non vuole mai che una sola persona controlli tutto», dice Azizi. «Solo l’ayatollah può farlo».
Le nomine possono rendere più difficile il lavoro dei negoziatori perché allargano il numero degli uomini e delle correnti che devono accettare i termini di un’intesa. Il risultato è una Repubblica islamica meno ideologica ma non meno intransigente, che cerca un equilibrio fra pressione militare, controllo interno e diplomazia, evitando soprattutto che nel vuoto lasciato da Ali Khamenei un uomo solo diventi indispensabile.
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29 agosto 2026
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