L’ex numero 6 Atp prima dello Slam negli Usa, dove nel 2019 raggiunse la finale contro Nadal: “Questa città mi ha dato tantissime soddisfazioni, e una grossa delusione”. Sul campione altoatesino: “Il tennis è diventato troppo intenso”


Luigi Ansaloni

Collaboratore

29 agosto (modifica alle 12:40) – MILANO

Matteo Berrettini arriva a New York con uno spirito diverso. Più consapevole, più sereno, ma con la stessa fame di competizione. Alla vigilia dello Us Open 2026, l’ex numero 6 del mondo si racconta a SuperTennis e mette a nudo la nuova filosofia che accompagna il suo tennis: prima di tutto stare bene, costruire intorno a sé un ambiente positivo e trovare l’equilibrio necessario per affrontare le difficoltà in campo. “Ho capito che devo stare bene, creare un ambiente che mi fa stare bene con il mio team, con le persone che mi sono accanto. Grazie a quello poi posso arrivare in campo e gestire determinate difficoltà, affrontarle a testa alta”, dice Berrettini. Una nuova fase della sua carriera, non più il risultato a ogni costo. 

New York New York—  

A New York, del resto, Berrettini ha già scritto una delle pagine più importanti della sua carriera. Era il 2019, aveva appena 23 anni ed era numero 25 del mondo. Quello Slam lo portò fino alla semifinale, persa poi contro Rafa Nadal, e un posto nella storia: quarto italiano nell’Era Open a raggiungere il penultimo atto di uno Slam e primo azzurro a riuscirci allo Us Open dopo Corrado Barazzutti nel 1977, nell’ultima edizione disputata a Forest Hills. “Questa città mi ha dato tantissime gioie, purtroppo anche qualche delusione, una grossa. Questo è uno Slam, è chiaramente un torneo più importante degli altri, ma so che se non dovesse andare bene ce ne sarà un altro. Vorrei che New York sia una città da cui prendo energia”. 

Un pensiero a Sinner—  

C’è spazio anche per un pensiero all’amico Jannik Sinner, costretto a saltare per la prima volta uno Slam a causa dell’infortunio al ginocchio destro. Berrettini non nasconde la preoccupazione per un tennis diventato sempre più intenso e logorante: “Fa parte del nostro percorso, fa parte della vita che facciamo, dell’intensità di questo sport che è diventata veramente quasi troppa”. Parole che raccontano bene anche il percorso personale di Matteo. Perché oggi il suo obiettivo non è soltanto spingersi oltre il limite, ma imparare a riconoscerlo. “Mi spingo al limite tutte le settimane, anche se sembra assurdo da dire. Alcune volte dico al mio team che sarebbe veramente interessante avere una telecamera nascosta da qualche parte e far vedere agli altri quello che succede. Gli ultimi mesi non sono stati semplici. Nemmeno la trasferta americana. Ma c’è una costante: ogni volta che entro in campo trova la forza per andare oltre quello che gli succede fuori”.