BADOERE (TREVISO) – Il Veneto, per Raf, è una specie di zona franca della memoria. Ci sono il Festivalbar, l’Arena di Verona, i concerti attraversati in oltre quarant’anni di carriera.

E c’è Treviso, dove appena un anno fa migliaia di persone avevano affollato le Mura per ascoltarlo a Suoni di Marca. Ora il ritorno, a Badoere il 3 settmbre, per i 25 anni di Infinito, porta con sé una convinzione quasi scaramantica. «Con il pubblico trevigiano si è creato un rapporto, però direi con il Veneto in generale, fin dai tempi del Festivalbar. Nel cassetto dei ricordi ce n’è davvero tanto. Ho la sensazione, e credo sia qualcosa di più di una sensazione, che il Veneto mi porti bene».

I progetti

Raf arriva nella Marca mentre prepara una nuova fase della sua carriera. Dopo undici anni senza un album di inediti, il lavoro iniziato circa due anni fa sta per arrivare al pubblico. «Fra poco uscirà un nuovo singolo. Poi ci saranno Ora e per sempre, Pazzi e stupidi ragazzi e altri brani. Il disco uscirà entro la fine dell’anno: soprattutto inediti, con qualche cover». Il punto, per uno dei protagonisti del pop italiano degli ultimi quarant’anni, è capire quale spazio possa ancora avere oggi un album. «Chi non arriva a quarant’anni di carriera lo capisco benissimo. Per me oggi è più difficile. C’è anche una questione di età: gran parte di chi ascolta musica ogni giorno è giovane o giovanissimo e nella musica conta molto l’identificazione. A sedici anni difficilmente il riferimento principale è un sessantenne. Anche noi avevamo i nostri miti: contava quello che rappresentavano, il modo di vivere, il modo di stare al mondo». È cambiato soprattutto il tempo dell’ascolto. «La mia generazione comprava un vinile o un cd. Ci prendevamo il tempo per ascoltare un disco intero. Oggi per molti fare un album quasi non ha senso, perché spesso non viene più recepito in quel modo». Il nuovo lavoro resterà dentro i confini del pop, anche se promette qualche deviazione. «Ci sono elementi che arrivano da altri generi e in alcuni momenti mi spingo più in là rispetto al pop italiano tradizionale. Torna anche la passione per il blues che avevo da ragazzo. Ho ascoltato jazz, sono stato punk. Ho fatto anche La prova, un disco più vicino al rock che allora non fu capito subito». Poi c’è un progetto ancora più radicale, che Raf tiene per il futuro. «Prima di finire la mia carriera voglio fare un disco senza alcun vincolo. Non lo farò con un’etichetta discografica, proprio per evitare obblighi. Vorrei uscire da quel recinto per cui Raf deve fare musica pop. Voglio passare quei confini». Se nel 1989 fotografava una generazione chiedendosi Cosa resterà degli anni ’80, oggi faticherebbe persino a scegliere il titolo. «Di questi ultimi vent’anni mi auguro resti ben poco. Abbiamo avuto un enorme sviluppo e tantissime invenzioni, però bisogna chiedersi come vengono utilizzate. Ci sono segnali che non lasciano tranquilli. Si continua su una strada sbagliata».

Anche la musica, secondo Raf, paga il prezzo della velocità. «Con le dovute eccezioni, c’è stato un appiattimento. Si è abbassato il livello della creatività. La tecnologia permette a tutti di produrre musica e spesso lo si fa molto in fretta, sapendo che verrà ascoltata con la stessa fretta». Da qui l’attacco alle piattaforme: «Si finisce in quei calderoni infernali che sono servizi come Spotify. Se un giorno farò i miei dischi più sperimentali, di sicuro non li darò a Spotify». Neppure le sue vecchie canzoni escono indenni dal passare del tempo. Ti pretendo, ad esempio. «Quel testo andava contestualizzato. Già allora dicevo che io non sarei mai andato da una ragazza a dirle “ti pretendo”. Era un gioco passionale tra due persone e volutamente non aveva genere». A 66 anni, infine, Raf sorride quando gli si chiede quale sia il suo elisir. «Non ho fatto nulla, a parte una piccola blefaroplastica sotto gli occhi. Credo sia genetica: anche i miei genitori sono sempre sembrati più giovani della loro età. Poi sono fortunato: faccio musica, un lavoro che ti mantiene vivo. Da ragazzo ho fatto quello che dovevo fare, poi ho capito che serviva una calmata. Mangiare poco, fare attività fisica. E continuare a occuparmi di musica».

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